Carlo Giuliani
Reuters/Contrasto
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Genova 2001

Miravano la luna, guardavate l’estintore

Il G8, la morte di Carlo, le torture della Diaz. Dirigenti promossi, la caccia alle streghe nere e una memoria condivisa che non c’è. Cosa resta di Genova vent’anni dopo?
Di
Ritratto di Elisa Brunelli
Elisa Brunelli20.07.2021
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È il 5 marzo 2018 e a Firenze piove. Il giorno prima c’erano state le elezioni dove ha trionfato quel leader che del razzismo ha fatto la sua fortuna politica ma che almeno oggi non mi va proprio di nominare. Il mese prima, a Macerata, Luca Traini prende una pistola, si avvolge in un tricolore e comincia a sparare sui neri che entravano nel suo campo visivo, ferendo in totale sei persone, tutte di origine africana. È il 5 marzo 2018 e a Firenze piove. In un angolo di Ponte Vespucci che scavalca l’Arno si trova Idy Diene. Viene dal Senegal e si guadagna da vivere vendendo ombrelli e sorridendo ai passanti, anche a quelli più ostili. Quel giorno Roberto Pirrone, che la stampa ha rinominato l’ex tipografo, prende una pistola e comincia a camminare fino a che in Ponte Vespucci non scorge lui, Idy. Non sappiamo se Idy, vedendo quello strano pensionato tutto fradicio e dall’aria scorbutica gli abbia sorriso, oppure chiesto se avesse avuto bisogno di un ombrello. Sappiamo solo che Idy cade a terra dopo essere stato raggiunto da tre proiettili sparati dalla rivoltella di Pirrone, di cui uno alla nuca. È morto. La notizia raggiunge la comunità senegalese, dove Idy era conosciuto e rispettato da tutti. Si riuniscono, hanno paura. Ricordano che Firenze non è nuova alla caccia al migrante: l’ultima che si ricordi è nel 2011, quando il neofascista di Casapound Gianluca Casseri ha ucciso sempre con una pistola altri due senegalesi. I più giovani sono irrequieti. Si sentono dei target. Sono dei target. È solo il primo giorno post elezioni della campagna elettorale più razzista che l’Italia repubblicana abbia mai ricordato che cosa potrà succedere poi? Alcuni di loro si staccano, percorrono le vie della città. Sono esasperati e lo vogliono gridare a tutti. Nella foga rovesciano alcune fioriere, danneggiano la recinzione di un cantiere. Avevano persino provato a bloccare un'auto, ma all’arrivo degli agenti di polizia hanno desistito. Il tutto immortalato dallo sciame di giornalisti e telecamere che li ha pedinati dall'inizio alla fine. Non hanno ferito nessuno ma è come l’avessero fatto. Ad un certo punto, in pratica subito, il dibattito si è spostato su quello: le fioriere! La sera stessa il Sindaco di Firenze Dario Nardella in un tweet, oltre a sbagliare a scrivere il nome della vittima, ha scritto: “Comprendiamo il dolore della comunità senegalese ma la protesta violenta di questa sera in centro è inaccettabile. I violenti, di qualsiasi provenienza vanno affidati alla giustizia”. L’ulteriore schiaffo arriva nel momento in cui la comunità senegalese, di cui molti sono venditori ambulanti, sentendosi probabilmente sotto torchio, è indotta non solo a scusarsi ma finirà per devolvere parte dei loro miseri ricavi al comune di Firenze così che possa ricomprare quelle fioriere andate rotte mentre quel che avanzerà, se avanzerà, verrà donato ai famigliari di Idy.

Idy diene

 


Se siete arrivati fin qui sappiate che non avete sbagliato articolo. Ma allora perché partire con questa storia apparentemente così scollegata da quello che effettivamente questo articolo si presuppone di raccontare, ovvero il G8 di Genova del 2001? Innanzitutto quella volta a Firenze io c’ero. O meglio, non ero su Ponte Vespucci nel momento dello sparo e nemmeno nelle vie dello shopping fiorentino a veder perire le sacre fioriere poste a loro ornamento però a Firenze c’ero, e quel giorno giravo la città con uno zaino pesantissimo e un ombrello che avevo comprato proprio da un ambulante del luogo. A Genova invece quell’estate del 2001 non c’ero, a differenza di alcune delle persone migliori che negli anni ho incontrato lungo il mio cammino e che da sempre mi ricordano che la memoria è un ingranaggio collettivo, che in quanto tale va lubrificato e fatto funzionare tutti i giorni, insieme. Non me ne faccio una colpa per non esserci stata, l’età era quella che era e si limitava ancora a una sola cifra. Però in qualche modo, la responsabilità di lubrificare quell’ingranaggio collettivo me la sento comunque addosso. È il 20 luglio del 2001 e fuori c’è il sole. Alle 17.27 anche Carlo Giuliani viene raggiunto da due colpi di pistola sparati dal Carabiniere Mario Placanica. Non muore subito, a questo ci pensano le ruote del Defender da cui veniva lo sparo che lo schiacciano prima in avanti e poi in retromarcia sbriciolando le ossa e le interiora di quel corpicino esile alto un metro e sessantacinque

Carlo Giuliani

Da diversi anni, ogni 20 luglio seguo una sorta di rito. Apro il blog dei Wu Ming e rileggo un articolo pubblicato nel 2012 dal titolo “Tu che straparli di Carlo Giuliani, conosci l’orrore di Piazza Alimonda?”. So di non essere l’unica. Ci sono state volte in cui sbuffavo, perchè c’erano talmente tanti accessi da far cadere il sito, rendendolo inaccessibile. Subito dopo quello sbuffare si è trasformato in un sospiro di sollievo: qualcun altro, molti altri, stavano oleando in qualche modo quell’ingranaggio. Qualcuno che magari a Genova c’era e che lo stava facendo leggere a qualcun altro che non c’era, magari ai propri figli e figlie, o almeno così mi piace pensare. Ma io credo che molti continuino a seguire il mio stesso rito affinché siano loro stessi a non dimenticare, a non far cadere nell’oblio Carlo e le risate della funzionaria di polizia che al telefono ululava “uno a zero per noi”, la macelleria della Diaz, le torture a Bolzaneto fatte anche da quei medici, come il “Dottor Mimetica”, che anni prima avevano fatto il giuramento di Ippocrate. 
C’è tutto. È tutto documentato, negli archivi dei processi, nelle contro inchieste, negli scatti che i fotografi riuscivano a portare in salvo quando la polizia non distruggeva l’attrezzatura e perchè no, anche il setto nasale. Tra questi ricordo Eligio Paoni. È stato lui per primo ad aver fotografato il corpo a terra di Carlo, sebbene la sua Leica sia stata poi distrutta dalle Forze dell’Ordine. Per forza, lo ha fotografato troppo presto, rischiando di far naufragare il teatrino che il vicequestore Adriano Lauro, degno di una candidatura all'Oscar, ha messo in piedi subito dopo lo sparo non appena si è accorto che una telecamera vicino lo stava riprendendo:


 

Per rendere ancora più credibile la scenetta del vicequestore, un poliziotto prende un sasso, lo scaraventa ripetutamente sulla fronte di Carlo e, insanguinato, lo lascia lì vicino ma prima, un altro agente trascina Paoni e gli preme la faccia su quella insanguinata di Giuliani. Era ancora vivo.

Carlo Giuliani
"Sei stato tu, con il tuo sasso"

Carlo Giuliani
Foto: Wu Ming Foundation

 

L’estintore

Ogni 20 luglio rappresenta una cesura. Ad essere sempre di più netta non è però solo la linea di demarcazione che separa chi ha (ma anche vagamente) a cuore il rispetto dei diritti umani e i principi base della democrazia rispetto a chi sta dall’altra parte, quella più buia che il fumettista Michele Rech, in arte Zerocalcare, ha riassunto così:

Zerocalcare

e le cui fila vengono ingrossate quotidianamente anche da noti spezzoni di politica locale:

Massimo bessone
Massimo Bessone, assessore proviniciale all'edilizia e al patrimonio (Lega)

 

Le dinamiche di quello che è stato l’orrore di Piazza Alimonda nel corso di questi vent’anni sono state rese note chiaramente e in più ripartite, ma nonostante questo il corpo snocciolato di Carlo Giuliani è ancora una volta un campo di battaglia. Banchettano gli sciacalli della parte buia che sta oltre la barricata e sentenziano i precursori del comitato tutela fioriere di Firenze.
C’è una narrazione tossica di fondo che vuole separare i fatti di Piazza Alimonda dalla sequenza di eventi che l’hanno provocata, come fosse una cosa calata dall’alto, successa all’improvviso e completamente estemporanea.


 

Forse l’Assessore provinciale Bessone e molti altri assieme a lui non ricordano od omettono consapevoli le violentie ed illegittime cariche (così come sono state definite in sede di tribunale) al corteo autorizzato delle tute bianche mentre passava sul percorso che era stato già preventivamente concordato in Via Tolemaide. Non si ricordano le camionette che rincorrono, tentando di investirli, i manifestanti che scappano, anche sul marciapiede. Non si ricordano di un paio d’ore prima, quando cinquanta poliziotti hanno preferito indietreggiare e lasciare agire indisturbata quella manciata di persone che componevano il blocco nero intente ad assaltare il carcere di Marassi. Non si ricordano nemmeno di quel momento in cui le forze dell’ordine, una volta lasciato il carcere, hanno preferito invertire il senso di marcia in direzione di quelli della rete Lilliput, che stavano in un’altra piazza assieme alle suore e ai banchetti del mercato equosolidale. Erano quelli che a Genova erano conosciuti per essere i più pacifisti di tutti, quelli con le mani dipinte di bianco che hanno prontamente e ingenuamente alzato di fronte allo squadrone in divisa, che al manganello di ordinanza ha preferito brandire le spranghe di ferro e le mazze da baseball mentre l’aria era resa irrespirabile ovunque dai gas CS, che non si sa perché nell’ambito di guerre internazionali il loro utilizzo è stato bandito nel 1993 dalla convenzione sulle armi chimiche di Parigi mentre fa parte allo stesso tempo dell'equipaggiamento delle forze di polizia italiane da ormai trent’anni. 
Il problema resta quell’estintore vuoto, che pesava circa sei chili e che continuava a rotolare in piazza e dopo che i carabinieri ne hanno portato in piazza qualcuno.

g8 carabinieri estintore
Frame del documentario "La trappola"

 

C’è un’incapacità di base che non riesce a distinguere la violenza di chi aggredisce (anche se lo sta facendo da ore su dei manifestanti che hanno capito presto che l’obiettivo non era più violare simbolicamente la zona rossa ma portare a casa la pelle) da quella di chi si sta difendendo e reagendo a una violenza che subita da ore. Un feticismo del martirio cristiano iconoclasta in grado di solidarizzare, quando lo fa, solo con quei corpi docili e indifesi che, almeno secondo loro, non provano a reagire e che per questo motivo meritano la coccarda del manifestante buonoTM. Il giorno successivo all'uccisione di Carlo Giuliani si sarebbe tenuta un’altra manifestazione. Qualcuno decide di non parteciparvi. Piero Fassino, allora leader dei DS, l’aveva annunciato a Porta a Porta: in protesta alle violenze che ha visto protagonisti i manifestanti, oltre a ritirare l’adesione invitava a boicottare il corteo del sabato. Si aspettavano 100 mila persone, ne arrivarono 300 mila.
I proiettili che hanno colpito Carlo non sono stati gli unici e nemmeno i primi ad essere sparati. La beretta di Placanica non è stata la sola a essere sfilata dal fodero. C’è una memoria divisa, che porta qualcuno a dire che in fondo Carlo Giuliani se l’è andata a cercare, che in fondo, anche se era a tre metri, stava brandendo un estintore e quindi, di conseguenza, niente coccarda del manifestante buonoTM (che diversi anni dopo non hanno meritato nemmeno i fratelli di Idy a Firenze) che gli avrebbero garantito la soldiarietà. E poco importa se il Carabiniere che ha sparato era già intento a prendere la mira su chi si trovava in piazza, Carlo compreso.

Carlo Giuliani
"Ha preso l'estintore, ho estratto la pistola". Carlo Giuliani è quello centrale, con la canottiera bianca e senza estintore. Mario Placanica è quello dentro al defender, con la pistola puntata.

 

Alla fine per la morte di Carlo non ha pagato nessuno. Si è parlato prima di legittima difesa, poi di un sasso che ha deviato il proiettile sparato in aria facendogli cambiare direzione fino allo zigomo di un ventitreenne che quel giorno, con il costume sotto la tuta, voleva andare al mare.


Cosa resta

Io a Genova non c’ero. Ma ho visto quello che è successo dopo. Qualcuno ha pagato più di tutti e qualcuno continua a pagare ancora oggi: Carlo, chi è stato massacrato alla Diaz, chi torturato a Bolzaneto e chi è stato condannato. A dieci persone è stato contestato il reato di devastazione e saccheggio, un retaggio del codice Rocco e mai più rispolverato dal dopoguerra fino ai fatti del G8.  È un reato bizzarro, quello di devastazione e saccheggio. Si parla di messa in crisi di ordine pubblico e danneggiamento di beni anche con la "compartecipazione psichica" che significa che non serve rompere alcunché, basta solo essere presenti mentre qualcun altro lo sta facendo. Alcune delle pene inflitte sono arrivate fino a quindici anni di carcere, alcune scontate fino all’ultimo giorno. Non sono stata a Genova ma ho visto come una vendetta di Stato mai assopita nel 2019, dopo 18 anni, ha fatto arrestare l’ultimo dei manifestanti in Francia, dove viveva ben inserito da molti anni. La Repubblica francese in quel caso aveva rigettato la richiesta di estradizione: non viene riconosciuto il reato di devastazione e saccheggio perché in Francia non esiste. In realtà, a parte l’Italia, esiste in soli altri due paesi europei.
I dirigenti della polizia e carabinieri, responsabili della disastrosa gestione dell’ordine pubblico che lasciava campo libero al blocco nero per avere il pretesto di accanirsi sul resto del corteo, nonchè i responsabili delle torture e dei massacri dei manifestanti, quelli sì hanno fatto carriera, anche i condannati.

De gennaro
Gianni de Gennaro, Capo della Polizia durante il G8. A processo per istigazione a falsa testimonianza per l'irruzione alla Diaz verrà assolto in Cassazione. È stato sottosegretario con delega ai Servizi segreti e a capo del gruppo Leonardo e Finmeccanica. Oggi è presidente della Banca Popolare di Bari.

 

Di Genova si ricorda poco ma allo stesso tempo si ricorda troppo. Si ricorda poco perché ancora c’è qualcuno che non conosce quanto è accaduto alla Diaz, a Bolzaneto, tra le strade della città di mare che ha dato i natali a De Andrè. Per alcuni è ancora cosa oscura quella volta che lo Stato decise in maniera così plateale di sospendere lo stato di diritto e di di dicharare guerra, quella vera, a centinaia di migliaia di persone che chiedevano solamente la fine delle ingiustizie e della disuguaglianza. 
Allo stesso tempo, di Genova si ricorda troppo perchè è questo che fanno gli anniversari, ricordano. Sono l’unità di misura di ciò che separa il presente da quello che non c’è più. E quello che si è spinti a fare in questi casi è commemorare, ridurre a veglia funebre e a dolorosi flashback da rivivere da solo o con chi era assieme a te. Ma Genova non è stato solo questo e soprattutto non sono stati solo quei tre giorni. Il controvertice si è costruito lungo un intero anno, collocandosi in un percorso cominciato a Seattle due anni prima e che, per una volta ogni tanto, aveva puntato il dito nella direzione giusta, contro l’1% più ricco, le multinazionali, i Grandi Otto che bloccano città e decidono sul destino di miliardi di persone da gabbie dorate e fortezze inespugnabili. Quella volta una moltitudine di diversità a un certo punto, prendendo in prestito le parole di Alessio di Modica, hanno smesso di chiedere all’altro “tu,da dove vieni?” perché c'era una volontà nuova, internazionale, di unirsi e fare una nuova domanda che era: “quale pezzo di strada possiamo fare ora insieme, in quella direzione giusta?”
Io non so se è come dicono, se Genova 2001 ha aperto e chiuso la bara dei movimenti. Io so solo che di questo compleanno, se così lo vogliamo chiamare, non c’è nulla da festeggiare. Non so se sia la fine o un nuovo punto di partenza, oppure entrambi.  Forse l’era dei controvertici è finita ma negli ultimi vent’anni le soggettività che si uniscono per chiedere diritti e cambiamento non si sono placate. Le richieste di cambiamento gridate a Genova sono diventate emergenze e che ancora, oltre a finire pigramente loro stesse sull'agenda di qualche costosissimo summit, in qualche modo continuano ad essere gridate da dei nuovi movimenti che devono, allo stesso tempo, continuamente fare il conto con la retorica dell’estetica della protesta, il bon ton del manifestante redatto dallo stesso che viene contestato o da chi gli strizza l’occhio. Alle femministe la grammatica, ai Black Lives Matter i monumenti razzisti “ma comunque storici”, ai fratelli di Idy le fioriere, a chi era a Genova l’estintore scarico. 
La frase che ultimamente aleggia più spesso, un po' come una mantra è quella dell’ “avevamo ragione noi”. Ma chi sono questi “noi”, in quel mosaico così’ sfaccettato che non ha retto l’urto della repressione feroce? I centri sociali? I Verdi? Le suore? 
Dopo vent’anni forse quel che resta di Genova è questo, che il punto non è chi, di quel “noi,” aveva ragione. Il punto è che alla fine, ad avere torto, erano loro.

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Ritratto di Anonymous Südtirol
Anonymous Südtirol 21 Luglio, 2021 - 11:12

Ottimo articolo su un episodio più che vergognoso.

Quanto successo a Genova nel 2001 è oltre lo scandaloso. Si potrebbe dire: prove generali per lo Stato di Polizia.

Il fatto poi che i mascalzoni che si sono resi colpevoli di violenze, abusi e torture siano stati pure premiati lascia senza parole e la dice lunga su come funziona il Bel Paese. Evidentemente picchiare selvaggiamente suore, anziani, invalidi, genitori e altri che non hanno potuto difendersi dalla violenza è qualcosa di cui lo Stato ha bisogno, che lo Stato persegue, che lo Stato premia. E poi c'è quanto successo alla Diaz e le torture nella caserma di Bolzanetto. Le "forze dell'ordine" al loro peggio.

Brutta gente, gente malvagia, che si è potuta scatenare e picchiare a Genova nel 2001, e senza dover temere consequenze. Una vergogna per lo Stato, per l'Arma, per la PS, la Finanza e tutti coloro che hanno contribuito a creare una situazione di abuso istituzionale. Una macchia tuttora visibile.

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