Culture | Salto weekend

Tanti film, tanti temi

Oggi, 13 aprile, la premiazione dei film in concorso al 33esimo festival di cinema a Bolzano. Una panoramica BFFB.
Festival
Foto: BFFB

Il titolo è semplice, Das Dorf, Il paese, e si riferisce alla realtà del paese di Naturno nella bassa Val Venosta, ma il ritratto che ne esce è assai complesso e va oltre. Karl Prossliner, classe 1953, con una discreta esperienza nel campo del “filmare” alle spalle, ha realizzato questo progetto con la sua piccola troupe (due alla macchina da presa, Daniel Mazza e Martin Prast; Martin Fliri per il suono, nonché Cornelia Schöpf al montaggio) nel giro di circa sei mesi suddivisi in due anni, ossia dal 2017 agli inizi del 2019. Descrive la realtà cambiata in questo paese che aveva già rappresentato in un documentario datato 1987, e trent’anni dopo ha voluto tornarci, a partire da un campo nelle periferie lavorato con i metodi di un tempo, ormai considerato quasi antico…

Vediamo contadini per lo più anziani, con falci a tagliare il grano, oppure a selezionare i semi per l’anno successivo, un altro a seminare le sue patate delle cui piante si prende cura personalmente, schiacciando con le proprie mani i parassiti che vi si insediano per mangiarne le foglie e impedire la crescita del prezioso frutto sotterraneo. Tutt’altro succede dentro e attorno al paese: in un montaggio che rispecchia l’accelerazione dei tempi di lavorazione sia nel campo della produzione delle mele, ormai monoculture nelle ampie vallate sudtirolesi, che in quello del turismo. In pochi mesi bisogna ristrutturare alberghi, enormi complessi con vaste aree del benessere, dove non conta più un lavoro fatto bene ma conta la consegna, non contano le ore e la qualità di un lavoro fatto a regola d’arte ma il fatto di finire in tempo per l’arrivo degli ospiti, conta il “finire”, appunto. Prossliner capta una realtà più reale del re, segue i suoi protagonisti nella corsa contro il tempo e il corso della natura, vien da dire, mettendo a confronto il tempo umano e quello dettato da un altro tempo, che non si sa più dove vuole andare… Dicono le didascalie iniziali, infatti, che quegli uomini anziani compiono i loro lavori come l’avevano imparato dai loro genitori, segni di tradizione e di cura per ciò che si fa e ciò che si è (“noi stavamo bene sul piano psichico-fisico”, afferma uno di loro, per contro a ciò che dichiara una benzinaia, ossia di fungere da psicologa per i suoi clienti furtivi che in pochi minuti le raccontano i malesseri più intimi, seduti nei loro grandi macchinoni): “nella loro vita hanno conosciuto un tempo che è stato radicalmente trasformato, non più dettato dalla natura, ma dallo stesso uomo che vuole persino dominarlo,  nel mondo come nel paese”. La sala di Merano, il cinema Ariston, era gremita di persone attente fino all’ultima immagine per accogliere alla fine con un sonoro applauso gli autori presenti. Poche parole di commento, così come il film vive delle immagini, vive di ciò che ci dicono, anzi ci “urlano” rispetto a un luogo pubblicizzato come “paese del benessere alpino-mediterraneo”, che in fondo narra la trasformazione dell’intero territorio della provincia in una zona ormai industrializzata nei settori agricolo-turistici: gli alberi tutti in fila come soldatini per produrre frutti sempre più perfetti, nonostante ormai debbano essere anche deviati su altri mercati oltre a quello europeo, alberghi sempre più enormi per riprodurre “inhouse” ciò che si potrebbe avere girando per la natura, acque e atmosfere rilassanti, per sognare a occhi aperti. Ce lo ricorda bene, il duo Prossliner-Schöpf, che apre e chiude gli ottantatre minuti con le immagini inquietanti di un’applicazione ultramoderna studiata per il “relax” dentro una macchina-saletta con vari programmi di giochi di luci e di suoni…

Exit Trailer

Il documentario presentato in prima assoluta a Merano, assieme a Caldaro, sede distaccata del 33esimo BolzanoFilmFestivalBozen, di cui stasera ci sarà la serata di premiazione per i miglior lungometraggi e documentari in concorso, e gli altri premi minori previsti. Grandi sono le aspettative verso le giurie internazionali (Inge Maurer-Klesel, dalla Germania, responsabile delle sale arthouse di Heidelberg; Barbara Schweizerhof, critico cinematografico per diverse testate sempre tedesche e Mohammed Soudani, direttore della fotografia, dalla Svizzera con origini sudan-algerine – per la finzione, e Johann Moser, esperto di tecnologie digitali e artista, Gabriele Röthemeyer, rappresentante di vari enti cinematografici germanici nonché ex-autrice e redattrice di cinema, e Alessandro Scillitani, documentarista, musicista e cantante, da Reggio Emilia, per la sezione documentari). Tra le tante pellicole visionate, quali si aggiudicheranno un premio e quali invece si avvieranno per altre sale, altri festival? I temi interessanti di attualità non mancano, così Exit della norvegese Karen Winther narra nelle modalità del racconto in prima persona le difficoltà di uscire dai movimenti estremisti. Lei stessa vi era coinvolta e va a cercare altri protagonisti, a partire dal primo nella ex-Germania dell’est, Ingo Hasselbach, il quale ne aveva scritto un libro e partecipato a un film su di lui con Winfried Bonengel nei lontani anni novanta. Un roadmovie dentro le ideologie di destra e di sinistra quando si fanno estreme e vanno a mettere in pratica teorie buttandosi in termini esagerati, dentro il male che producono quando vengono abbracciati da persone pronte a tutto, dove solo in pochissimi sono a prenderne coscienza per poi con mille difficoltà uscirne. Daniel in Germania si deve nascondere, Soren in Danimarca si dedica all’insegnamento, e un ex jihadista in Francia parla della riconversione grazie alle ampie letture fatte in prigione. Toccanti sono le immagini girate da uno sconosciuto dalla finestra che dava sulla via del retro del Bataclan di Parigi al momento dell’attacco terribile di due anni fa, già visto nei vari notiziari e in rete, ma altrettanto toccanti sono poi le parole dell’uomo che ha trovato il coraggio ad aprire gli occhi rispetto al cieco credo diffuso dai teorici di quella “guerra santa” che promettono il paradiso unicamente a coloro che vanno morire per far morire altri. Oggi tutti loro partecipano al programma ideato dallo stesso Hasselbach, Exit, per aiutare tutti quelli che vogliono lasciare quella strada imboccata troppo spesso per aver subito violenze in età adolescenziale, come veniamo a sapere da alcune delle persone intervistate…

The Cleaners Trailer

Sempre di violenza, unito a sesso e denigrazione di altri esseri umani, si parla in The Cleaners di Hans Block e Moritz Riesewieck, che indaga l’altra faccia dei social network, ossia chi decide che cosa rimane online? La grande promessa che equivale alla grande bolla del famoso quarto d’ora di fama previsto da Andy Warhol, fatta da Marc Zuckerberg & Co ai suoi/loro utenti era/è quella di condividere con tutti i momenti salienti della vita di ognuno. Ebbene quei momenti salienti ovviamente sono diversi per ogni singola persona, e vanno dal piacere del cibo al desiderio perverso di sesso con bimbi, dalle esecuzioni dei terroristi alle guerre che non conoscono limite. Chi decide quale immagine può restare? Per alcuni ci sono gli algoritmi, ma Facebook ha ingaggiato con una ditta terza oltre un centinaio di content moderator nelle Filippine a Manila, giovani che vengono addestrati a cancellare le immagini che contengono atteggiamenti violenti, sessisti e/o anche semplicemente nudi. Quali sono i criteri? Quale valore invece possono avere un certo tipo di immagini per altri se viste e considerate secondo un punto di vista critico sul piano sociale-storico-politico? Queste sono le domande che si pongono i due autori e cercano di andare a fondo, alternando scene dagli sgabuzzini bui dove i content visionano fino a 25mila immagini al giorno con altre in cui si vedono iniziative di artisti o analisti che usano immagini soprattutto da paesi in guerra per rendere pubbliche le atrocità compiute o capovolgerne il senso. Non di rado inventandosi tecniche particolari per non farle cancellare. Dunque vien da chiedersi: che cosa accade se le informazioni, di cui si nutre un pubblico sempre più vasto, risultano sempre più “pulite” grazie ai “pulitori” ? Che cosa succede al pensiero critico?

Waldheims Walzer Trailer

Senza queste fonti, ad esempio, un film come Waldheims Walzer non sarebbe stato possibile. La cineasta austriaca Ruth Beckermann, da sempre focalizzata su temi che trattano la marginalizzazione per non dire lo sterminio degli ebrei nonché le sue conseguenze nel mondo dopo la seconda guerra mondiale. Nel “Valzer di Waldheim” compie un’analisi fine e molto interessante di quell’uomo che per anni aveva nascosto al mondo intero il suo passato tra le fila naziste, inventandosi di essere stato ferito al fronte est in Russia e di aver poi finito “unicamente” gli studi, negli anni chiave dei massacri sui Balcani e in Italia, dal 1943 al 1945. Il film riprende tutto il materiale d’archivio esistente sul caso per focalizzare le modalità con cui lui si era negato in fase della campagna elettorale nel 1986 per diventare presidente dell’Austria. Il punto intrigante del film è che alla fine si fa un ritratto dell’Austria stessa, o di una parte di essa, che si era sempre dichiarata come la prima vittima di Hitler ai tempi dell’Anschluss nel 1938, dove i nazisti sarebbero entrati con forza travolgendo il popolo austriaco. Nessuno si ricorda la folla con le mani alzate che li avevano accolti con fervore… Grazie alle dichiarazioni di un giornalista-storico intervistato per l’occasione, allora, si fa chiarezza: fu ai tempi della nascita della guerra fredda che tutto d’un tratto il focus puntato sull’Austria si disperse a favore di una forte resistenza contro l’impero sovietico per far fronte all’eventuale invasione comunista. Fu allora, alla fine degli anni quaranta che i partiti iniziavano a riconquistarsi i voti degli ex-nazisti che hanno sempre negato, e tutto andò a finire nel dimenticatoio. Il passato era andato a finire nel buio dell’oblio, in altro modo rispetto alla Germania che aveva ammesso le proprie colpe e i cui figli avevano fortemente criticato la generazione dei padri, specialmente gli autori del Nuovo cinema tedesco. In Austria erano pochi a farlo. Ruth Beckermann con un gruppetto di altri intellettuali iniziarono le proteste, di cui lei ritrova il girato tanti anni dopo, una protesta che poi era cresciuta nei mesi fino a coinvolgere tutto il mondo che aveva isolato il presidente Waldheim nei sei anni del suo mandato fino al 1992. Un film coinvolgente che aiuta a puntare l’attenzione sui dettagli, sui modi di esprimere di una persona, su come si usano i gesti, come si usano le parole, l’apparenza, per nascondere le proprie colpe a favore del proprio successo. Del proprio ego. Un film che smaschera la messinscena.