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Mashrou3 Leila. Libanesità? No. Musica!

Musicisti che rifuggono da definizioni scontate.
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Foto: Gregor Khuen-Belasi/Transart

La pronuncia corretta di Mashrou3 Leila ha come ultimo suono il fonema arabo che corrisponde ad una “h” aspirata. Per convenzione questo suono è traslitterato nell’alfabeto latino con il numero 3 che Hamed Sinno - frontman e cantante – si è fatto tatuare sul braccio.

Venerdì 23 settembre in occasione di Transart 2016 la band, formatasi presso la prestigiosa AUB - l’università americana di Beirut, ha suonato alle officine ferroviarie di Bolzano. Molte definizioni e appellativi sono stati usati, sia da media internazionali sia da media locali, per inquadrare il “fenomeno” musicale, politico e culturale Mashrou3 Leila. C’è chi li ha definiti la voce musicale della primavera araba, chi i portavoce dei diritti civili, della libertà sessuale nonché dello smantellamento dei tabù legati all’omosessualità in Medio Oriente, per non parlare del loro presunto ruolo nella rinascita della musica araba. In occasione di un’intervista informale, poche ore prima del loro concerto bolzanino, abbiamo chiesto a Hamed, Haig, Carl, Firas e Ibrahim come si definiscono.

Foto di  Gregor Khuen Belasi/Transart

 

Il vostro nome letteralmente significa workshop, progetto nato in una notte – overnight project - ma ormai siete noti al pubblico internazionale, siete un gruppo affermato. Vi definite ancora un progetto in evoluzione, un workshop notturno?

Firas Abou Fakher – chitarra – No, ovviamente no. La musica è diventata il nostro lavoro, è ciò che facciamo per vivere, il che comporta molti impegni come i tour, le interviste (anche per salto.bz - ndr.), la registrazione degli album e molto altro. Siamo via via diventati più ambiziosi perché abbiamo aspettative più alte nei nostri stessi confronti, così come il pubblico si è abituato a una certa qualità nell’esecuzione e si aspetta di trovare nei nostri brani una costante ricerca musicale. Tuttavia, allo stesso tempo, cerchiamo di mantenere l’apertura caratterizzante un progetto improntato al laboratorio, ossia in grado di cambiare, di trasformarsi.

Come definite la vostra musica, con quale genere vi identificate maggiormente?

Hamed Sinno - A noi le definizioni sembrano inutili, superflue, non necessarie. Le influenze variano in senso lato dal pop al rock ma, ribadisco, non siamo interessati a definirci.

Quindi sperimentate, cercate la vostra via alla musica?

HS – Sì, noi ci divertiamo a provare, a mettere le mani in pasta, ad armeggiare con i suoni e vedere cosa ne esce. Siamo stati definiti in ogni modo, e ci va bene, tolleriamo, quasi tutto, tranne la definizione (odiosa ndr.) di world music.

Siete originari di un’area geografica “inquieta”, allo stesso tempo Beirut è una città ricca che è stata in grado di risollevarsi, nota anche per la sua vivace scena culturale, per la sua atmosfera internazionale. Credete che questo mix di condizioni avverse e vivacità culturale rappresenti uno stimolo per la creatività?

HS - Credo sia pericoloso definire l’arte come il prodotto di un’urgenza. L’arte, la musica richiedono un duro lavoro e in un contesto turbolento è più difficile produrre buona arte e buona musica.

FAF - Non credo esista questa correlazione, d’altronde quanti musicisti del Sud Sudan sono conosciuti al pubblico internazionale? È un’idea romantica ed eurocentrica, legata alla supposta nascita dell’arte in seno alla sofferenza. È una forma di feticizzazione del dolore tipico di alcuni intellettuali privilegiati ottocenteschi. D’altronde basta pensare alla proliferazione artistica del Rinascimento che è stata frutto di una società del benessere come è avvenuto anche per il brit pop emerso durante il boom economico. Tuttavia riconosco che sì, l’influenza reciproca, dovuta a quei circoli virtuosi che si creano in alcune città in determinati momenti storici siano fonte di stimolo per la produzione culturale.

Avete notato una differente accoglienza da parte del pubblico nel vostro lungo tour in giro per il mondo?

FAF - Sì, in effetti la musica è la stessa, lo show è lo stesso, ma la location e il pubblico cambiano, di conseguenza la riuscita di un concerto non dipende necessariamente dal paese, bensì dal tipo di evento, dalla location.  Chiaramente è diverso suonare a Beirut, al Cairo o a New York, ma anche in quel caso i fattori sociopolitici del momento sono determinanti. Dopo la strage di Orlando, per esempio, il pubblico newyorkese si comporta diversamente, non perché americano, ma a causa di un lutto collettivo; analogamente abbiamo notato questa differenza in Gran Bretagna dopo la Brexit o in altre parti degli States a seguito della candidatura di Trump.

HS - Non crediamo che le differenze tra paesi siano determinanti, è il pubblico che in modo del tutto casuale ogni volta è composto da persone diverse che interagiscono con noi in modo differente.

La domanda è legata al fatto che cantate in arabo e se, quando suonate in un paese arabo, sentiate l’audience più vicina, visto che comprende i vostri testi.

FAF - A noi non pare che il linguaggio sia l’unico elemento fondamentale di un concerto e spesso ci sentiamo a nostro agio quando nessuno capisce le parole, il messaggio musicale arriva lo stesso.

HS -  Credo sia ciò che accade a molti cantanti italiani che girano il mondo e sono apprezzati anche da chi non capisce l’italiano. È bello vedere le persone partecipare alla musica in sé, d’altronde un nostro concerto è un atto performativo messo in scena da cinque corpi che dal palco si relazionano alla fisicità del pubblico.

 

Foto di Gregor Khuen Belasi/Transart

Alcuni dei vostri testi parlano di omosessualità, siete stati definiti un gruppo portavoce dei diritti delle persone lgbt in Medio Oriente, condividete questa affermazione?

HS - Non siamo una band gay o queer, è uno dei molti argomenti che trattiamo nelle nostre canzoni come lo sono la politica, la critica al classismo, al settarismo e al razzismo, ma i media internazionali hanno colto la ghiotta occasione di etichettarci in questo modo.

FAF - Quando scriviamo i nostri testi non ci chiediamo se siamo abbastanza politici o abbastanza queer, ci sembrerebbe riduttivo lavorare in questo modo.

Dal novembre scorso state girando il mondo, essere in tour è un particolare “stato mentale”?

FAF e HS - Sì, decisamente. Tutto si ripete, fai le valigie, viaggi, c’è il sound check, suoni, ma allo stesso tempo in ogni luogo viviamo un’esperienza diversa.

Di ritorno dal tour vi è mai captato di sentire un senso di vuoto?

FAF - Beh il primo periodo prevede una fase di stabilizzazione, poi ti riprendi, ma poi tornare in tour richiede una nuova fase di stabilizzazione.

HS - Essere sul palco ha un che di magico, quando torni a casa l’adrenalina ti manca. Il tempo vuoto dei viaggi è anche luogo e momento creativo. Però entrare nel processo creativo comporta sempre uno sforzo, una parte di te stesso è in continua evoluzione e ti senti sempre insoddisfatto, incompleto.

In quale momento realizzate di essere soddisfatti del vostro lavoro, quando arriva il momento in cui vi dite “questo pezzo va bene”?

FAF – Mai, sennò diventi pigro, la pressione aiuta a rimanere vigili. Molto lavoro viene buttato via, ma si tratta di esperienze che tornano utili per il prossimo progetto.

Quali sono le difficoltà che si incontrano durante i tour?

FAF - Un po’ di tutti i tipi. Esistono problemi personali, altri legati al gruppo, a un governo che ci vieta l’ingresso al paese (Giordania ndr.), i problemi tecnici sul palco, il poster designer che fa male il suo lavoro.

HS -Talvolta lo staff che organizza il concerto o i media che ci intervistano sono razzisti, o c’è Alitalia che ti perde il bagaglio contenente cose di cui necessiti sul palco […]

FAFD’altronde siamo una band che dà valore a standard tecnici di alto livello, e ci dispiace quando non possiamo proporre al nostro pubblico la musica in modo adeguato.


Foto di Paolo Zucconi

Quanta Beirut c’è nel vostro lavoro?

HS - È una domanda difficile, chiaramente in modo conscio o inconscio il luogo in cui sei cresciuto te lo porti dietro. Beirut sa essere pulsante e interessante, in altre occasioni sembra che niente si muova.

FAF - La relazione che abbiamo con le nostre radici è strana e“tosta”. Non siamo il genere di musicisti che guardano alla musica araba degli ultimi 60 anni per poi inserirne alcuni elementi in un nuovo brano, tanto per fare “musica moderna con radici arabe”, è un approccio che odiamo, che ci frustra. Portare la Libanesità nella è musica è qualcosa che aberriamo.

Ci avete raccontato molto di ciò che non siete il che, per contrasto, aiuta a capire chi siete.

HS – Sì, siamo musicisti libanesi, originari di Beirut, non Libanesi che fanno musica. Mi viene in mente Roland Barthes* che commentando una pubblicità di una marca di pasta si poneva la domanda della definizione di Italianità. Quello che ci preoccupa e inquieta delle definizioni è che categorizzano, separano, incasellano, il che politicamente favorisce i conflitti.

*Roland Barthes, “Retorica dell’immagine” (1964), in Roland Barthes, L’ovvio e l’ottuso (1988), tr. it. Einaudi, Torino, 1988.

Si ringraziano Firas Abou Fakher e Hamed Sinno per la disponibilità nonché Martina Kreuzer, direttrice organizzativa di Transart, per aver reso possibile l’intervista.

Camera & Editing: Max Valenti