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La versione di Chet Baker

Paolo Fresu è Chet Baker nella nuova produzione del Teatro Stabile di Bolzano.
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Foto: Foto: Fabiana Laurenzi

Si ragionava (anche salutarmente “uscendo fuori tema”) l’altra sera con Paolo Fresu su chi sia stato Lorenzo il Magnifico e il “suo” Rinascimento fatto di tante cose diverse, di una così fervida polifonia. E, ben presto, il musicista sardo che non vede l’ora di far ascoltare (e far vedere) a suo figlio undicenne questo “Tempo di Chet, la versione di Chet Baker” lo straordinario spettacolo che debutta l’8 novembre a Bolzano per il teatro stabile diretto da Walter Zambaldi, ebbene questo artista figlio di un pastore e grande stregone dei suoni, ci dice: “Certo, se si fanno cose diverse meglio farle bene. Ma serve soprattutto una gran passione, serve provare, serve mettersi alla prova”.

salto.bz: Questo vale molto in questo momento. C’è lo spettacolo teatrale, c’è il disco, c’è il libro di “poesia jazz”, in uscita per Rizzoli. Come ci si sente ad usare tutte le parti di una tromba, tutti i tasti di una tastiera?
Paolo Fresu: Io sono molto curioso delle cose. Mi piace scoprire, mi piace apprendere, mi piace comprendere. Nella vita ognuno di noi ha un tasto, un “pulsante” nel caso della tromba.  Quel tasto lì, però non è l’unico. Da lì partono delle cose. La musica mi ha offerto la possibilità di conoscere il mondo, di imparare le lingue. A me non basta la musica anche se è la mia vita. La musica è in una sorta di sfera di Empedocle dove girano tante cose e poi ritornano. Con velocità diverse, oltre tutto…

C’è sempre qualcosa di nuovo da inventare.
Certo. Ma non dimentico che tutto questo è partito dalla musica. Ma io sento il bisogno di ampliare i confini delle cose.

Paolo, dovremmo parlare anche dello spettacolo… Come stanno andando le prove prima del debutto l’8 novembre a Bolzano?
Siamo praticamente pronti, stiamo facendo gli ultimi ritocchi. Siamo quasi in anticipo rispetto alla tabella di marcia.

Beh, questo vuol dire che, toccando legno, sta andando tutto bene…
Speriamo. La produzione è complicata. Otto attori e tre musicisti (me compreso) sono sempre in scena. La musica è un motivo portante dell’intero spettacolo. Però siamo contenti, molto.

Seduti vuol dire per me essere molto concentrati con se stessi e perfino sentire la musica in un altro modo: le orecchie sono allo steso livello degli strumenti.

E anche una esperienza nuova.
Sì. Ho fatto tante cose legate al teatro, reading ed altro. Questo con lo Stabile di Bolzano è un progetto vero, con la complessità che si porta dietro.

Quando ci siamo incontrati lo scorso aprile e abbiamo anticipato la notizia dello spettacolo per la Lettura del Corriere della Sera, ero curioso di sapere se l’autore delle musiche avrebbe anche recitato.
Noi musicisti siamo in scena sempre, però proporremo al pubblico una…recitazione musicale. Alessandro Iavarone farà parlare Chet Baker, io lo farò suonare e non solo.  Non abbiamo sentito il bisogno che io fossi in scena anche come attore.

Parliamo dei dodici brani originali, raccolti anche in un Cd disponibile nei foyer dei teatri dove andrete in scena.
Pezzi che ho scritto io in gran parte anche se ho voluto che i miei colleghi sul palco e che suonano con me fossero coinvolti.

E Chet Baker, grande protagonista del jazz e morto tragicamente nel 1988? E’ vero che vi assomigliate, ad esempio nella postura quando suonate?
Assolutamente. Lui aveva molto suonare seduto, soprattutto negli ultimi anni quando avvertiva di più il peso della vita. E io suono spesso seduto. Lo faccio perché la posizione fetale al quale mi porta lo stare seduto mi fa stare meglio con la musica. Seduti vuol dire per me essere molto concentrati con se stessi e perfino sentire la musica in un altro modo: le orecchie sono allo steso livello degli strumenti.

Che cosa Paolo Fresu vorrebbe che arrivasse di Chet a chi verrà a teatro?
Lo spettacolo è una lettura complessa: dal punto di vista della scrittura, tutti speriamo di no dal punto di vista della comprensione. Ci saranno molti flash back, tanti racconti anche poco conosciuti della sua vita. Chi verrà a teatro, lo dico anche per rispondere alla domanda, scoprirà molte cose di Chet che non sapeva. E gli autori hanno fatto un lavoro bellissimo, quasi una biografia. Io stesso ho scoperto cose che di lui non sapevo. Chi viene e conosce il mondo del teatro e meno quello del jazz scoprirà un modo musicale sospeso tra gli anni Cinquanta e gli anni Ottanta che è anche uno spaccato di vita creativa americana e anche europea.

Mi scuso per la banalità: qual è il messaggio dello spettacolo?
Sarà un messaggio forte, soprattutto per i giovani. Non calchiamo su alcol e droghe, che han fatto della vita di Chet. Baker va raccontato come trombettista, come artista e poi come persona. Se raccontassimo solo una parte, quella pubblica per capirci o l’altra, avremmo fatto un grande errore.

Chet aveva una grande strada da percorrere, l’ha vissuta pienamente ma l’ha anche perduta in parte.

E allora?
Allora, secondo me, il messaggio ai giovani è questo grande talento di Chet, talento corroso purtroppo dalle sue difficoltà di vita. E poi dimostrare che non è che una persona o un musicista che si droga può suonare meglio, trovare più facilmente l’ispirazione. Dunque: proviamo a raccontare il rapporto tra talento, rapporto con gli altri e musica.

Del resto, ora la maggior parte dei jazzisti è salutista e beve solo acqua o bibite gassate…
Sì. E questo anche cercheremo di raccontare. Chet aveva una grande strada da percorrere, l’ha vissuta pienamente ma l’ha anche perduta in parte. Un ritratto amorevole, delicato ma in alcuni momenti anche forte.