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Il dibattito

Bilinguismo e utopie

Quanto manca alla scuola bilingue? Cosa vogliono le famiglie? Sono le solite manovre elettorali? Parlano i protagonisti del mondo scolastico.
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Inesauribile, a quanto pare, il tema della scuola bilingue torna a polarizzare il dibattito pubblico. Primi attori, stavolta, un gruppo di addetti ai lavori che si sono ritrovati ieri sera (15 settembre) al liceo Carducci di Bolzano in occasione di un incontro intitolato “La scuola parla, la politica ascolta” organizzato dalle insegnanti Francesca Morrone e Rosanna Olivieri (quest’ultima anche giornalista).

"Il 77% dei genitori di lingua tedesca vuole che a scuola venga migliorato l’insegnamento della lingua italiana che reputano di livello non sufficiente, e questa richiesta non arriva solo dalle famiglie residenti nel capoluogo ma anche dalle valli"

Il quadro tracciato da Stefania Cavagnoli, docente universitaria di glottodidattica e consulente scientifica delle intendenze scolastiche per i progetti di immersione, clil e sperimentazioni linguistiche per il Trentino Alto Adige, è sostanzialmente positivo dal punto di vista delle competenze dei docenti “che in questi anni sono aumentate, così come quelle degli studenti”. Alla faccia della retorica disfattista. Degno di nota il dato fornito da Florian Peer della Consulta genitori di lingua tedesca: “Secondo un sondaggio che abbiamo condotto il 77% dei genitori di lingua tedesca vuole che a scuola venga migliorato l’insegnamento della lingua italiana che reputano di livello non sufficiente, e questa richiesta non arriva solo dalle famiglie residenti nel capoluogo ma anche dalle valli”.

Altro protagonista nell’ambito della discussione su scuola e bilinguismo è il metodo CLIL, l’immersione linguistica, ovvero l’insegnamento di alcune discipline nella seconda lingua. Approccio che, secondo Cavagnoli, dovrebbe essere inserito molto precocemente nella didattica, “i percorsi CLIL - spiega - vengono attivati in quarta superiore, il Ministero dell’Istruzione lo prevede addirittura per la quinta classe ma l’Intendenza ha deciso di anticipare di un anno, ed è comunque già tardi per iniziare”.

Insiste da sempre sull’approccio ludico alla lingua l’insegnante della scuola d’infanzia di lingua tedesca Cornelia Brugger, “stando molto a contatto con la babysitter di madrelingua italiana, mio figlio a 3 anni parlava già un perfetto pugliese”, racconta in un sorriso e, ricordando la sua esperienza in un asilo di lingua tedesca di Terento, conferma quanto rilevato da Peer: “Molte erano le richieste, anche di alcuni papà Schützen, di parlare italiano fra le mura scolastiche, cosa che cominciammo a fare con i bambini dopo diversi scambi epistolari con ispettori e assessore Achammer che alla fine ci diede il via libera. Oggi - prosegue - insegno alla Martin Knoller di Gries dove ho una classe di 25 bambini, 4 ‘tedeschi’, 16 ‘italiani’, e gli altri bilingui o stranieri, che parlano italiano fra di loro. Per questo i genitori di lingua tedesca non iscrivono i figli nelle scuole italiane: la seconda lingua la imparano anche nei ‘loro’ Kindergarten. E la soluzione di tutti i problemi non è certo parlare esclusivamente tedesco ai genitori di lingua italiana durante le udienze, perché in questo modo si arriva a una discriminazione pura, occorre piuttosto dare la possibilità a chi è interessato di iscrivere i figli alla scuola bilingue”.

"La scuola bilingue spaventa perché si ha paura di perdere il proprio posto di lavoro, deve esserci perciò reciprocità e questo deve essere garantito dalla politica" (Raffaella Cerutti)

C’è tuttavia un altro fattore da considerare, dice un’altra insegnante, Raffaella Cerutti: “Nelle scuole d’infanzia italiane possono venire a insegnare anche maestre di lingua tedesca, lo sancisce una delibera che scavalca l’articolo 19, e sono 8 i posti messi loro a disposizione. La scuola bilingue spaventa perché si ha paura di perdere il proprio posto di lavoro, deve esserci perciò reciprocità e questo deve essere garantito dalla politica”.

Torna sul proscenio il modello paritetico ladino, classe 1948, “l'alfabetizzazione totale avviene sin dalla prima elementare, quindi si cresce tutti insieme e sin dalla scuola d'infanzia non c'è alcuna divisione fra i gruppi linguistici - sostiene Stefano Zanotti (Consulta genitori di lingua ladina) -, essere plurilingui rafforza la madrelingua e se i ladini risultano sempre ai primi posti nel conseguimento del patentino A lo si deve anche al nostro sistema scolastico, ritengo che si deve debba puntare sempre di più sulla formazione dei docenti e anche sulle attività extra-scolastiche”. Giacomo Fabris, ex presidente della Consulta studenti di lingua italiana, ormai diplomato, aggiunge che è necessario rimettere al centro lo studente e lasciare da parte il lato ideologico.

Fra il pubblico c’è chi non manca di evidenziare che l’abusato tema della scuola bilingue viene immancabilmente riesumato con l’avvicinarsi degli appuntamenti elettorali per poi essere ricacciato nell’angolo, a portata di mano per la prossima occasione “lucrativa”. Resta il fatto che sforzarsi a parlare la lingua dell’altro o impararla quantomeno a livello ricettivo è la cosa da fare, riassume Cavagnoli. In sala sono presenti anche alcuni esponenti politici, fra gli interventi quello di Alessandro Urzì (Alto Adige nel cuore), secondo cui la forte richiesta di un insegnamento plurilingue da parte delle famiglie denota che “l’offerta non è evidentemente sufficiente e il problema è politico perché è la stessa politica ad aver elaborato l’articolo 19 che per la maggioranza di governo, che decide, è un muro invalicabile. Il punto è che la scuola in Alto Adige non è così autonoma come dichiara di essere, né sul piano didattico, né su quello organizzativo, né su quello didattico”.

Meno “pessimista” Riccardo dello Sbarba (Verdi) che certifica un netto avanzamento, negli anni, nel campo del bilinguismo, “si sono fatti passi da gigante grazie alla pressione venuta dal basso e bisogna avere fiducia che se ne faranno altri. 3 sono i livelli di proposte sull’apprendimento - conclude - : migliorare gli strumenti attuali, la scuola plurilingue e il CLIL, e la cosiddetta terza via ovvero la scuola comune in cui tutto l’ambiente, dai bidelli ai docenti, è plurilingue. Si tratta ancora di un’utopia oggi, ma sono convinto che fra qualche anno ci arriveremo”.

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