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“Restiamo sempre aperti alle novità”

A ottobre il Centro Pierino Valer compirà 40 anni. “Un viaggio in continua trasformazione” dice il Presidente Giorgio Storti, colonna portante del centro giovanile.
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Foto: centro pierino valer

È un viaggio iniziato nel 1982 quello del Centro Giovanile dedicato a Pierino Valer, sacerdote altoatesino che ha perso la vita in un incidente d’auto due anni prima. Giorgio Storti, da sempre colonna portante del Centro e, dal 1993, diventatone il Presidente, racconta proprio questo viaggio fatto di 40 anni di storia, di fiducia nelle persone, grandi trasformazioni e relazioni con il quartiere Don Bosco.

 

Salto.bz: Signor Storti, 40 anni di attività non sono affatto pochi, cos’è cambiato per voi del Centro Giovanile dal 1982 ad oggi? D’altra parte, invece, crede che qualcosa sia rimasto costante nel corso di questi decenni?

Giorgio Storti: All’inizio di questa avventura, che non sapevamo quanto sarebbe continuata ad andare avanti, il Centro era fondato esclusivamente sul volontariato, era il luogo di sviluppo dell’attività parrocchiale di allora, ma rimaneva comunque un punto d’incontro aperto e laico. Lo spirito continua ad essere ancora oggi parrocchiale, ma i nostri ragazzi sono di religioni e culture diverse. Negli anni ci sono stati grandi trasformazioni, e non solo nel nostro Centro… Del quartiere di un tempo, ora, non è rimasto molto. Il tessuto sociale è cambiato, sono cambiate le abitazioni ed è cambiato anche il concetto di ‘migrazione’.

In che senso?

Una volta i migranti che arrivavano a vivere nel quartiere Don Bosco erano quelli che provenivano dal centro e sud d’Italia. Ora, invece, sono le persone che arrivano da altri Paesi. Il fenomeno ha trasformato il quartiere e, di conseguenza, la nostra utenza che oggi è molto più multietnica.

 

E come viene vissuto tutto questo dai ragazzi e dalle ragazze del Pierino Valer?

I nostri ragazzi sono italiani, alcuni di loro con background migratorio. Come dice il nostro coordinatore Andrea Penazzi: non si percepiscono tra loro come ‘albanesi’, ‘tunisini’ o ‘pakistani’, si percepiscono semplicemente come bambini. Le loro origini sono differenti, come differente è la loro cultura, ma tra loro c’è integrazione.

Protagonista del quartiere Don Bosco è anche l’omonima scuola elementare. Avete avuto rapporti e opportunità di collaborazione recentemente?

Certamente. I primi rapporti non sono stati per il nostro doposcuola, come si potrebbe pensare, bensì per attività parallele come il dopo mensa nei nostri campetti. Ormai 10 o 15 anni fa, con le Don Bosco e il Centro anziani avevamo iniziato un progetto nel quale gli studenti venivano nel nostro bocciodromo a imparare dagli anziani a giocare a bocce. Poi, certo, ci sono state diverse occasioni per offrire alla scuola altre attività ludiche.

Mentre per il doposcuola? Come viene percepita la vostra offerta dall’istituzione scolastica?

L’interazione con la scuola è ottima, il nostro è un luogo di crescita culturale e formativa, e come tale viene percepito. C’è un sostegno reciproco, sia sul piano didattico che pedagogico.

 

Nell’arco della sua attività avrà visto senz’altro cresce diverse generazioni del quartiere...

Si, e la cosa mi fa sorridere spesso. L’ultima volta è successo durante la festa di fine Grest: ho visto due mamme che partecipavano alle nostre attività quando erano ragazze. Ora sono tornate con il loro figli. È normale che ci si allontani, per motivi di studio o lavoro, però poi molti ritornano e portano volentieri i propri bambini qui. E in questo penso che la fiducia giochi un ruolo cruciale.
Anche io ho iniziato come ragazzo, poi con il tempo ho avuto sempre più responsabilità. Credo che le cose siano cicliche.  Alcuni animatori e volontari del Centro, una volta grandi, hanno scelto di fare proprio il lavoro dell’educatore.

A quelli che verranno dopo di me dico: rimanete sempre curiosi e aperti alle novità. Sono questi i due elementi che mantengono vivo un luogo, anche dopo 40 anni di storia

Un altro vostro punto di appoggio del quartiere è senz’altro la chiesa di San Pio X.

Esattamente. Questo è il secondo anno che collaboriamo direttamente. Abbiamo deciso di unire le forze: noi abbiamo il personale e loro gli spazi. Ma dirò di più: nel mondo dei centri giovanili ci si adegua spesso a seconda delle proposte. Anni fa molte manifestazioni, come le sfilate o i giochi di carnevale, prendevano vita grazie alla collaborazioni di 8 associazioni diverse. C’è una storia che va e che torna anche in questo.

Ed ora, invece, quale ruolo vi sentite di ricoprire come Centro Giovanile?

Aiutare a coltivare il volontariato è uno stile di vita che nei centri giovanili e nel mondo parrocchiale si porta avanti da sempre. Noi cerchiamo sempre di dare spazio alle idee dei ragazzi, gradi e piccoli, impegnandoci insieme a costruire qualcosa di concreto. Il nostro è un luogo di crescita e di confronto, soprattutto grazie a chi lavora nel Centro tutti i giorni. Negli anni, i dipendenti passati da noi sono stati più di una ventina. Insomma, dobbiamo saper cogliere gli interessi delle generazioni che cambiano, senza mai pensare di essere arrivati a un punto tale da non dover cambiare più nulla.
A quelli che verranno dopo di me dico: rimanete sempre curiosi e aperti alle novità. Sono questi i due elementi che mantengono vivo un luogo, anche dopo 40 anni di storia.