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Mart: Carlo Alfano e Francesco Lo Savio!

Anticipatori e precursori delle correnti artistiche più recenti, attraverso le loro opere rivivono le idee dei più importanti "pensatori" e architetti del 900.
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Il Mart celebra assieme due artisti pionieri scomparsi precocemente dalla scena artistica. Entrambi  muovono da una forma di conoscenza, definibile come “spirito di geometria”,  che si manifesta in uno stretto connubio tra scienza ed arte in Francesco Lo Savio e in una riflessione sulla messa in scena e scatola prospettica in Carlo Alfano.

Una ricerca più coerente quella di Lo Savio, anche perché concentrata in cinque anni di intensa produzione, invece più volta alla sperimentazione quella di Alfano che sfiora e anticipa tanti movimenti artistici della seconda metà del ‘900. Se il primo guarda all’architettura di Le Corbusier, giungendo a concepire l’opera d’arte come oggetto in anticipo sulla Minimal Art, il secondo passa attraverso l’Arte Cinetica, l’Arte Povera, la Body Art e l’Arte Concettuale rimanendo sulla soglia, evitando qualsiasi appartenenza.

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Carlo Alfano e “Tempi di un percorso circolare”, 1968. Foto © Archivio Mimmo Jodice

Carlo Alfano vive gli anni d’oro della Napoli di Lucio Amelio e dello Studio Morra. La città è un crocevia di artisti e linguaggi differenti, Joseph Beuys, Andy Warhol da una parte,  Azionisti Viennesi e Living Theatre dall’altra. In questo contesto Alfano si sottrae alle classificazioni, non volendo rientrare in nessun movimento e cercando piuttosto di scardinare i meccanismi della visione e della rappresentazione. E’ un artista imbevuto di filosofia, come molti in quella Napoli che predilige ai critici, i filosofi.

Il suo grande incontro è infatti con Michel Foucault, autore di Les Mots et les Choses che segna la fine del rapporto di somiglianza tra parole e cose, il tramonto di una cultura intesa come rappresentazione del mondo. “Il linguaggio non somiglia più immediatamente alle cose che nomina”.

Las Meninas di Velazquez, interpretato da Foucault come una rappresentazione della rappresentazione, pervade buona parte del lavoro di Alfano.
L’elemento dello specchio raffigurato pittoricamente in Las Meninas ricorre ad esempio nella serie Distanze in cui però si fa specchio reale aperto alla contingenza, all’esperienza accogliendo lo spettatore all’interno dell’opera. Si tratta di prospettive che non riescono più a dare ordine al mondo, ma aprono e dischiudono dubbi e riflessioni introducendo l’aspetto soggettivo e frammentato dell’epoca moderna.
La “rappresentazione della rappresentazione” si tramuta in una riflessione sulla messa in scena nella celebre Stanza per voci in cui l’interesse per la prospettiva e la percezione si fa opera ambientale e sonora. Un doppio telaio di alluminio, tra cui è invitato a passare lo spettatore, rappresenta il simulacro del quadro. Alla tela è sostituita una bobina di nastro magnetico che scorrendo in loop fa risuonare frammenti di discorsi. Ai piedi dell’opera un astuccio racchiude una raccolta di ritratti e autoritratti sonori.

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Carlo Alfano e un’opera della serie Frammenti di un autoritratto anonimo, 1972 / Foto Luciano d'Alessandro, Courtesy Archivio Alfano

E’ un tempo ciclico e non progressivo che tenta di farsi spazio e di penetrare il presente. Questa riflessione continua nei Frammenti di un Autoritratto Anonimo in cui il lavoro di Alfano è vicino ad esponenti della Arte Concettuale come Hanne Darboven. Il tempo attraversa la tela mediante sequenze di numeri interrotte da silenzi, pause a rappresentare il vissuto dilatato dalla coscienza, quello che sancisce la presenza dell’artista e la riporta in campo.
Ampio spazio viene dedicato al tema del doppio, in cui l’influsso di Foucault è ancora presente. L’uomo come soggetto unitario è un’invenzione culturale, egli è invece diviso, frammentato, duplicato nelle tele spezzate, nelle figure tagliate, nel Narciso di Caravaggio.

Lo Savio è invece un artista attratto dall’architettura, il suo modello fino alla morte è Le Corbusier. Come lui concepisce l’arte come una palingenesi sociale e dopo essersi lanciato da un balcone dell’Unité d’Habitation di Le Corbusier a Marsiglia, muore il 21 settembre del 1963. 

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Francesco Lo Savio: Veduta della mostra / Foto: Bianca Lampariello

In Lo Savio c’è l’intento di uscir fuori con la sua arte dall’Informale e dal soggettivismo ad esso connesso, facendo della forma un pensiero, una visione del mondo e della vita.
L’amore per la geometria, la linearità è evidente nella sua opera tesa a dischiudere nuove porte alla conoscenza, senza mai però ridurre l’arte a scienza.
Come il grande architetto anche Lo Savio è interessato alla luce, che rappresenta una costante in tutti i suoi lavori dalle tele ai Metalli, dalle sculture ai progetti architettonici e urbanistici.
Nei Metalli la geometria reale si trasfigura attraverso una metafisica luce nera, ricercata al pari di quella bianca. Come i Metalli anche i Filtri, composti da strati di carta sovrapposti,  riescono a collegare la loro spazialità interna all’ambiente circostante grazie all’uso del colore e della luce.

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Francesco Lo Savio: Veduta della mostra / Foto: Bianca Lampariello

Il contrasto tra bianco e nero appare invece nelle Articolazioni Totali, in cui un unico piano curvo di metallo è racchiuso in una scatola bianca di cemento aperta su due lati. Lo Savio supera cos tutti i dualismi: bianco e nero, chiuso e aperto, luce e ombra, soggetto e oggetto, tempo e spazio, spirito e materia, riuscendo a fondere la geometria con la metafisica.
Combinando armonie geometriche e motivi di ispirazione umanistica e sociale l’artista cova sogni di palingenesi sociale, la forma si rinnova senza mai dimenticare l’uomo. In questo modo potrebbero essere intesi gli studi sull’anatomia e le proporzioni del corpo umano presenti tra il ricco materiale inedito presentato in mostra.

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Francesco Lo Savio: Filtro dinamico 1960 / Masi Lugano

 

Mart, Rovereto.
5 novembre 2017 ― 18 marzo 2018

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