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"Civibank, avanti a tutti i costi"

Calabrò: "Proposto un accordo ai friulani, se non accettano ci sarà l'OPA". 2021 annata d’oro per la Cassa di Risparmio. Utile operativo "vero" a 50 milioni.
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Foto: sparkasse

"Noi crediamo che quello che abbiamo fatto dal 2015 ad oggi sia un percorso molto chiaro e trasparente. Siamo molto orgogliosi di essere una banca, che da quando ha preso una certa direzione ha anche mantenuto gli impegni presi verso l’esterno". Con queste parole l’Amministratore delegato e direttore Generale di Sparkasse Nicola Calabrò commenta gli ottimi risultati presentati nella conferenza stampa di giovedì 10 febbraio. Secondo il CEO della Cassa di Risparmio Bolzanina, una delle poche ad essere rimasta indipendente dopo la riforma del settore di qualche anno fa, dobbiamo leggere i risultati dell’esercizio appena trascorso con uno sguardo più ampio e non limitarci agli ultimi dodici mesi. Nell’ormai lontano 2015, Calabrò prese il timone della Cassa di Risparmio e riorganizzandola attorno a tre pilastri. Oggi l’AD e DG reinterpreta quei tre pilastri come delle promesse mantenute.»

La quantità di risparmio gestito amministrato nel 2015 si attestava a 1,058 miliardi di Euro e lo abbiamo portato a 2,130 miliardi nel 2021.

Salto.bz: Dottor Calabrò, secondo Lei quale fattore ha inciso maggiormente?

Nicola Calabrò: "In questi sette anni, Sparkasse mostra di aver effettivamente rafforzato la rete commerciale, ridotto il proprio rischio, e consolidato il suo patrimonio. La strategia di Sparkasse è essere una banca di consulenza. Nel 2015 concedevano mutui per 16 milioni di Euro al mese, oggi il volume dei mutui concessi è salito a 25 milioni mensili. Inoltre la Cassa di Risparmio deve per sua natura gestire appunto il risparmio. La quantità di risparmio gestito amministrato nel 2015 si attestava a 1,058 miliardi di Euro e lo abbiamo portato a 2,130 miliardi nel 2021. Le masse di risparmio gestito attraverso strumenti come i fondi comuni d’investimento sono quasi raddoppiate. Per quanto riguarda la promessa di diminuire il rischio, cosiddetta attività di derisking, l’indicatore di credito deteriorato netto (indicatore che tiene conto anche delle svalutazioni dei crediti già effettuati) è confermato al 1,3%. Un numero di eccellenza sul mercato italiano.

Nel 2015 avevamo un portafoglio crediti che era particolarmente viziato dai cosiddetti Non Performing Loans (crediti deteriorati) che rappresentavano il 23,8% del portafoglio crediti (circa 1,5 miliardo di Euro). A fine 2021 il livello è sceso al 3,9% (250 milioni di Euro). Oggi, possiamo dire di essere la seconda banca italiana (dopo Credem) con il livello più basso di rischi. In conclusione, la terza promessa del 2015 è la solidità. La banca, dopo l’unico aumento di capitale avvenuto nel 2015, ripaga la fiducia dei propri azionisti portando l’indicatore di stabilità CET1 dall’11% a sfiorare quasi il 15%.

C’è da dire che il margine finanziario incide molto sul risultato. Non sempre però i mercati sono così premianti.

È vero ma siamo anche stati molto trasparenti nel comunicarlo. L’aumento dell’utile da 30 a 70 milioni comprende anche 22,6 milioni di poste straordinarie. Si può dire dunque che l’utile operativo vero è passato da 30 a 50 milioni. Questo incremento è dato dalla crescita del core business, cioè dai ricavi generati dall’intermediazione finanziaria (cosiddetto margine d’interesse) e dai ricavi da servizi (generati sulla base delle commissioni incassate per servizi di consulenza). La crescita è sostenuta da un aumento dei ricavi rispetto all’anno precedente.

La gente ha imparato a comprendere la differenza tra depositi e investimenti. In conclusione, la nostra offerta è completa.

Si riscontrano particolari successi anche nella raccolta sia diretta (+9%) che gestita (+18%). A tal riguardo, come pensate di posizionarvi?

La raccolta diretta rappresentava in passato uno strumento di finanziamento. Il cliente poteva tenere i propri soldi sul conto corrente e ricevere degli interessi attorno all’1-2%. Come Lei sa bene, a differenza dell’Italia, ci sono alcuni Paesi in Europa in cui devi pagare ciò che lasci sul conto corrente. Con la raccolta diretta, sono aumentati i soldi parcheggiati sui conti correnti. Noi lo leggiamo come un segnale di fiducia dei clienti nella solidità del nostro istituto. Quello che è cresciuto tanto all’interno della raccolta indiretta, che è un aggregato più ampio, è il risparmio gestito che rappresenta il 75% di questo aggregato. La gente ha imparato a comprendere la differenza tra depositi e investimenti. In conclusione, la nostra offerta è completa. Offriamo sia prodotti di risparmio assicurativo come le polizze ramo vita in accordo con il nostro partner storico Eurovita, sia prodotti assicurativi a copertura dei rischi.

Forti di questi risultati, ci sono aggiornamenti sulla questione Banca di Cividale?

Lo scorso 9 dicembre il nostro CdA ha annunciato la decisione di prendere il controllo di CiviBank. L’annuncio di rito segue l’iter obbligatorio secondo quanto previsto per queste operazioni straordinarie. Il 19 gennaio abbiamo ricevuto il nullaosta dall’antitrust (AGCM) e a fine marzo dovrà esprimersi l’autorità di vigilanza bancaria (Banca d’Italia e BCE). Immediatamente dopo, aspettiamo il parere dell’autorità di vigilanza sui mercati (Consob). Ad aprile ci sarà quindi il lancio dell’Offerta Pubblica d’Acquisto (OPA) che permetterà di entrare in controllo della banca friulana.

Vedete qualche difficoltà all’orizzonte?

Non ci sono difficoltà nel senso che è un’operazione che abbiamo deciso di lanciare autonomamente, a differenza delle operazioni di fusione dove ci sono due parti che devono mettersi d’accordo. Saranno gli azionisti di CiviBank a valutare se trovano la nostra offerta interessante o meno, quando avverrà propriamente l’OPA. Nel frattempo, stiamo dialogando con il CdA di CiviBank per vedere se la nostra offerta può essere recepita come offerta positiva e allora l’operazione sarà concordata.

In caso contrario?

Se invece il CdA decidesse di ritenerla un’operazione non concordata, noi andremo avanti lo stesso.

Noi crediamo e siamo innanzitutto convinti che CiviBank sia una banca che ha buoni numeri.

L’espansione nel NordEst comporterà un appesantimento della struttura del Gruppo Sparkasse. Sebbene venga da un percorso di efficientamento, la stessa struttura di Sparkasse ne risentirà e i costi potrebbero lievitare, come prevedete di far fronte a questo rischio?

Evidentemente non avremmo preso questa decisione se avessimo dubbi sull’argomento. Noi crediamo e siamo innanzitutto convinti che CiviBank sia una banca che ha buoni numeri. È un’integrazione che non parte, come è già successo in altre realtà italiane, col dover gestire un malato e farlo guarire dai problemi che ha. In questo caso si tratta di integrare due realtà sane. Sparkasse è una realtà più grande e può fare da guida poiché abbiamo dimostrato che ci sono cose che sappiamo fare bene. D’altra parte, la banca pordenonese sa fare bene altre cose che noi non facciamo e ci potrebbero essere buoni spunti. Restiamo convinti che il processo di integrazione rafforzerà entrambe le banche. Dal punto di vista delle dimensioni che raggiungeremo, ad oggi Sparkasse fa affidamento su un totale di circa 11 miliardi di attivi e con i 5 miliardi di CiviBank raggiungeremo una dimensione di quasi 17 miliardi. Si tratta di una dimensione media e gestibile. Il gruppo Sparkasse ha raggiunto la sua maturità ed è pronta ad aumentare la sua dimensione del 50%.

Avete già in mente ulteriori partnership locali per consolidare la posizione dominante nel NordEst?

Crediamo che quella con CiviBank sia un’operazione importante e impegnativa, per il momento non abbiamo sul tavolo ipotesi diverse da questa e penso che sia sufficiente. Nei prossimi anni ci sarà il lavoro manageriale da fare per far sì che questa integrazione porti a casa risultati positivi.

Dopo quasi due anni la maggior parte delle imprese a cui abbiamo concesso la moratoria hanno ripreso a pagare.

Il ruolo della banca è anche quello di prevedere possibili evoluzioni negative dello scenario attuale. Quali sfide ci attendono nei prossimi mesi?

Saranno mesi effervescenti. C’è un rimbalzo in atto dell’economia italiana (la crescita del PIL è stata tra le più elevate in Europa), ci sono però segnali di preoccupazione che mettono in allerta diversi operatori economici. Ad esempio i prezzi molto elevati di alcune materie prime e dell’energia. L’auspicio, che però resta tale, è che questa situazione non duri oltre il secondo trimestre 2022, altrimenti le imprese potrebbero entrare in difficoltà. Penso anche che l’esperienza Covid abbia dimostrato che ci sono strumenti per limitare questi rischi. Un esempio è la decisione di inizio 2020 di concedere moratorie sul mutuo e sui prestiti concessi.  Dopo quasi due anni la maggior parte delle imprese a cui abbiamo concesso la moratoria hanno ripreso a pagare. Anche le banche hanno imparato a gestire il rischio in modo diverso. Nonostante lo scenario sia incerto, c’è la capacità di andare avanti.

E rispetto all’inflazione che alza la testa?

Il rischio è che i risparmi reali possano essere mangiati dall’inflazione, ma è presto per dirlo. La speranza è che sia un fenomeno passeggero. Non è detto che sia un fenomeno in crescita costante.