Economia | Previdenza

Pensioni penalizzato chi è già disagiato

Quando parliamo di equità del sistema previdenziale gli argomenti sui quali ragionare sono molteplici. 
Avvertenza: Questo contributo rispecchia l’opinione personale del partner e non necessariamente quella della redazione di SALTO.
Pensioni
Foto: Fabio Petrini Cgil/Agb

Siamo di fronte a condizioni socio-economiche molto differenti, abbiamo un Nord benestante e un Sud in perenne affanno e molteplici sono le condizioni contrattuali che vanno dalla precarietà estrema alla stabilità garantita, ma anche a condizioni di lavoro molto differenti.

Proprio a questo ultimo aspetto vogliamo dedicare la nostra attenzione. Esiste, infatti, una differenza marcata tra il lavoro del professore e del manovale in edilizia, tra chi lavora in ufficio e chi è esposto a sostanza potenzialmente pericolose. E’ cosa risaputa che l’amianto e il silicio incidono pesantemente sulle speranze di vita di chi è esposto a questo materiale, anche per periodi neppure necessariamente lunghi.

Qualsiasi indicatore per misurare lo stato socio-economico dell’individuo si voglia utilizzare, la speranza di vita tende sempre ad accorciarsi man mano che si scendono i gradini della scala sociale. Le aspettative di vita di un laureato, per esempi, sono decisamente migliori di chi è meno istruito, probabilmente perché il livello d’istruzione orienta la capacità del singolo di trasferire le informazioni e le conoscenze in scelte comportamentali. Queste capacità orientano normalmente verso uno stile di vita più salubre e una maggiore sensibilità nell’individuare meglio eventuali rischi per la salute.

Il livello d’istruzione garantisce di solito un livello di reddito superiore. Avere maggiori risorse a disposizione permette di nutrirsi meglio, di godersi il tempo libero e di vivere lontano dai luoghi insalubri o inquinati. L’occupazione nei diversi settori infine porta a valutare e verificare l’esposizione a specifici fattori di rischio lungo il corso della vita lavorativa.

Esaminare e monitorare la differente mortalità tra specifici gruppi occupazionali è rilevante sia dal punto di vista sanitario e della prevenzione delle patologie legata a determinati lavori, ma anche sotto il profilo previdenziale.

Ecco alcuni dati statistici sui quali riflettere: alla nascita oggi i più istruiti vivono 2,5 anni in più dei meno istruiti. I nati tra il 1930 e il 1939 a 50 anni hanno/avevano una speranza di vita superiore di 3 anni rispetto ai più poveri e per i nati tra il 1950 e 1959 il vantaggio si allunga a quasi 5 anni.

Dal punto di vista previdenziale questo impone una riflessione sull’equità del sistema pensionistico che fissa date di uscita uguali per tutti e un calcolo dell’assegno identico, di fronte a un’aspettativa di vita visibilmente diversa dal punto di vista statistico.

Da qui nasce la richiesta del sindacato d’intervenire sui lavori usuranti, anche su quelli in cui la gravosità è meno palese, ma che comportano comunque una speranza di vita ridotta. L’attuale sistema è regressivo perché potenzialmente più favorevole nei confronti di chi gode comunque di una situazione meno bisognosa di protezione sociale. La stessa quota 100 favoriva chi se la poteva permettere, il lavoratore con una carriera lavorativa stabile, il Nord rispetto al Sud e il pubblico dipendente rispetto al privato. Ignorare queste differenze non fa altro che allargare le diseguaglianze.

In Italia nell'ultimo decennio il periodo di durata media di una pensione si è ridotto di 4 anni mentre l'aspettativa di vita a 65 anni si è allungata di appena un anno. Questo significa che per le fasce di popolazione più disagiate il rapporto tra il prolungamento della vita lavorativa e il periodo di vita rimanente, visto i dati sopra citati, è sempre meno favorevole.

Questo deve essere uno dei punti da affrontare nella ipotizzata riforma del sistema previdenziale se vogliamo ricreare un minimo di equità. Avere l’età contributiva identica per accedere alla pensione penalizza chi è già disagiato! Una riforma deve pensare ai classici lavori gravosi, ma deve allargare il perimetro tenendo conto anche di questi aspetti. Un mercato del lavoro qualitativamente migliore e stabile sarebbe ovviamente la migliore soluzione, ma oggi questo fa parte del mondo dei sogni.

Oltre a un numero di anni minore in pensione, si aggiungono, con il contributivo puro, svantaggi sull'ammontare delle pensioni. Una Commissione costituita ad hoc ha avviato il percorso per ridefinire i lavori gravosi. L'idea era di classificare le attività più pesanti in mansioni operaie e similari, una categoria intermedia con gli attuali lavori gravosi rivisitata e ampliata con le mansioni particolarmente usuranti anche considerando infortuni e malattie professionali Inail. A ogni categoria dovrebbe essere attribuito un bonus espresso in mesi/anni che il lavoratore può “spendere” anticipando il pensionamento rispetto ai limiti ordinari o incrementando il valore della pensione. 

Va anche chiarito che la speranza di vita e la gravosità dei lavori non sono sovrapponibili. La gravosità del lavoro svolto può incidere sulla sopportabilità dell’attività lavorativa e sulla qualità della vita invecchiando. Questi fattori hanno un loro valore a sestante, che va riconosciuto a prescindere dall’incidenza sulla speranza di vita. Vi è poi il problema di una diversa aspettativa di vita in relazione alla condizione professionale e socio-economica, che va valutato in fase di calcolare l’età di uscita dal lavoro o nel calcolo dell’assegno.

Visti i differenziali che si registrano nelle aspettative di vita, il sistema non corregge le differenze che si aprono nelle storie lavorative, ma finisce per amplificarle.
Un trattamento uguale tra situazioni diverse crea ingiustizie, soprattutto se le diversità sono legate a una scala sociale bloccata che lascia al singolo pochi spazi per modificare le sue condizioni socio-economiche. Le regole attuali del sistema previdenziale garantiscono purtroppo una redistribuzione di risorse a favore delle classi più avvantaggiate. E questo va corretto.

Alfred Ebner