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Society | kalašnikov&valeriana

Prendersi cura di attivistə

Come prendersi cura dellǝ tuǝ attivistǝ per minimizzare il rischio di mandarlǝ in burnout, con conseguente sbrocco e fine dell’attivismo …
  • Secondo una definizione comune, essere attivistə significa svolgere intensa azione di lotta e di propaganda a sostegno o opposizione a una causa. In tal senso, l’avrete capito, sono un’attivista femminista. A volte può essere frustrante, altre volte gratificante. A volte mi sento sola, altre volte ho incontri e scambi arricchenti. In ogni caso, è sempre un impegno a discapito di lavoro retribuito, tempo con i miei affetti, hobby o momenti di relax sul divano. Tutto questo lo metto in conto perché l'attivismo è il mio modo di contribuire a rendere il mondo come lo vorrei. Metterci la faccia in piazza, su palchi e nei media comporta però un’esposizione, e questa fa sì, che molte persone ti identifichino con il tema che porti avanti. Diventi un contenitore per qualsiasi pensiero o vicenda che anche solo marginalmente centra con il tuo argomento o obiettivo.

    Ci si riferisce a te per depositare informazioni e vissuti personali, per avanzare suggerimenti e richieste, per sfogare il proprio scontento e per testare opinioni contrastanti. A volte questo avviene nelle migliori delle intenzioni, altre con l’intento di zittirti e altre ancora per lavarsi la coscienza, perché le persone si possano sentire sgravate in quanto, inoltrato la questione, non sono rimaste mano nella mano. Le persone ti scrivono e chiamano a ogni ora di ogni giorno e se tieni acceso il cellulare per essere raggiungibile per figlə o amicə, è un po’ come essere reperibili 24h 7/7.

    Ora, spesso sono felice degli input (quando sono input e non pretese) che arrivano dall'esterno. Succede però anche che questi input si inseriscono in tempi già strettissimi e anche solo la spiegazione del perché non posso fare tutto equivale ad un dispendio di energie. Sarebbe utile chiedersi anticipatamente se è davvero l’attivista la persona di competenza, spesso la questione risulta legata a un disservizio. Sarebbe fantastico che ci si chiedesse cosa poter fare in prima persona. Mi piacerebbe molto se gli input, anziché arrivare come un barile scaricato, arrivassero con una comunicazione di iniziativa propria (“guarda qui, farò questo, ci stai?”) invece di “guarda qui, perché non stai facendo niente? Dovresti fare ABC”. 

    So di essere in buona compagnia con questo mio desiderio. La scrittrice Giulia Blasi ci ha addirittura dedicato una newsletter (eccola qui: Il silenzio e la cura - Giulia Blasi | Servizio a domicilio (substack.com)), ispirata al libro di Irene Facheris “Noi c’eravamo”. Parla di come prendersi cura dellǝ tuǝ attivistǝ per minimizzare il rischio di mandarlǝ in burnout, con conseguente sbrocco e fine dell’attivismo… Consiglio la lettura del breve elenco di cose da ricordare quando ci si rapporta con le persone che fanno attivismo: 

    L’attivista non è un juke-box
    L’attivista non è un megafono
    L’attivista non è uno sfogatoio
    L’attivista non è la tua mamma
    L’attivista ce ne ha sempre una, perché ce n’è sempre una

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gorgias Fri, 03/08/2024 - 19:17

> In tal senso, l’avrete capito, sono un’attivista femminista. <
Dass es sich bei Ihnen nicht um eine "intelettuale femminista" handelt, glaube ich haben wir schon alle verstanden.

P.S.
Entspricht das Verwendete Bild nicht gängigen Schönheitidealen, die vom Patriarchat propagiert werden? Hat Sie das Patriarchat auch schon gehirngewaschen?

Fri, 03/08/2024 - 19:17 Permalink