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Rothsüchtig

Philip Roth, 'I fatti. Autobiografia di un romanziere' ('The Facts. A Novelist's Autobiography', 1988), trad. it. di Vincenzo Mantovani, Einaudi, 2013
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C'è questo posto, in centro a Trento, praticamente un bugigattolo: uno spazietto, due metri per due, che dà sull'ingresso, poi un bancone, al di là uno spazio solo di poco più grande. Lì dietro, una donnina in grembiule mette robe nella friggitrice o affetta salumi; un signore barbuto, forse è il marito, farcisce i panini con la 'nduja o incassa.

Quando ci vado, è sempre pieno di giovani, è tanto se ci si sta tutti. Dai discorsi che fanno, direi che sono studenti universitari. E, più precisamente, studenti di Giurisprudenza: lo dico perché talvolta sento che dicono "appunti", oppure "superato", oppure ancora "romano" (che, penso, non si riferisce alla provenienza dei prodotti che mangiano, ma al diritto: il cosiddetto Diritto romano, insomma). Ieri, anzi, sono stato fuori a mangiare il mio panino con la porchetta. Che è un po' la cosiddetta specialità della casa: porchetta di Ariccia, una leccornia, nulla a che vedere con quelle cose che si trovano in giro e vengono spacciate per porchetta.

Il signore barbuto, poi, c'ha 'sta cosa; che ho già notato diverse volte, quindi si potrebbe proprio definire una sua prerogativa, e fino a ora, le volte che sono andato lì lo ha sempre detto: se uno gli chiede, chessò, un fiore di zucca ripieno di mozzarella e acciuga, impanato e fritto, lui lo guarda di sottecchi e poi, con questo accento che mi azzarderei a definire laziale e un tono da baritono, gli fa: Attento che questo dà dipendenza, però! E lo dice anche se uno gli chiede una polpetta, o, mettiamo il caso, un supplì. E allora i clienti, che non so se sono sempre gli stessi, ma penso di no, e non so se l'hanno già sentita la cosa, ma poi non è importante, penso, i clienti, dicevo, loro dicono, tutti divertiti: Ah, io sono per le dipendenze! Oppure, anche: Ah, correrò il rischio. E sono tutti contenti, tutti ridono, e si gustano il loro supplì, oppure magari una polpetta, oppure ancora il fiore di zucca, e mentre lo mangiano fanno dei gran gesti di apprezzamento, e si sperticano in lodi, ed è tutto un Mmmhhh, buono, ma che buono!

Ecco, mi è venuto in mente perché anch'io c'ho 'sta forma di dipendenza: che quando vado in libreria e l'Einaudi ha fatto uscire, come fa ogni sei mesi, un nuovo libro di Philip Roth, che poi magari non è nuovo, nel senso di recente; anzi, lui ha detto che non scriverà più niente, e magari è una cosa degli anni Settanta o Ottanta; qualsiasi cosa sia, io devo prenderlo, quel libro, e poi lo leggo, e poi quando finisce mi dispiace e ne vorrei subito leggere un altro.

Philip Roth è un po' il mio fiore di zucca impanato e fritto, ripieno di mozzarella e acciuga, questo è quello che volevo dire, in fin dei conti, in questo post.

E ora vado a leggere I fatti.

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e d So., 31.03.2013 - 20:04

Bello questo recensire qualcosa scrivendo d'altro. Mi piace l'idea di un'introduzione ingorda, che ingrassa riga dopo riga relegando il contenuto principale (I fatti di un Roth) ai margini del testo.

So., 31.03.2013 - 20:04 Permalink
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Profil für Benutzer Alfonse Zanardi
Alfonse Zanardi Mo., 01.04.2013 - 00:44

Vorrei aggiungere un analogia curiosa e bella che ho notato rileggendo questo articolo che vede un Trotta parlare di un Roth. 
C'è la sitauzione inversa nella letteratura quando un altro grande Roth, Joseph, pone Carl Joseph Freiherr von Trotta al centro del suo grande romanzo «Radetzkymarsch» che narra della fine del impero austro-ungarico.
Vergnüglich.

Mo., 01.04.2013 - 00:44 Permalink
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Gianluca Trotta Mo., 01.04.2013 - 10:22

Antwort auf von Alfonse Zanardi

Non ci avevo proprio pensato, a quest'altro Roth. Ora dovrei sfruttare letterariamente la coincidenza.
Potrei fare l'inizio così: "Il nostro nome è Trotta". Il racconto si chiamerebbe: La cripta dei macchiati, e parlerebbe di questi che hanno uno Stammtisch in un café sotto i portici.
Bene bene bene, grazie per l'idea.

Mo., 01.04.2013 - 10:22 Permalink