Società | Olimpiadi

A volte un no, vale molti sì futuri

Caro Stefano, sei mai stato a Tor Vergata alla ‘Città dello sport’? C'è lo scheletro di 75 metri di altezza disegnato da Calatrava, ma non ci arriva neanche la metro.
Avvertenza: Questo contributo rispecchia l’opinione personale dell’autore e non necessariamente quella della redazione di SALTO.
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Foto: salto

“Mi preoccuperei se dovessi costruire una linea della metro nella Capitale, che fra continui ritrovamenti archeologici durante gli scavi e scandali legati alla corruzione si finisce per spendere 10 milioni di euro al km anziché 2, ecco, quelli sono costi che avrei timore di non riuscire a tenere sotto controllo, non certo quelli delle infrastrutture sportive”. Quando ho letto questa dichiarazione di Podini presidente della Lipam (Lega Italiana Pallamano Maschile), dirigente del Loacker Bolzano nonché ex azzurro della pallamano, su Salto.bz, 4.10.2016 “Momenti di gloria (perduta)” mi sono chiesto, e mi viene da chiedergli: “Ma Stefano, non sei mai stato a Tor Vergata a vedere la ‘Città dello sport’ che, a proposito di infrastrutture sportive, è l’emblema assoluto dello spreco, della cattiva gestione, dell’incompetenza, della superficialità di certa classe dirigente, gran parte della quale è ovviamente favorevole al sì per le Olimpiadi romane del 2024?” Forse farebbero bene Heinz Gutweniger, Stefan Leitner e Stefano Podini a fare un giro a Tor Vergata, zona in cui non arriva una linea di metro, un mezzo pubblico ed è difficile da raggiungere pure in auto.

Farebbero bene a visitare quella landa desolata in cui emerge lo scheletro di 75 metri di altezza disegnato da Calatrava, che per tirarlo su c’è voluto tanto ferro quanto quello servito per la Torre Eiffel. Forse non sanno queste persone, che tanto fanno per lo sport, che questa fantomatica Città dello Sport, voluta dal sindaco Veltroni e passata per le mani di Caltagirone, Bertolaso, Alemanno per diventare oggi il più emblematico monumento allo spreco di Roma e del Lazio, dato che i soldi li ha messi anche la Regione, doveva ospitare i mondiali di nuoto del 2009 che si sono svolti invece nel vecchio impianto del Foro Italico. Forse non sanno che quest’opera incompiuta e senza senso è costata già 200 milioni di euro e che per portarla a termine ce ne vorrebbero altri 426, sei volte la stima fatta quando venne ideata. Ovviamente le ragioni del no alle Olimpiadi di Roma sono molte altre e mi vengono in mente le parole del compianto Pietro Mennea che nel suo libro “I costi delle Olimpiadi” (Ed. Delta 3) scrive: «Da Melbourne 1956 ad oggi, tranne l’edizione di Atlanta, dopo le Olimpiadi tutte le economie nazionali hanno subito una frenata». Mennea si rifà ai dati forniti dopo le Olimpiadi di Pechino del 2008 da Stephen Jen dell’istituto di credito Morgan Stanley: «dal 1956 i tassi di crescita del Pil, dei beni capitali e degli investimenti totali hanno registrato una decelerazione rispettivamente del 4%, del 6% e del 10% dell’anno precedente i Giochi rispetto a quello seguente».

Forse l’amico Leitner, ottimo direttore dell’Assisport Alto Adige non è nemmeno mai stato a Sestriere, dove è stato realizzato uno dei tre villaggi olimpici in occasione delle Olimpiadi invernali di Torino 2006. Oggi le ex residenze atletiche, costate in tutto 52,4 milioni di euro, sono vendute dalle cooperative che le hanno costruite a un prezzo scontatissimo. Ed ecco cosa scrivono queste società immobiliari nei loro siti: «Avendo beneficiato di un contributo dallo Stato e dalla Regione Piemonte pari al 40% del suo costo di costruzione, le unità residenziali te le offriamo a un 40% in meno rispetto al mercato di Sestriere». Ma che bello lo sconto: peccato però che sia uno sconto pagato con oltre 20 milioni di euro di tasse versati dai cittadini allo Stato. Forse Gutweniger del Coni nemmeno sa che per le finanze pubbliche, Torino 2006 è stato un pozzo senza fondo. Cito Torino per uscire dal mantra ‘Roma ladrona’ e per allontanarmi dall’abuso di luoghi comuni. Non c’entra la ‘banda del mattone’, non c’entrano i ‘poteri forti’, è solo una questione di buon senso. Ogni tanto è necessario dire no per evitare guai maggiori. Ogni tanto è necessario dire no perché nuovi sì diventino possibili in futuro.