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Un pamphlet ambientalista

“Bambole di pietra” di Paolo Martini ripercorre la storia delle Dolomiti, denunciandone lo sfruttamento turistico – dalla conquista alpinistica al mantra della sciabilità
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Si presenta come un'innocua guida tascabile; in copertina, si staglia l'inconfondibile profilo dello Sciliar visto dall'Alpe di Siusi. Ma è proprio dietro alle apparenze che indaga il giornalista di viaggio Paolo Martini con il libro Bambole di pietra: la leggenda delle Dolomiti” (Neri Pozza, 2018), un inconsueto quanto graffiante racconto-inchiesta sulle montagne dichiarate dall'Unesco “Patrimonio dell'Umanità”. Sembra il sequel, o meglio, l'instant book della (bella) puntata sulle Dolomiti delle “Meraviglie”, il programma Rai condotto da Alberto Angela che ha guidato i suoi affezionati telespettatori tra i siti italiani tutelati dall'Unesco. Martini non si accontenta però dell'immagine da cartolina trasmessa in televisione: rimuove sin da subito la patina “idilliaca” domandandosi cosa avrebbe detto il geologo francese Déodat de Dolomieu – scopritore nel Settecento della pietra che ne porta il nome e forma i “Monti Pallidi” tra Trentino, Sudtirolo e Veneto – di fronte alla costruzione di un imponente impianto di risalita sulla Marmolada o all'invasivo innevamento artificiale delle piste da sci: “Svetterebbe accanto ai militanti di Mountain Wilderness” o si “metterebbe al servizio del WWF”, risponde l'autore.

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La copertina della guida "Bambole di pietra" con le punte Santner ed Euringer dello Sciliar.

Bambole impietrite

Proseguendo la lettura, sembra di rivedere alcune scene della Piefke Saga, lo sceneggiato del regista nordtirolese Felix Mitterer che negli anni novanta tratteggiò un futuro distopico per il turismo alpino, con neve artificiale tra i prati estivi e scale mobili sugli alpeggi. Un futuro, secondo l'autore, divenuto l'incubo del presente: la “trasformazione antropologica” delle popolazioni del Sudtirolo e delle valli ladine “sembra quasi identica a quella dei vicini cugini del Tirolo del Nord”. Il titolo riprende una leggenda ambientata ai piedi del Latemar, alle spalle del Grand Hotel sul lago di Carezza voluto dall'iniziatore del turismo dolomitico, Theodor Christomannos, e che vide tra le sue ospiti più illustri l'imperatrice Sissi. Una strega convince la bambina Ménega a pretendere delle bambole vestite d'oro, anziché accontentarsi di quelle con abiti di seta promesse in regalo da un anziano incontrato sui pascoli. Ménega non ebbe né le une né le altre: le splendide bambole dagli abiti di seta, uscite da una misteriosa porta fra le rocce, sfileranno in passerella dinanzi a lei, ma una volta pronunciata la formula magica suggerita dalla strega si trasformeranno in campanili di pietra. Secondo Martini, i sudtirolesi che abitano le Dolomiti sono un po' come Ménega: incontentabili.

Turismo di massa & ricchi cicloturisti

A commentare lo sviluppo turistico della regione sono i personaggi della storia (a dire il vero tutti uomini: oltre a Dolomieu, Cesare Battisti, Dino Buzzati, Andreas Hofer, Luis Trenker) attraverso delle lettere scritte di loro pugno – ma del tutto immaginarie. Dal Grand Tour si passa attraverso il nascente alpinismo, il romanticismo tedesco, i nazionalismi tra le due guerre, sino ad arrivare al “eco-ego-turismo” dei giorni nostri: un luna park per turisti benestanti, la “classe agiata” che si rinchiude nei resort di lusso, vola in elicottero, pedala su biciclette che costano migliaia di euro. “La Heimat torna utile per far quattrini” scrisse Joseph Zoderer, e come dargli torto – sostiene Martini – di fronte al rimbombo delle moto sui passi, alle code per i mercatini, alla “sciabilità” perenne, che deturpano l'ecosistema e la pace delle vette. Il giornalista ci pone davanti uno specchio da cui non possiamo distogliere lo sguardo, concludendo all'insegna del motto lentius profundius suavius di Alexander Langer. In tempi di olimpiadi invernali, un buon auspicio.

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