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Verso una nuova Gründerzeit

Il futuro di Bolzano capoluogo sudtirolese così come viene delineato da Hannes Obermair, storico di Bolzano e lecturer presso l'Università di Innsbruck.
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Foto: web

salto.bz : I prossimi anni porteranno per Bolzano dei cambiamenti urbanistici significativi, dopo un lungo periodo di stanca. Come cambierà la fisionomia della città rispetto al passato?
Hannes Obermair - La città è un corpus sociale, denso di persone ma dotato anche di un inventario architettonico mai neutro, con significati urbani sedimentatisi nel tempo. Ci sono dei cicli e degli anticicli, quasi seguendo una legge di tipo economico. A periodi di evoluzione seguono fasi di involuzione o di stasi. E se andiamo all’indietro nel tempo il ciclo attuale si combina con altre ‘onde Kondratiev’ del passato di questa città. Sin dal 1200 i cicli di evoluzione e di recessione si sono ripercossi sul costruito ed ovviamente anche sul dibattito pubblico e questi cicli sono parzialmente leggibili anche come una traccia archeologica. Cicli importanti si sono avuto come dicevo nel 1200, poi alla fine del 1400. A cui hanno fatto seguito appunto periodi di involuzione nel ‘300 e nel ‘500. Anche se poi nel ‘600 c’è stata una leggera ripresa con l’iniziativa del magistrato mercantile, mentre la lunga fase decrescente viene sbloccata solo dopo la rivoluzione francese. Con la rivoluzione parte per così dire anche una nuova concezione del tempo e nella seconda metà dell’800 si materializza il famoso periodo perathoneriano che di per sé è solo un’etichetta. Di fatto è stata una prima Gründerzeit che ha generato anche, per la prima volta, una sfera politica comunale propria, e che si è fermata con la prima guerra mondiale. 
La seconda Gründerzeit - con un’impronta autoritaria e totalitaria e pertanto fortemente asimmetrica, ma molto interessante sotto tanti punti di vista - l’abbiamo avuta negli anni ’30. Nel dopoguerra tutto è diventato molto più frammentato e gli anni ’50 e ’60 restano tuttora poco indagati. Nel periodo a noi più vicino abbiamo quindi assistito (negli anni ’90) ad una fase di riconversione nell’ottica della cosiddetta città postfordista e delocalizzata. 
Ne fanno parte lo spostamento della Fiera e poi la costruzione dei distretti del sapere (Eurac ed Università), molto importanti perché forieri di un concentrato di massa critica e di knowledge workers. E’ da loro che ha avuto origine l’idea della città decentrata e policentrica. E la sfida oggi è quella di rinnovare questo ciclo che potremmo definire a questo punto post-postfordista. I presupposti ci sono tutti per una nuova Gründerzeit all’insegna dell’economia postmoderna dei saperi. 

All’inizio del nuovo millennio c’è stata poi un po’ una frenata, che prelude alla ripartenza ora alla fine del secondo decennio del secolo?
Sì, nello scorso decennio c’è stato uno stop dovuto anche un po’ alla crisi della globalizzazione con il crack finanziario mondiale. 
Ma Bolzano non è mai stata troppo a lungo una città ripiegata su sé stessa. Ed interessante è anche osservare quali siano stati nella storia i protagonisti di questi cambiamenti. In epoca asburgica abbiamo avuto personaggi molto importanti che hanno dato una grande spinta. Come Sigismondo d’Austria nel ‘400 con il suo Sigmundskron, che fu il simbolo architettonico della spinta fortissima di tipo economico, demografico-sociale e appunto militare che ebbe luogo in quel periodo. 
Sigismondo fu in pratica il secondo Benko di Bolzano, mentre il primo era stato il vescovo di Trento poco prima e intorno al 1200. Non bisogna ovviamente troppo personalizzare i processi storici, e questi nomi fungano solamente da metafora del rispettivo processo metamorfotico.

"Oggi una delle assi vincenti è il concerto tra amministrazione cittadina e amministrazione provinciale. In questo senso assistiamo a una ‘nuova sintonia’, tutta a favore del capoluogo."

A Bolzano ormai da circa 100 anni convivono due distinte comunità culturali e linguistiche. Qual è lo stato dell’arte della convivenza e dell’integrazione, al di là del fatto che queste parole oggi appaiono un po’ stereotipate? Il trend è positivo? 
Per mia indole io sono sostanzialmente anti-identitario e anti-patetico. Le identità deboli in realtà sono identità forti secondo una concezione più vasta che le rende più aperte all’integrazione, alla condivisione e alla compenetrazione sociale. 
In ogni conflitto etnico i presupposti sono dati dalla ghettizzazione dei gruppi. Più i quartieri sono misti meno si corre questo pericolo. E a Bolzano i quartieri sono davvero misti costituendo una forte spinta al debellamento delle conflittualità. Conflitti che, dobbiamo ricordarlo, nascono sempre sulla scia di fattori economici e sono sostanzialmente di carattere materialistico.
Nella città di Bolzano però oggi i livelli economici mi sembrano abbastanza allineati, in tutti i settori produttivi. La società è mista e questo è fondamentale. Questo se parliamo soprattutto dei gruppi etnici ‘tradizionali’. A mio avviso è stata accumulata anche molta esperienza e pratica di condivisione dello stesso spazio sociale (e delle complessità che vi sono connesse), il quale non viene letto più sulla base di discriminanti etniche, com’è invece avvenuto tra ‘800 e ‘900. In questo senso sono ottimista riguardo al trend generale.

Si sarebbe prodotta insomma in città una nuova specie o forma di cultura condivisa. Provocando però in questo modo anche un’ulteriore differenziazione rispetto al resto del territorio provinciale…
Si conferma la funzione guida della città, ma la stessa cosa in realtà vale anche per Merano, Brunico o Bressanone. Certo è centrale la presenza a Bolzano come capoluogo provinciale delle più importanti funzioni istituzionali, economiche e culturali. Resta il fatto che se Bolzano funziona bene questa cosa ovviamente si ripercuote su tutto il territorio, la cui ricchezza, non solo in termini economici, è comunque un fattore positivo anche per il capoluogo. E in questo senso mi sembra che sia nata una nuova identità urbana ‘debole’ - lo voglio sottolineare - che non si definisce più per criteri linguistici ma che punta più che altro a modelli socio-culturali pluralistici e al plurilinguismo. Oggi diventa quindi sempre più importante l’inglese ed è in atto una ibridazione culturale a mio avviso completamene positiva. I territori non urbani e “rurali” in questo senso allora stanno per assumere più una funzione di serbatoi identitari. E vengono visti come tali anche dagli ‘esseri urbani’, che usano questi luoghi in funzione ricreativa ovvero a scopo della propria stabilizzazione. Si tratta di una dialettica che però non deve mai essere portata agli estremi o all’antagonismo.

Recentemente l’autonomia è tornata in primo piano, grazie al percorso per il Terzo Statuto ma anche a causa della crisi dei partiti nazionali. Soprattutto gli italiani sembrano avere cambiato di molto il loro atteggiamento. E di per sé sostanzialmente in meglio. 
Quello dell’autonomia è un concetto molto abusato anche perché bisogna vedere cosa si intende. Se è un concetto di tipo illuministico cioè di autogestione delle proprie risorse, allora il punto di partenza è condivisibile. Se invece si riferisce all’idea di fare tutto da soli e magari senza controllo allora diventa egemoniale e magari anche revanscista. 
Il concetto positivo poi non deve essere solo politico, naturalmente. È importante che l’autonomia sia permeabile, altrimenti diventa un contenitore stabile che non riesce ad essere anche un ricettacolo. Autonomia e globalizzazione devono andare di pari passo, vanno trovati dei punti di connessione. Il concetto di cosmopolitismo, tanto vituperato, rimane invece secondo me molto importante.

"Per meglio combattere gli approcci neoidentiari e neonazionali bisogna sempre e in ogni occasione sottolineare il concetto di contingenza e di pura casualità della nostra esistenza che potrebbe sempre essere anche diversa da ciò che attualmente è."

In Alto Adige però da tempo esiste un cortocircuito per cui autonomia = Provincia. Nel senso di un nuovo centralismo del potere. Forse ora tocca agli italiani contaminare questo concetto, aiutando ad avere una prospettiva un po’ più diversa e più aperta. 
Lo ripeto: il punto fondamentale è che l’approccio non deve essere egemoniale. È necessario che nessuno usi - e mi sembra che solo gruppi marginali e in parte emarginati lo fanno - i concetti autonomistici nel senso di prevaricazione. Quando l’autonomia diventa asimmetrica non funziona più. 
Occorre anche interpretare sia il dibattito che il conflitto come risorse positive. Il nostro è un territorio di confine e di incontro e allora non può mai essere una terra facile. E l’assenza di facilità e di semplicità possono essere risorse molto importanti, se vengono colte nel modo giusto. La nostra è una fatica positiva, perché ci rende anche più sensibili.

Poi c’è la schizofrenia dello schema, basato sul ‘necessario mantenimento dei due blocchi’. Un sistema che però viene messa in discussione dagli ultimi 25 anni caratterizzati dall’arrivo di decine di migliaia di nuovi cittadini di diversissima origine culturale e linguistica. 
Si tratta di una risorsa preziosissima, che aggiunge oggi anche un forte potere contrattuale dal punto di vista pluriidentitario. Si tratta di un meccanismo che alla lunga può smussare le aspirazioni di ‘diventare troppo forti’. Questa cosa si nota soprattutto nella metropoli sudtirolese che è Bolzano. Molto importante è che i nuovi migranti non vengano ghettizzati. In parte lo sono, basta guardare una cartina che descrive dove abitano e poi in quali condizioni si trovano. Ma per il futuro bisogna augurarsi una loro distribuzione maggiore nel tessuto urbano. 

A Bolzano si registra poi la conferma della presenza e in qualche modo anche la rinascita dei fascismi. Che in parte proliferano sul terreno fertile della nostalgia nazionalista, ma nello stesso tempo manifestano anche una grande capacità di intercettare le insoddisfazioni dei residenti in alcune zone del territorio urbano. 
La presenza di questi gruppi - all’insegna del rigurgito neoidentario e semplicistico, minoritario ma chiassoso, e profondamente contrapposto all’atteggiamento che chiamerei di nonchalance etnica, di svogliatezza identaria - è innegabile. Non si tratta di folclore e anzi spero che in questi giorni passi in Parlamento la legge in discussione sull’apologia del fascismo. In ogni caso si tratta di gruppi perdenti rispetto ai quali comunque si dovrebbe avere un approccio maggiormente analitico. Di per sé sono un sottoprodotto della modernizzazione: non si rassegnano al cambiamento dei modi di vita, del lavoro, della comunicazione ma anche all’immigrazione. Loro reagiscono alla fine del ‘piccolo mondo antico’ con una rabbiosa re-ideologizzazione e vi includerei comunque anche chi così ostentamente si dichiara postideologico. Antieuropeismo, omofobia e xenofobia sono reazioni difensive e in ogni caso “pigre” e vittimistiche rispetto ad un qualcosa che sembra crollarti addosso. Sociologicamente parlando questi gruppi vanno capiti nelle loro paure, trovando poi il modo di recuperarli. Ma è molto difficile innanzitutto perché non vogliono essere recuperati.

Di per sé però i nuovi fascisti di Bolzano come prima cosa dicono che non ce l’hanno con i tedeschi. Marcando un impronta molto diversa rispetto al passato. 
Tra i ‘tedeschi’ cercano alleati e in parte purtroppo anche li trovano nei gruppi di neonazisti anche se questa “alleanza” puntualmente si frantuma, ed è un fenomeno che conosciamo dagli anni Trenta-Quaranta, sull’altare della lingua e dell’identità nazionale. Io penso che ammirino certi modelli di forte disciplina e ordine. Quello dell’”ordine” è un concetto molto autoritario, che loro con una lettura fuorviante pensano di trovare nel mondo di lingua tedesca. Se la Germania fosse a terra e la Russia potenza mondiale numero uno, si rivolgererebbero a quest’ultima. Dipendono perennemente da un Führer, un duce o un ducetto. Questo è e rimarrá sempre il loro più grande limite, cercano disperatamente un papa o una mamma, alla stregua di un deambulatore identitario.

Della nuova destra bisogna parlarne o no? Nei media non tutti ne sono convinti…
La situazione di per sé è paradossale. Perché entrando in contatto con loro li stai già legittimando. È il grande problema di ogni giornalismo dal quale è difficile venir fuori. L’unico modo secondo me sta nel far presente l’errore di fondo di analisi proposto da gruppi come Casapound, Blocco studentesco o Forza Nuova. Basati su una visione storica unilaterale e revanscista che di per sé è facile smontare. Importante è che la legislazione sia adeguata, perché certi paletti non possono essere superati senza subire conseguenze. Si tratta di un problema non solo italiano, ma che in Italia risulta particolarmente presente. I gruppi di estrema destra sono infatti molto diffusi, in un modo che sarebbe stato impensabile ad esempio negli anni ’80. A Roma ma non solo. Il “Ventennio berlusconiano”, ovviamente non solo da questo punto di vista, è stato un disastro completo. L’Italia è uno dei pilastri delle democrazie occidentali e il fatto che vengano tollerate simili attitudini è un problema che deve essere risolto. 

Ultima domanda: la politica in provincia di Bolzano continuerà anche in futuro ad essere caratterizzata e anzi catalizzata da un partito di raccolta? Un partito che di fatto oggi è la formazione politica più longeva d’Italia?
Si tratta di un problema irrisolto della democrazia territoriale e regionale. Sappiamo per quali motivi il partito di raccolta dei tedeschi e dei ladini è nato nel 1945 e la cosa è pienamente legittimo in sé. Il processo dell’alternanza tipico della democrazia in Alto Adige però è interrotto, anche se comunque in base al principio di concordanza dello Statuto di autonomia il partito di raccolta deve sempre coalizzarsi. 
Oggi è difficile dire come sarà la SVP tra 10 o 20 anni. Si tratta di un partito territoriale con un enorme successo, dove però nel futuro potrebbe aver luogo una de-etnicizzazione. In parte è stata già operata, anche se non a livello statutario. Potrebbe insomma diventare un partito ‘di tutti gli autonomisti’ attraverso una prospettiva più aperta. Basata su un’identità sudtirolese meno marcata ed etnicamente declinabile. 

"Occorre comunque pensare al fatto che quelle degli ‘italiani’ e dei ‘tedeschi’ sono anche comunità immaginate, seppur all’interno di un modello di successo. Sostanzialmente si tratta di concetti ascrittivi. Bisogna rifuggire i miti e non pensare che siamo già ‘arrivati’, anche perché non ci si può mai arrivare. Le potenzialità sono sempre molto maggiori di quello che siamo riusciti a fare. Questo dovrebbe insegnarci umiltà esistenziale."

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Hannes Obermair è nato a Bolzano nel 1961. Ha studiato storia, germanistica e filosofia presso le Università di Innsbruck e Vienna, trascorrendo dei periodi di ricerca in Germania e Gran Bretagna. Dal 1992 fa parte della redazione della rivista “Geschichte und Region/Storia e regione”, mentre dal 2002 è collaboratore scientifico presso l’Archivio Storico della città di Bolzano. Insegna presso le Università di Trento e Innsbruck. I suoi interessi di ricerca vertono su: Storia cittadina e regionale, ricerche sul Medioevo, Storia della storiografia, Storia della scrittura e dell’editoria. Ha pubblicato recentemente “Dom- und Kollegiatstifte” (2006), “Vor Gericht - Giustizie” (2007) und “Bozen Süd - Bolzano Nord”, 2 volumi. (2005-08). Presso Edition Raetia: “Universitas Est”, Vol. I e II (2008).

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alfred frei Sun, 07/16/2017 - 09:18

"Come Sigismondo d’Austria nel ‘400 con il suo Sigmundskron, che fu il simbolo architettonico della spinta fortissima di tipo economico, demografico-sociale e appunto militare che ebbe luogo in quel periodo.  Sigismondo fu in pratica il secondo Benko di Bolzano, mentre il primo era stato il vescovo di Trento poco prima e intorno al 1200.
......... weitergesponnen > die Benko-Volksbefragung - eine Art moderne "militärische"  Besetzung Bozens, der wirtschaftliche - soziale Aufschwung braucht seine Zeit ....

Sun, 07/16/2017 - 09:18 Permalink