Cinema | SALTO weekend

Natale non è ancora finito

The Holdovers, il dramedy di Alexander Payne con Paul Giamatti su un trio di disadattati bloccati in una scuola del New England durante le vacanze natalizie del 1970. Una storia divertente e toccante sulla solitudine, il dolore e la speranza nonostante tutto.
The Holdovers
Foto: Screenshot
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    A parte il mistero tutto italiano per cui un film di Natale esce al cinema a gennaio, The Holdovers – Lezioni di vita di Alexander Payne (il regista di Sideways) è una di quelle rare pellicole che smentiscono il nostalgico refrain del “non le fanno più come una volta”. Vedere per credere.

    Cos’è

    Paul Hunham (Paul Giamatti) è un rigido professore brontolone della Barton Academy, un collegio privato del New England, malvoluto dai suoi studenti, dagli altri insegnanti e dal preside. È il Natale del 1970 e Paul, che non ha famiglia né un posto dove andare, resta a scuola per supervisionare gli studenti che non sono potuti tornare a casa per le feste. Un giorno il padre di uno dei ragazzi rimasti in collegio viene a prenderlo in elicottero e si offre di portare con sé anche i compagni di sventura del figlio, che accettano entusiasti. Solo uno studente, Angus Tully (Dominc Sessa), disertato dalla madre che ha preferito andare in luna di miele con il suo nuovo marito, non riesce a raggiungere telefonicamente i genitori per farsi autorizzare a unirsi al gruppo e resta perciò bloccato a scuola – l’incubo di ogni liceale.

    Col passare dei giorni tre anime solitarie – Angus, Paul e la capocuoca Mary Lamb (Da'Vine Joy Randolph), una donna afroamericana il cui figlio Curtis, diplomato alla Barton, è stato recentemente ucciso in Vietnam, destino che difficilmente toccherà ai privilegiati studenti che frequentano il collegio – stringono un’improbabile amicizia.

  • (c) Focus Features

  • Com’è

    Cominciamo col dire che sul piano estetico The Holdovers è impeccabile con tutte le sue vibes anni ’70 – dall’atmosfera ai costumi, alla fotografia calda e “sporca” di Eigil Bryld. Il film non è autentico solo dal punto di vista stilistico: la storia, che potrebbe seguire una direzione prevedibile prendendo scorciatoie manipolatorie – il diversissimo trio che prima viaggia sul filo dell’antipatia reciproca e poi sviluppa un rapporto via via più intimo –, non risulta affatto banale e lancia imprevisti, comici o drammatici, sempre coinvolgenti. È sottile nella sua esplorazione della depressione e della solitudine e il ritmo paziente permette di approfondire ogni momento e personaggio.

    Giamatti è gigantesco nel ruolo dell’orco con la sua misantropia a fargli da armatura che si scioglie gradualmente rivelando l’umanità triste e disperata che c’è sotto e i dettagli personali che spiegano gran parte della psicologia sua e di Angus nonché le loro paure e vulnerabilità. Da'Vine Joy Randolph, nucleo emotivo del film, ruba ogni scena in cui è coinvolta, Dominic Sessa al suo esordio è sbalorditivo nel ritrarre un giovane combinaguai che ribolle di rabbia e dolore. Si tratta di personaggi che non chiedono compassione eppure la ottengono comunque e sono chiaramente queste interpretazioni ad assicurare il buon funzionamento di un film che parla di senso di appartenenza, di nostalgia per il passato e di occasioni perse quando la vita era ancora promettente. La coerenza e l’efficacia con cui The Holdovers riesce a essere contemporaneamente e costantemente divertente, riflessivo e malinconico sono probabilmente il suo più grande pregio. Istantaneamente un nuovo classico di Natale.