Economia | Covid19

Ora tocca a tutti noi

Viviamo una fase drammatica della nostra vita. Oltre all’emergenza sanitaria si preannuncia una crisi economica e sociale di dimensioni tutt’ora difficile da valutare.
Avvertenza: Questo contributo rispecchia l’opinione personale del partner e non necessariamente quella della redazione di SALTO.
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Foto: Pixabay
Superata la prima fase del Covid, che ha provocato il collasso di parecchie strutture sanitarie e un numero di morti elevatissimo, la seconda fase che stiamo vivendo non è meno virulenta e aggressiva, ma finora è stato possibile gestirla dal punto di vista clinico. Purtroppo il numero di pazienti bisognosi di ricovero ospedaliero continua a salire e le strutture sanitarie rischiano di arrivare alla saturazione con conseguenze drammatiche per i pazienti, anche per quelli ricoverati per altre patologie.
 
Per questo servono interventi anche radicali ma chiari. Per riprendere il controllo della situazione vanno attuate tutte le misure necessarie tenendo maggiormente conto delle indicazioni degli esperti. Ma gli interventi normativi da soli non bastano se non supportati da comportamenti individuali coretti e dal buonsenso. La causa maggiore delle infezioni risiede nella sottovalutazione dei rischi evidenziati dai virologi.
 
Questi per esempio hanno messo in guardia durante tutta l’estate su una possibile ripresa delle infezioni con la stagione fredda. La spinta dell’economia a riprendere rapidamente le attività con un numero di vincoli sempre minore e la voglia dei cittadini di tornare alla vita normale si stanno rivelando ora come un boomerang. La promessa della politica di controllare agevolmente la situazione sanitaria era avventata.
 
La maggiore dotazione di mascherine, camici e gel e un numero molto maggiore di tamponi è positiva. Ma per quanto riguarda le strutture ospedaliere, la medicina sul territorio e la dotazione di personale medico e infermieristico è cambiato troppo poco.
 
Non a caso dopo poche settimane siamo di nuovo in piena emergenza e ora tutto l’Alto Adige è zona rossa. A fine aprile mi ricordo della martellante campagna di alcune lobby economiche, con il sostegno di parte dei mass media, per le aperture anticipate delle attività, mentre il Governo e gli esperti invitavano a una maggiore cautela. Per bypassare ciò ci si inventava pure una “via locale” nella gestione del virus.
 
Poi era anche vero che i casi di infezione erano in netto calo e incominciava la stagione calda. Da noi doveva essere una norma per uscire da vincoli sanitari considerati troppo stretti dall’economia, ma poi è diventato un atto politico in difesa della nostra autonomia. Chi esprimeva qualche dubbio passava automaticamente come avverso agli interessi dell’Alto Adige e veniva messo all’indice.
 
Il “libero tutti” chiesto quotidianamente da alcune forze politiche ed economiche ha certamente spinto molti cittadini a una minore attenzione. La mascherina sul gomito era un’espressione di modernità. Così dopo un’estate vissuta pericolosamente con l’inizio della stagione meno favorevole il virus ha ripreso la corsa. In verità non era mai scomparso, ma era solo meno visibile. 
 
Così abbiamo amaramente constatato che il Covid19 non ha nessun rispetto per la nostra via autonoma. Anche di fronte a numeri man mano crescenti di infezioni, si continuava a invocare la nostra via locale. Così la chiusura di bar e ristoranti veniva posticipata, i vincoli nell’uso di mascherine attenuati e così via.  Da regione virtuale siamo oggi tra quelli messi peggio e della nostra via locale è rimasto ben poco.
 
A me dispiace vedere come qualcuno confonde un crescente opportunismo o la tutela di interessi di parte, come difesa della nostra autonomia. Quando ci sono risorse da spartire o erogare incentivi prevale l’autonomia, quando si tratta di prendere decisioni impopolari o nel caso di norme statali più favorevoli si chiede la loro applicazione. Tutto questo fa certamente parte della politica, ma evitiamo di appellarci alla nostra particolarità, perché tutto questo non era nelle intenzioni dei padri di questa autonomia, spinti da motivi ben più nobili.
 
Ha fatto bene il presidente della Provincia autonoma di Bolzano Arno Kompatscher a emanare regole più rigide che altrove. Anche questo è un segnale di voler recuperare su questo terreno almeno una parte di credibilità.

Apprezziamo soprattutto il coraggio di non insistere su percorsi che rischiavano di portarci in un vicolo cieco. Penso che il Landeshauptmann faccia anche bene a proseguire su questa strada dimostrando così la coerenza con lo spirito della “via locale”, assumendosi anche in momenti difficili l’onere della scelta, anche se proprio per questo subisce ora una serie di critiche.
 
Detto questo serve l’impegno di tutti per salvare il salvabile. In maggio nessuno si è sognato di coinvolgerci. Oggi che la politica non soddisfa le necessità dell’economia qualcuno ci cita, insistendo sulla necessità del coinvolgimento delle parti sociali.

Noi vogliamo collaborare per il bene di questa terra, ma siamo anche stufi di essere chiamati solo quando la casa è in fiamme. Anche a noi interessa la salute pubblica, il sostegno all’economia, dei posti di lavoro e del reddito dei lavoratori. E sappiamo bene che per contrastare la curva delle infezioni servono tempo e scelte anche difficili. Ma c’è bisogno di coerenza e scelte lineari.
 
Tutti abbiamo detto che sarebbe difficile reggere un secondo lockdown.  Meraviglia perciò la proposta di alcune associazioni per una chiusura totale delle attività. Siamo consapevoli delle difficoltà del commercio e del turismo in questa fase, ma non sarebbe al momento utile danneggiare anche quella parte dell’economia, che non presenta particolari rischi.

Questo vale certamente anche per i negozi, ma è anche vero che i mercati e lo shopping favoriscono la circolazione delle persone che va invece evitata. Se serve poi un lockdown per tutelare la salute pubblica, gli ospedali e l’insieme dell’economia noi non avremmo obiezioni.
 
La pandemia ha messo infine in luce i veri equilibri politici e economici di questa terra e anche il valore reale della “Sozialpartnerschaft”. Si ha un po’ di voce in capitolo se si canta nel coro e se serve per rafforzare l’agenda proposta da altri. Il dissenso è sgradito e considerato dannoso per la collettività. Noi non chiediamo altro che essere considerati una parte sociale alla pari e che ci sia almeno la volontà di considerare e valutare le argomentazioni d noi messe in campo, nonché cercare ove possibile soluzioni condivise.

Purtroppo le voci che si sentono sono da mesi sempre le solite, mentre tutto gli altri vengono ignorati. Anche noi vogliamo una terra prosperosa ma anche più equa. Anche noi siamo interessati a salvaguardare la nostra economia, anche se abbiamo pochi dubbi che finita la fase critica torneremo nuovamente nel limbo.

Speriamo che almeno la politica abbia imparato la lezione e cerchi finalmente di uscire dalla morsa esercitata da alcune forze economiche. Questo ci farebbe uscire da un provincialismo troppo accentuato, aprirebbe finalmente nuovi orizzonti e ci porterebbe sulla strada verso quelle innovazioni che sono necessarie per rimanere ancorati alle economie più avanzate.

Alfred Ebner