Film | salto weekend

Oppenheimer, il distruttore di mondi

Il film di Christopher Nolan dalle aspirazioni gigantesche, denso e visivamente sontuoso, audace e imperfetto, sul fisico statunitense “padre della bomba atomica”.
Oppenheimer
Foto: Screenshot

***½


È ancora rimasto qualcosa da dire su Oppenheimer, la hit dell’estate 2023 - Barbie permettendo? Forse no. Ma perché rinunciare alla propria porzione di divertimento prima che ci sovvenga l’eterno e le morte stagioni?

Cos’è

È la pellicola biografica di Christopher Nolan sul fisico statunitense J. Robert Oppenheimer (un glaciale Cillian Murphy), considerato uno dei padri della bomba atomica e il cui contributo alla scienza gli valse il soprannome di Prometeo americano (il film è basato proprio sulla biografia American Prometheus di Kai Bird e Martin J. Sherwin, vincitrice del Pulitzer).

Nel 1942 il governo a stelle e strisce, convinto che la Germania Nazista stia sviluppando un’arma nucleare - fu Albert Einstein (Tom Conti nel film) insieme a un gruppo di scienziati a scrivere al presidente Roosevelt, mettendolo in guardia sulle presunte intenzioni dei nazisti -, istituisce in gran segreto il Progetto Manhattan. A capo della sezione teorica del programma - a cui partecipano alcuni dei più noti fisici del Novecento - viene scelto Oppenheimer che nei laboratori di Los Alamos, nel deserto del New Mexico, lavora con la sua squadra su un’arma rivoluzionaria, segnando l’inizio dell’era atomica.

Nell’opulento cast anche Emily Blunt che interpreta Katherine Oppenheimer, moglie dello scienziato, Florence Pugh, nei panni di Jean Tatlock, psichiatra che ebbe una relazione sentimentale con Oppenheimer, Matt Damon è il generale Leslie Groves, responsabile militare del Progetto Manhattan, Gary Oldman nel ruolo del presidente degli Stati Uniti Harry S. Truman che ordinò di sganciare la bomba atomica su Hiroshima e Nagasaki, Robert Downey Jr. che interpreta l’uomo d’affari Lewis Strauss, membro della Commissione per l’Energia Atomica e nemesi di Oppenheimer, e Kenneth Branagh nel ruolo di Niels Bohr, fisico danese Premio Nobel nel 1922.

Oppenheimer | Official Trailer

 

Com’è

Oppenheimer è un’epopea di tre ore dalle poderose ambizioni (come tutti i precedenti blockbuster di Nolan, del resto) ed esteticamente audace. Il film attraversa - nei classici labirinti narrativi, marchio di fabbrica del regista inglese - i vari periodi della vita del fisico teorico - l’ascesa, la lotta, la caduta, le conseguenze fra profluvi di primi piani in IMAX - seguendone i due filoni principali: il lavoro scientifico e le simpatie comuniste che nel dopoguerra si sarebbero rivelate la sua rovina.

Come sempre accade con Nolan l’attrazione principale non è la storia in sé, ma il modo in cui il regista la racconta. Salta da una cornice temporale all’altra e da un’angolazione all’altra, dal colore al bianco e nero. Una frammentazione che può disorientare (il biopic è per definizione difficile da sezionare in “trucchi” narrativi) ma che tiene grazie anche al montaggio lucidissimo di Jennifer Lame. Il tutto è accompagnato dalla musica spavalda e onnipresente di Ludwig Göransson, qui nella sua migliore imitazione di Hans Zimmer.

C’è pure un certo umorismo nero in Oppenheimer, come quando gli alti funzionari del governo si riuniscono per vagliare una lista di possibili città giapponesi da bombardare, e l’uomo che legge l’elenco dice di aver appena deciso di cancellare Kyoto dalla lista perché lui e sua moglie ci sono stati in luna di miele.

È un film sinfonico, nervoso, affogato nei dialoghi intasati da flashback (diciamolo però: Nolan non è ancora in grado di scrivere personaggi femminili), calcolato con intelligenza e allo stesso tempo frustrante: il regista di Inception fatica a trasmettere il peso della crisi morale che tormenta Oppenheimer, impegnato a creare un’arma letale senza avere voce in capitolo su come questa verrà utilizzata. Il conflitto interiore viene rappresentato solo attraverso le immagini. Ma gli effetti pirotecnici di Nolan - utilizzati anche come metafora dell’effetto domino causato dalle decisioni individuali e della reazione a catena che fa sì che altre cose accadano di conseguenza - non riescono a catturare la prova di una vera resa dei conti morale, a suggerire i pensieri che devono affollare una mente così combattuta in una contingenza del genere. Quasi mai sentiamo Oppenheimer discorrere dei suoi sensi di colpa, nemmeno nei momenti intimi con sua moglie. Né si affronta l’impatto degli attacchi atomici sulla popolazione civile giapponese, di cui si parla ma che non viene mai mostrato.

In Oppenheimer il filmmaker britannico spinge abilmente sul pedale del potenziale sensoriale del cinema per fornire un’esperienza audiovisiva travolgente (il test nel deserto del New Mexico parla da sé), ma non riesce a far respirare una scena per più di due minuti e il livello impersonale su cui opera rende l’emozione sullo schermo strettamente performativa. Christopher Nolan è un maestro dello spettacolo e della tecnica cinematografica e sa come sfidare il pubblico, ma pare aver dimenticato come si racconta una storia umana avvincente o forse, semplicemente, ciò è estraneo ai suoi interessi.
Non è Dunkirk, questo è sicuro.