Curon
Massimiliano Boschi
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Sudtirolo allo specchio

Il libro “La montagna disincantata” raccoglie i reportage sull'Alto Adige di Massimiliano Boschi. Tra globalizzazione, turismo e la “sopravvalutata” questione etnica.
Di
Ritratto di Valentino Liberto
Valentino Liberto20.02.2021
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È impossibile parlare de “La montagna disincantata. L'Alto Adige/Südtirol tra mito e presente” (edizioni alphabeta Verlag, 2020) senza parlare del suo autore, di cui questo libro rappresenta una sorta di autobiografia altoatesina. Il giornalista Massimiliano Boschi, nativo di Bologna, nel 2012 sceglie di trasferirsi da Imola a Bolzano per lavoro, dopo aver trascorso in passato diversi periodi di villeggiatura tra le amate montagne del Sudtirolo. Appena giunto nella città capoluogo, apre un blog e cerca delle risposte agli interrogativi che si era posto durante le sue vacanze. Essendo cresciuto altrove, non ha vissuto le stratificazioni del cosiddetto “disagio degli italiani”, legate alla (non) conoscenza del tedesco e ai traumi storici, e prova verso di esse una forma di disinteresse. Perciò si domanda, con ancora un po' del distacco del turista, perché la “questione etnica” assorba così tante energie nel discorso pubblico (e politico) della provincia più a nord e tra le più ricche d'Italia.

Nel suo libro, Boschi ha raccolto una serie di mini-inchieste realizzate per le testate con cui collabora, in primis per la rubrica Alto Adige Doc su Alto Adige Innovazione. Interessante la costruzione, o meglio l'incastro, tra articoli ripubblicati ed elementi da reportage di viaggio: una successione riuscita, considerando il rischio che la narrazione procedesse a scatti. Invece la lettura avanza scorrevole, accompagnata da immagini, tra le due direttrici geografiche percorse dall'autore: nord-sud ed est-ovest. La prima più focalizzata sul fenomeno migratorio, la seconda incentrata sulle conseguenze dello sviluppo turistico sul territorio – e sulle persone che lo abitano. Secondo il giornalista, il Sudtirolo si può raccontare diversamente, illuminando quanto sfugge alla narrazione ufficiale, senza però dover necessariamente attaccare il “modello Alto Adige”. L'operazione riecheggia quel “Raccontare il Sudtirolo” di langeriana memoria (a proposito, bello il capitolo "La Vipiteno di Langer" che conduce in realtà alla Merano ebraica del nonno omonimo) anche se qui viene da domandarsi quali siano i veri destinatari del racconto di Boschi: se i “lettori fuori provincia” o piuttosto i “lettori di Bolzano”.

Massimiliano Boschi
Il giornalista Massimiliano Boschi (Bologna, 1968) vive a Bolzano dal 2012. Oltre a curare – con Gabriele Di Luca – le pagine culturali in italiano del settimanale sudtirolese “FF”, collabora con la testata “Alto Adige Innovazione”.

 

Turismo, tra ciclabili e selfie

Boschi è un giornalista che ama muoversi in autonomia, propone temi alle testate giornalistiche con le quali collabora, ostentando una certa propensione a non volersi attirare simpatie, a voler sollevare domande scomode. E come può accadere a chi ha all'attivo una certa produzione di inchieste, Boschi si assume dei rischi, scivolando a volte nei pregiudizi (positivi o negativi) che cerca di combattere con il proprio lavoro. Come quando, ad esempio, dopo aver raccolto la testimonianza di un sindacalista sui turni massacranti e i gravi rischi per la salute – tra cui la silicosi – a cui vanno incontro gli operai del BBT, afferma nella pagina seguente che l'aria respirata nei tunnel del cantiere sia a suo giudizio inaspettatamente buona. Oppure, quando a Bolzano sottolinea l'insensatezza del refrain “un tempo si poteva tenere aperta la porta di casa”, o l'installazione dei new jersey anti-terrorismo in Piazza Walther, come se questi fossero fenomeni squisitamente bolzanini e non la tipicissima consegunza del trionfo d'una certa cultura securitaria in tutte le città medio-grandi.

Sarebbe però superficiale soffermarsi su queste leggerezze. Colpisce ad esempio il raffronto tra due universi tutto sommato vicini eppure agli antipodi, ovvero Venosta e Pusteria, che ricorda un bel libro curato anni fa da Maria Pia De Martin e Gianni Bodini (“Val Pusteria e Val Venosta: un oriente e un occidente a confronto”). I capitoli sulla Val Pusteria e la sua identità rappresentano un libro nel libro, un viaggio nel viaggio, tra pedalate e lunghe interviste. C'è San Candido trasformata in una Disneyland stile Cortina, ci sono gli inconvenienti in bici con la figlia Sofia e infine l'anima un po' austriaca dei pusteresi, distanti dal capoluogo e con un approccio (forse) meno conflittuale verso il turismo italiano. Da assiduo frequentatore delle valli quale è, Boschi conosce alcune pieghe del Sudtirolo meglio di chi ne abita i grandi centri. Eppure la Val Pusteria è talmente un mondo a parte, che è costretto a osservarla da vero esterno, con maggiore distacco e serenità. Fra le pagine migliori del libro, spiccano quelle scritte ai margini della provincia autonoma: dal Brennero oggi abitato da una folta comunità pachistana, alla sottovalutazione del turismo di massa, che ha reso il lago di Braies (e potenzialmente il campanile di Curon) icone a uso e consumo di tv e Instagram.

Un conflitto che non esiste?

La questione etnica sembra innescare invece maggior coinvolgimento nell'autore, nonostante l'intento dichiarato di volersene liberare. La tesi di Boschi è che la presenza crescente di nuove cittadine e nuovi cittadini provenienti da ogni parte del mondo, quella dei mistilingue e gli effetti della globalizzazione – in primis l'uso della lingua inglese oltre il dualismo italiano-tedesco – spazzerà via le “sopravvalutate” beghe etniche che appassionano “noi” sudtirolesi. Dico noi, ma in esso includo anche l'autore de La montagna disincantata: “Meglio uno sguardo esterno, meno coinvolto di chi risiede in Alto Adige”, scrive Boschi a un certo punto, riconoscendo di essere pure lui parte di quel gioco, oramai. E la domanda se la questione etnica meriti o meno le nostre continue attenzioni aleggia nel libro come se non si potesse affrontare alcun tema senza porsela, in modo (questo sì) molto altoatesino. Fallisce così il proposito liberatorio di “spennare e cuocere l'aquila tirolese” – come scrisse Claudio Magris in Microcosmi riguardo l'ossessione per il confine della letteratura sudtirolese.

Detto questo, la domanda è giusto porsela. La divisione dei figli dell'immigrazione in scuole italiane e tedesche a Fortezza (come racconta il libro) non è ainoi solo una scelta politica della SVP, e il Sudtirolo “pacificato” è anche lo stesso nel quale la separazione etnica è stata normalizzata con tutte le sue regole: censimento, proporzionale, patentino, scuole separate, partiti etnici. Boschi scambia la pacificazione, l'assenza di conflitti fisici, per quella che è a tutti gli effetti una normalizzazione della separazione, il conflitto etnico che non si vede – ma c'è nell'ignorarsi. Lo rivela la figlia Sofia: per la sua generazione il razzismo o la “divisione italiani/tedeschi” non ha senso, ma al padre confessa di non frequentare tedeschi. Sostenere a tutti i costi che la questione etnica non sia più così rilevante, che l'Alto Adige possa essere un posto come un altro nel mondo globalizzato, dove lavorare ed eventualmente crescere i propri figli, non romperà per magia l'incantesimo identitario che ne distrae gli abitanti. Non basta girarsi dall'altra parte: occorre guardarsi allo specchio.

La montagna disincantata è una guida alternativa all'Alto Adige che offre in primo luogo alle e ai suoi abitanti la possibilità di specchiarsi. Forse non era nelle intenzioni dell'autore, affezionatosi al Südtirol durante le sue vacanze tanto da averlo scelto come luogo di vita – con immutata convinzione – e senza perdere l'emozione per quelle fresche mattine d'estate in montagna. Ma è uno specchio anche dei suoi Turbamenti da neo-altoatesino, parafrasando Musil: di chi è combattuto tra lodare i sentieri curati e le possibilità lavorative “a differenza del resto d'Italia”, e una questione identitaria che tra le Dolomiti non è tramontata.

La montagna disincantata

 

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