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Politik | Voto e parole

Politica senza politica

La parola politica è oggetto di una formidabile confusione nelle moderne democrazie di massa. Un'interpretazione.

La parola “politica” discende dal greco ed evoca la mitica città-Stato, la polis, inventata dai greci in quello che è ritenuto il momento genetico della democrazia occidentale. In latino troviamo una corrispondenza, sebbene con tutte le precisazioni storiche ed etimologiche necessarie, nel termine “civitas”, correlato al suo abitante, il cittadino (cives).

Nelle moderne democrazie di massa la parola "politica" ha subito una strana mutazione. O una alterazione. O una degradazione. Una degradazione. Con questa parola intendiamo comunemente chi “fa politica” di professione e così il gioco dei partiti che si contendono il consenso dell’elettorato. Nel linguaggio comune si sente spesso l’espressione “qui non si fa politica!” per indicare un atteggiamento di neutralità rispetto alle posizione dei diversi partiti sul palcoscenico elettorale. Il medesimo atteggiamento è spesso richiesto a chi riveste un ruolo pubblico e ci si aspetta così che l’insegnante così come il giornalista o il pubblico ufficiale “non facciano politica”. Neutralità assoluta.  

Eppure, storicamente, si fa politica sempre quando si è membri di una comunità. Ogni scelta che ha ricadute sugli altri e sull’ambiente circostante è inevitabilmente una scelta politica. In questa più ampia accezione, “fare politica” non significa solamente rappresentare un partito e neppure adempiere i propri obblighi elettorali nel segreto della cabina. Si potrebbe anzi essere fortemente politici e non recarsi alle urne. Paradosso? No, non direi. Il voto è soltanto una delle tante manifestazioni dell’impegno civico.  

Aristotele aveva definito l’uomo un “animale politico”. Per lui l’aggettivo “politico” era innato nell’essere umano. Se sviluppiamo questo pensiero del vecchio filosofo, allora dovremmo concludere che anche un Robinson Crusoe, tutto solo nella sua isola deserta, fa necessariamente politica. Di recente il pensiero filosofico più avanzato ha abbandonato questa idea aristotelica per apportarvi delle correzioni. È stato infatti notato che l’essere umano diventa “politico” soltanto quando entra in relazione con altri esseri umani e che il “mondo politico”, la “civitas” ideale sorge soltanto quando un “io” entra in relazione con un “tu”: l’attributo di “politico” non sarebbe allora specifico dell’individuo nella sua insularità, ma si genererebbe soltanto nel rapporto o nel dialogo o nella relazione con gli altri. Massimo Cacciari ci ha ricordato che nella filosofia greca il principio di identità (io sono io) è sempre correlato al principio di non contraddizione (io sono io e nessun altro che io): la combinazione dei due principi implica il riconoscimento dell’altro e potremmo così concludere che nel regno del pensiero l’altro e il diverso da sé è necessario non solo per la nascita del mondo politico, ma anche per la definizione di se stessi.

Ma torniamo alla parola “politica”. Dicevamo che oggi è confusa con il gioco dei partiti che si contendono il favore dell’elettorato. È la famosa partitocrazia. Quest’ultima ha cambiato di natura nel tempo: se in passato il “partito” rappresentava una parte, come indica la parola stessa, oggi il “partito” - ogni partito, di ogni colore o coloratura – pretende di rappresentare non solo una parte, ma “tutti”: diventando più indistinto e amorfo. Un tempo, ad esempio, ci si aspettava da un partito di sinistra che difendesse gli operai e da un partito di destra la strenua difesa degli industriali. Oggi tutti difendono tutti e alla fine nessuno difende più nessuno. Con una aggravante, specialmente a seguito delle recenti involuzioni populiste: siccome il partito non ha più identità e può rappresentare tutti, allora anche i suoi rappresentanti possono essere chiunque. Siccome il “popolo” esiste solo come categoria vuota e priva di contenuto, politico può essere il primo che passa, chiunque.

Proprio così: chiunque. Un analfabeta o un cavallo sono interscambiabili con un esperto di politica internazionale, con un medico o con un fisico. Nucleare. Anzi. A guardarli bene, si direbbe in molti casi che più un politico è sprovvisto di mezzi culturali persino elementari, più probabilità ha di farsi eleggere dal proprio partito. Si potrebbe così concludere, non senza sconforto, che le moderne democrazie di massa sono riuscite a trasformare quel vecchio ideale “politico” (da “polis”) fino a corromperlo e a realizzare così quella che fu soltanto la lucida visione di qualche forsennato imperatore romano, che ambiva a nominare senatori, appunto, dei cavalli.

In questa grande confusione di concetti e parole, l’abitante della polis va a votare. Si entra in cabina elettorale un po’ come quando si va al cinema a vedere un film di successo. Nel film solitamente il popolo vince. Dopo mille peripezie i perfidi soccombono e gli eroi hollywoodiani trionfano. Lo spettatore ne ha sollievo, ma poi, quando esce dalla sala del cinema, tutto è rimasto esattamente come prima di entrare. Come in cabina elettorale.

E verrebbe da esclamare, con Giorgio Gaber, che la sola soddisfazione dell’uomo politico, in quella cabina elettorale, sarebbe il furto della matita, così perfettamente temperata, io quasi quasi…me la porto via…