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Mancanza di visione

C'è qualcuno, qui in Sudtirolo, che abbia il coraggio di desiderare ancora un cambiamento della nostra società?
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Ritratto di Gabriele Di Luca
Gabriele Di Luca20.05.2022
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La parola “visione”, in politica, potrebbe destare giustamente qualche sospetto. È nota, a questo proposito, la frase di Helmut Schmidt: “Wer Visionen hat, sollte zum Arzt gehen”. Eppure, un politico che manchi di una certa visionarietà, vale a dire che concepisca la propria attività solo come un mero esercizio pragmatico, verrebbe meno al suo compito più alto, che è quello di dare una forma più desiderabile alla società in cui opera.

Avere una visione non significa riunciare a un certo sense of humor

È vero, qui occorre fare attenzione. Avere una visione, avendola appena assomigliata alla facoltà d'immaginarsi la forma più desiderabile per una determinata società, non vuol dire rinunciare ad essere anche pronti a riderne, ad essere disposti in ogni momento a distanziarsi persino da questa visionarietà. Una visione non deve diventare un “chiodo fisso”, spingendoci a sacrificare ogni cosa (per esempio i buoni risultati raggiunti) pur di realizzarla. Una delle più belle citazioni di Václac Havel, tolta da un discorso che il presidente ceco fece nel 1999, in occasione del ricevimento di un premio, recita: “There are no exact guidelines. There are probably no guidelines at all. The only thing I can recommend at this stage is a sense of humor, an ability to see things in their ridiculous and absurd dimensions, to laugh at others and at ourselves, a sense of irony regarding everything that calls out for parody in this world”. La visionarietà non andrebbe mai disgiunta dal sense of humor, per evitare che un'idea guida (quel supplemento di idealismo che occorre per mitigare l'eccesso di pragmatismo che inaridisce la politica) evada dalla testa di un leader e si cristallizzi poi in un incubo pubblico.

Arno Kompatscher ha detto molte cose ponderate e giuste, ma c'era in lui anche qualcosa di trattenuto

Ho fatto queste riflessioni l'altra sera, alla biblioteca Tessmann, in occasione di un incontro che, ancora una volta, aveva al centro il libro di Maurizio Ferrandi e Francesco Palermo del quale ho già parlato (e che raccomando, di nuovo, rischiando di essere noioso: ma del resto non è che in giro ci siano molti libri intelligenti che parlano di autonomia sudtirolese). L'ospite d'onore era il Landeshauptmann, Arno Kompatscher, il quale ha detto molte cose ponderate e giuste (ogni volta che vedo e sento Kompatscher dal vivo penso sempre che è una grande fortuna, per noi, avere un Landeshauptmann così elegante, capace, fra l'altro, di esporre le proprie argomentazioni in un italiano brillante, oltre che in un Hochdeutsch impeccabile), eppure c'era in lui, o forse attorno a lui, anche qualcosa di trattenuto, come se, insomma, davanti all'occasione di dire finalmente quale sia, per lui, la forma più desiderabile da far assumere alla nostra società, preferisse ancora trincerarsi in uno schema di rassegnato realismo, quel realismo che ci fa sempre rimandare i cambiamenti a data da destinarsi, in un futuro per definizione fuori dalla nostra portata.

Dovremmo lavorare tutti per l'estinzione di partiti che si definiscono e si costituiscono e si organizzano ricalcando le linee di frattura che la nostra società ha ricucito ma non ancora superato

Ancora più concretamente: ascoltando Kompatscher, l'altra sera, a me è venuto da chiedermi: ma cos'è che mi trattiene dall'appoggiare apertamente quest'uomo, che pure stimo, tanto da non augurarmi solo che si ricandidi e che venga nuovamente eletto, ma dal convincermi anche a votarlo quando (e se) ci sarà l'occasione di votarlo? Essenzialmente una cosa: la Svp, cioè il partito per il quale Kompatscher chiede i voti, è tuttora (per sempre?) un partito che non è riuscito a liberarsi dalla zavorra novecentesca dei nazionalismi, delle appartenenze monolitiche, definite da lingua e cultura, e continua così a interpretare se stesso in modo prevalente come istanza di protezione per un gruppo definito di persone (che poi ci riesca o meno è un altro discorso). Ora, io non ho nulla contro tale istanza, ne condivido, anzi, la necessità storica e credo che in un territorio come il nostro la difesa delle minoranze non debba essere affatto dismessa. Eppure vorrei che anche a me (dico “me” intendendo quelli come me, personalmente non ho alcuna ambizione politica, figuriamoci), vorrei che anche a quelli come me, dicevo, venisse proposta l'adesione piena a responsabilità da assumere senza pregiudiziali configuratesi 100 o 50 anni fa. Anch'io vorrei insomma sentirmi parte di questo progetto, ma non da semplice “governato” o da “comparsa”, quanto piuttosto da “potenziale governante”. Con una formula: non vorrei affermare la mia candidatura sulla base di ciò che “sono” (o che gli altri pensano che io sia) ma a partire da ciò che “potrei fare”. Ecco, molto banalmente, a mio avviso una “visione” utile a questa terra – visione della quale avverto una grande mancanza – sarebbe questa: lavoriamo tutti per l'estinzione di partiti che si definiscono e si costituiscono e si organizzano ricalcando le linee di frattura che la nostra società ha senza dubbio ricucito, ma non ancora superato. Si tratta di una visione troppo visionaria?

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Armin Kager 20 Maggio, 2022 - 20:29

Complimenti signor De Luca per questo suo articolo che mi sembra che inquadri bene la situazione della politica/società sudtirolese e probabilmente anche il dilemma del nostro Landeshauptmann, che gode della stima anche del sottoscritto.

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W. Holzer 20 Maggio, 2022 - 21:25

Incomincierei a mandarli tutti insieme in 1 asilo solo, e poi a fare le buste paghe insieme, magari da poter destinare parte delle signore/signore a un posto dove possono aiutare meglio ed essere più utili

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