Guido Zaccagni
Foto: Zac
Chronicle | trentexpress

Zac, la voce della musica

Indimenticabile, irripetibile conduttore di Radio3, Guido Zaccagnini ha raccontato i compositori come mai nessuno: dal “moro” Haydn fino alle divagazioni pop.

“Nooooooooooo”. “Non ci credo”. “Un altro vuoto”. “Da oggi è un po’ più buio”. “Siamo più soli”. “Unico. Geniale. Irripetibile. Colto. Ironico. Necessario. Zac”. Il vastissimo cordoglio social per l’improvvisa scomparsa, a Roma, di Guido Zaccagnini (1952), già docente di storia della musica, voce storica di Radio3 ma anche volto noto di Rai5, conferma che il più contemporaneo dei mezzi di comunicazione di massa – Internet – esalta il più antico (la radio). La comunità dei Radio3dipendenti conta due milioni di ascoltatori, quasi tutti monogamici. Che si sentono una famiglia e come una famiglia si stringono insieme quando c’è un grave lutto. L’altra ondata di emozione paragonabile a quella per Zac fu, nel marzo 2021, per Rossella Panarese, ideatrice del bellissimo programma delle 11.30 Radio3 Scienza e sua brillante, empatica conduttrice.

 

Dopo la laurea al Dams di Bologna con Aldo Clementi e il diploma in pianoforte al Conservatorio di Musica “San Pietro a Majella”, Zaccagnini ha insegnato Storia della musica al Conservatorio di Perugia e alla facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università Roma Tre.

Zac era Zac. Nessuno come lui, al di là della commozione e della retorica. Chiunque l’abbia ascoltato anche per una volta sola non l’ha mai dimenticato.

E succede che tu abbia scelto, due giorni prima di Natale, l’ultimo libro di Zac in libreria, “Una storia dilettevole della musica – Insulti, ingiurie, contumelie e altri divertimenti” (Marsilio 2022, 496 pp., 19 euro) e che poi quel libro – destinato ad una dei musicisti di famiglia – sia rimasto incartato e dimenticato in un angolo. Così lo cerchi, affannosamente, dopo il giorno del lutto – immenso e inevitabile – per lo Zac immenso e inarrivabile. E allora lo apri come se fosse una bottiglia che contiene un messaggio proprio per te. Per ciascuno dei due milioni di ascoltatori di Radio3.

Zac era Zac. Nessuno come lui, al di là della commozione e della retorica

Antiretorico ma mai sbracato. Colto ma non spocchioso. Collezionista di aneddoti. Divulgatore nato. Capace di spiegare anche ai profani qualsiasi segreto tecnico e specialistico della musica. Specialista in anniversari e compleanni, pescati nello sterminato mare del catalogo dei suoi amati artisti sonori, dal barocco al blues.

“Amava la voce del soprano tedesco Elisabeth Schwarzkopf che lui chiamava “la signora”, ma se serviva non si sarebbe tirato indietro nemmeno di fronte alla versione punk di God save the Queen urlata dai Sex Pistols. Stupiva sempre Guido Zaccagnini… zigzagando con sottilissima intelligenza fra ogni genere…” ha scritto Helmut Failoni sul Corriere della Sera. Zigzagava anche tra musica e letteratura scritta, come dimostra il suo splendido ciclo sulle musiche “di” Shakespeare.

Il cappello dell’introduzione alla Storia dilettevole è già una piccola summa dello Zac-zigzag-style: “La storia della musica è colma di compositori accomunati da un afflato religioso, da un’inclinazione, umana e artistica, per il côté spirituale”. Una storia dilettevole che comincia dal sacro (sia pure diminuito a côté spirituale) è già spiazzante. E qui uno pensa a Bach e a Vivaldi e a Liszt ma l’immenso Zac ti sa sempre spiazzare e istruire. E così i profani ignoranti ma appassionati, come chi scrive, scoprono che nella loro immensa ignoranza ignoravano il primo musicista che Zac nomina nella prima delle sue oltre 400 pagine fitte di nomi e di note. “Guillaume de Machaut, massimo musicista del XI secolo, che fu cappellano del re di Boemia”. Solo a seguire appaiono, nell’ordine prescelto dall’immenso Zac, Tomás Luis de Victoria, Claudio Monteverdi, Bach, Vivaldi, Liszt, Mozart “divino fanciullo” e le melodie di Bellini, “immancabilmente “celestiali”. E fin qui c’è solo un pizzicorino di Zac style. Ma ecco la zac-zampata, con quel bruscolino di latino che fa da contrappunto alla scivolata nel kitsch: “E infine, ad adiuvandum, come non citare il mitico film firmato da Ettore Maria Fizzarotti nel 1970, intitolato Angeli senza paradiso, con Romina Power e con Al Bano nelle vesti di Franz Schubert”.

 

Ecco, siamo già nella magia del fritto misto alla Zac, il sacro e il profano mescolati con sapienza unica, Bach e Al Bano uniti nella lotta.

Altomimetico e bassomimetico, come ci ha insegnato l’indimenticabile prof Angiolina Lanza, al Liceo Prati. Piano nobile e piano della servitù. Cuore e pancia (e anche culo). Attico e scantinato. Elegia e sberleffo.

Eppure proprio i grandi della musica, inclusi gli “alti spiriti” – ci avverte subito Zac – si sono volentieri impegnati in piccole e basse polemiche, si sono dedicati all’arte perfida della reciproca stroncatura. “Musicisti al di sopra di ogni sospetto si sono presi la briga, “e di certo il gusto”” – citazione di Bocca di rosa non dichiarata – “di stroncare impietosamente opere fondamentali come il Don Giovanni di Mozart, il Faust di Gounod… la Norma di Bellini”.

Zac, dal canto suo, amava stroncare Orff, o almeno l’Orff dei Carmina Burana. A Radio3 l’ho sentito due o tre volte esprimere tutto il suo educato ma franco disaccordo su quel medioevo farlocco. Nel libro i Carmina ovviamente non appaiono e Orff appare solo nel capitolo dedicato a Richard Strauss “Compromesso, ma fino a un certo punto, con il Terzo Reich” , dove Zac, per alleggerire la posizione del grande Strauss, se la prende (e immaginiamo il suo sorrisetto perfido e divertito) con il piccolo Orff, “il quale compose una versione “ariana” delle musiche di scena per il Midsummer Night’s Dream shakespeariano che rimpiazzassero quelle dell’ebreo Felix Mendelssohn”. E qui Zac ci mette un asterisco e in nota ci informa, a ulteriore disdoro di Orff: “Dopo la Seconda Guerra Mondiale, secondo Newell Jenkins, Orff dichiarò agli alleati di essere stato membro della Weisse Rose, gruppo di resistenza al regime i cui componenti furono arrestati e condannati a morte mediante decapitazione. Ma Orff della Rosa bianca non fece mai parte: figuriamoci!”.

Zac e tac, colpito e affondato Orff. E quel “figuriamoci!” così zaccagniniano (ah, a proposito, avendo scritto un paio di libri sulla Weisse Rose posso confermare: l’unico legame di Orff con il gruppo fu una relazione – musicale e forse non solo – con la sorella di uno dei ghigliottinati, Angelika sorella di Christoph Probst, condannato a morte insieme ai fratelli Scholl).

Dopo i primi due dedicati a Händel e Bach, il terzo capitolo del libro è su Haydn, intitolato sorprendentemente “Il moro”. Amante delle coincidenze e delle coevità, Zac comincia così il suo ritratto del Grande di cui porta il nome l’Orchestra di Bolzano e Trento: “Rohrau, Bassa Austria, a una cinquantina di chilometri a sud-est di Vienna e una ventina a sud-ovest di Bratislava: in questo villaggio, che nemmeno contava un migliaio di abitanti, il 31 marzo 1732, figlio del mastro carraio Mathias Haydn e di Maria Koller, cuoca in servizio presso i signori del luogo, i conti di Harrach, nacque Franz Joseph Haydn. Tanti episodi che hanno a che fare con la musica accaddero in quel 1732. Il 24 gennaio venne al mondo a Parigi Pierre-Augustin Caron de Beaumarchais, alle cui commedie si deve la creazione di due capolavori assoluti: Il barbiere di Siviglia e Le nozze di Figaro. Tre giorni dopo, il 27 gennaio, si concludeva la vita di Bartolomeo Cristofori, l’inventore del pianoforte”.

E il moro? Lo spiazzante moro evocato dal titolo su Haydn? Viene niente meno che da Stendhal, che nella sua Vita di Haydn racconta questo aneddoto, collocato nel giorno del compleanno del principe di Eisenstadt: “Si dà inizio alla sinfonia di Haydn: appena a metà del primo Allegro il principe interrompe i musicisti e chiede di chi è una musica così bella. “Di Haydn”, risponde Friedberg, e fa venire avanti il povero giovanotto tutto intimidito. Il principe vedendolo: “Cosa?” dice, “la musica è di quel moro? – (bisogna riconoscere che il colorito di Haydn meritava un po’ quest’offesa) – Ebbene! Moro, d’ora in avanti sarai al mio servizio. … Vai, e vèstiti da maestro di cappella, non voglio più vederti così, sei troppo piccolo, hai una figura meschina: prenditi un abito nuovo, una parrucca a riccioli, il colletto e i tacchi rossi…alti…”. Ad altezza degna dell’altezza musicale di F.J.H.

Temperamento rapsodico e non sistematico, quello di Zac. Dichiarato alla fine dell’introduzione quando spiega che cosa c’è dentro quella miniera che è il suo libro, e come ci è finito: “… non è il risultato di una ricerca specifica, mirata e approfondita, svolta a tutto campo, bensì effetto del continuo spulciare i libri che via via hanno costituito la mia personale biblioteca: non certo vastissima, ma frutto e segnale di quel rapporto sentimentale e professionale che da circa mezzo secolo intrattengo, senza dolermene, con la musica”.

Temperamento rapsodico e non sistematico, quello di Zac

E intrattenendoci con la musica, ci ha magicamente intrattenuto per trent’anni di radio. Le trasmissioni sui canti di Natale, per citare solo una delle sue idee, sono semplicemente impagabili.

“Händel “opprimente e noioso”. Su queste ultime parole di Ravel Stravinskij avrebbe probabilmente concordato: “La fama di Handel rappresenta per me un enigma”. “Händel opprimente e noioso”. Händel? E che? Ricominciamo da capo?! Secondo Ravel e Stravinskij probabilmente dovremmo”. Eppure Zac non s’intimoriva davanti ai grandi russi e neppure ai grandi francesi. “Figuriamoci” se avrebbe scaricato uno Händel… E così l’ultima riga del suo ultimo libro, eminentemente zaccagniniana, ci lascia dentro una spina di lancinante nostalgia: “Ma s’è fatto tardi: sarà per una prossima volta”. Che non sarà.

Epilogo perfetto per un perfetto uomo di radio, che non sbagliava mai i tempi e sapeva che il rispetto dei tempi, al minuto secondo, è la magia della matematica superiorità della radio sulla televisione: il rispetto religioso dei tempi, come nella musica.

Voce impastata come dopo una notte insonne, risatina gorgogliante sottobarba, pause sapienti, silenzi sarcastici, frasi fatte (“ci mancherebbe”, “scusate se è poco”, ça va sans dire) usate apposta per condire di apparente banalità lo scoppiettìo dell’ironia intelligente.

Aveva la voce perfetta per la radio. Era il Pelè di Radio3. E tutti quelli che l’hanno ascoltato, anche una volta sola, sanno il perché.