Società | Indagine Astat

1 altoatesino su 6 non crede nei vaccini

Dell’efficacia degli antidoti al Covid il 17% pensa più male che bene. Come vengono accettate le misure varate dalle autorità? E che peso hanno le “idee complottiste”?
Mascherina
Foto: 123rf

Il 17% degli altoatesini, ovvero uno su sei, pensa più male che bene dell’efficacia dei vaccini anti-Covid. Ancor più alta (28%) è l’opposizione all’obbligatorietà verso il complesso di vaccini previsto dal piano nazionale, nello specifico il 31% di contrari tra i “tedeschi” e il 21% tra gli “italiani”. Totalmente favorevoli sono il 40% dei primi e il 59% dei secondi.
È questo uno dei risultati emersi dall’indagine campionaria su opinioni e comportamenti dei cittadini relativamente alla pandemia di Covid-19 - realizzata attraverso un questionario predisposto dall’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) e adattato alla realtà altoatesina - svolto nel mese di gennaio 2021 dall’Istituto provinciale di statistica Astat, in collaborazione scientifica con il servizio psicologico dell’ospedale di Bressanone, l’istituto di medicina generale della Claudiana e la Ripartizione provinciale salute. Dai registri anagrafici dei comuni della provincia di Bolzano sono stati estratti casualmente più di 4.000 nominativi; complessivamente sono stati compilati 1.475 questionari. Il tasso di risposta stimato è pari al 33%.

 

Come vengono recepite le decisioni politiche

 

I punti toccati dallo studio sono diversi, ad esempio: come sono state accolte le misure anti-contagio messe in campo dalla giunta altoatesina? E la comunicazione è stata efficace? Quasi la metà della popolazione maggiorenne dichiara di avere qualche difficoltà (per il 46% è più difficile che facile) a capire le restrizioni e le raccomandazioni delle autorità per il contenimento della pandemia; solo il 18% invece ritiene che queste restrizioni siano difficili da seguire. In particolare, riguardo le decisioni prese dalle autorità per ridurre la diffusione della pandemia, gli altoatesini sono spaccati quasi a metà, con una leggera prevalenza (53%) di quanti le appoggiano, ma soprattutto con la netta tendenza a porsi a metà dello spettro delle risposte possibili (il 51% è di fatto indeciso). Tuttavia questa titubanza sul giudizio complessivo deriva anche dalla molteplicità delle misure messe in campo: alcune misure infatti incontrano un appoggio convinto: mascherine obbligatorie, distanziamento, obbligo di isolamento per persone positive e smart-working. Altre misure non sono ben accettate: la chiusura dei confini comunali, le limitazioni all’attività fisica individuale e la totale rinuncia alle lezioni in presenza. Giudizi “a metà strada” per chiusura bar, ristoranti e alberghi, chiusura delle regioni, limitazioni allo sport di squadra, divieto d’incontrare amici e parenti e la didattica a distanza.

 

Paura, prevenzione, responsabilità

 

Qual è invece il generale livello di preoccupazione rispetto al rischio di contrarre l’infezione da Sars-cov-2? Due altoatesini su tre (64%) ritengono piuttosto improbabile infettarsi. Circa il 70% dei residenti maggiorenni è convinto che, qualora si ammalasse, il decorso non sarebbe grave. Una percentuale che scende al 43% tra gli over 65enni. “È preoccupante il fatto che soprattutto le giovani generazioni credano che, in caso di malattia, il decorso non sarebbe grave - commenta l’assessore alla Salute Thomas Widmann -. Da quando abbiamo registrato la presenza delle varianti del virus nel nostro territorio non va sottovalutato il fatto che una percentuale di giovani ha avuto un decorso grave della malattia”.

In merito alle misure di prevenzione a un anno dall’inizio della pandemia il 3,6% delle persone non pensa di sapersi proteggere a sufficienza dall’infezione, ma questo valore probabilmente non riflette una effettiva mancanza di conoscenza delle regole, quanto piuttosto una sorta di fatalismo o pessimismo, ritenendo che nemmeno le precauzioni siano sufficienti.
Il 2,7% non ha ancora preso l’abitudine di indossare la mascherina in pubblico. Il 91% arieggia spesso i locali. L’82% si lava spesso le mani, mentre non sembra così facile evitare di toccare occhi, naso, bocca con le mani non lavate (ben uno su quattro proprio non ci riesce). Disinfettare le superfici è naturalmente una pratica meno frequente (due su tre, ovvero il 62%, lo fanno spesso). La rinuncia ai contatti diretti con altre persone riesce difficile ad un altoatesino su quattro (25%).

Altro dato degno di nota riguarda la disponibilità a collaborare al tracciamento: qualora sapessero di esser entrati in contatto con un positivo, quasi tutti gli intervistati si farebbero testare. Leggermente più bassa, ma comunque alta la percentuale di coloro che, qualora positivi, darebbero tutti i nomi delle persone con cui si fosse entrati in contatto di recente. Si è spinti a farsi testare soprattutto per responsabilità e rispetto verso il prossimo e per contribuire a uscire al più presto dall’emergenza, ma anche per farsi curare in caso di positività. Il motivo nettamente più nominato dai pochi che non si farebbero testare è l’imprecisione dei test. Qualcuno pensa anche al fatto che per Covid-19 le cure non esistono e quindi tanto vale non sapere la verità.

 

La tendenza al complottismo

 

Come mai alcune persone sono più virtuose di altre nel rispettare le disposizioni anti-contagio? Secondo gli analisti a livello psicologico sembra incidere, “migliorando” i comportamenti, la paura della malattia. Inoltre, sono più rispettosi: gli anziani, le donne e chi ha compilato il questionario in lingua italiana (al posto di madrelingua). Non produce differenze invece il fatto di lavorare in ambito sanitario, avere malattie croniche (tenuta sotto controllo l’età) e aver già avuto il Covid-19. Quest’ultima circostanza del resto da un lato rende consapevole la persona colpita di cosa sia la malattia, ma dall’altro “tranquillizza” per il fatto di avere (o illudersi di avere) già presenti gli anticorpi. Non incide neanche avere idee complottiste, che invece influisce sul consenso relativo alle decisioni prese dalle autorità per contrastare la pandemia. Cala il consenso anche in base all’eventuale recente peggioramento della propria situazione economica, sale invece fra gli anziani. Anche il benessere, quello sociale incluso, aiuta ad accettare le decisioni, mentre una forte resilienza diminuisce il consenso: probabilmente chi pensa di poter reggere bene alle avversità vede meno motivi di dover fare sacrifici.

 

Più favorevole al vaccino Covid-19 è chi ha malattie croniche, chi ha paura della malattia, gli anziani e chi ha compilato il questionario in italiano. Più contrario, riporta ancora l’Astat, è chi ha idee complottiste e chi dichiara di aver avuto un recente peggioramento economico. A sua volta il “complottismo” si accompagna a bassi livelli del titolo di studio e a dei problemi economici. Le persone più spaventate dalla pandemia tendono anche ad essere meno complottiste. Quest’ultimo modello è comunque molto debole e quindi evidentemente altre variabili, non comprese nel questionario, spiegano il fenomeno. Essere complottisti ha conseguenze sui comportamenti. A livelli alti di questa variabile corrisponde una minore disponibilità a collaborare col tracciamento, sia come volontà di fare il test, sia come disponibilità a dare tutti i nomi delle persone con le quali si è stati in contatto in caso di positività.