Culture | Salto Afternoon

La sabbia di Hollywood

Once upon a time ... in Hollywood, in 35 mm.
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Foto: ©www.bbc.com

L’altra settimana sono andato a Bologna per motivi assolutamente personali e per un inspiegabile intreccio di eventi astrali sono riuscito a ritagliarmi il tempo per andare al cinema Lumiére e vedere in 35mm lingua originale con sottotitoli in lingua: italiano l’ultimo film di Quentin Tarantino, un regista piuttosto noto.

Il film mi è piaciuto, moltissimo. Sono riuscito a restare alla larga da tutta una serie di spoiler ed anticipazioni, e dunque ho approcciato l'opera praticamente senza alcun punto di riferimento nè praticamente alcuna aspettativa, se non vaghi riferimenti del resto desumibili già dal titolo del film. Come mi succede spesso con Tarantino, quasi sempre, mi trovo a collocare il film nella lista degli "inevitabili", cioè esperienze filmiche da fare almeno una volta nella vita, quantomeno per "completezza". E forse, anche qualcosina di più, questa volta. La tesi di questo post potrebbe infatti essere semplicemente che "Once upon a time ....in Hollywood" è un film molto bello.

 

Domanda: perché è un film molto bello?

 

Per rispondere serve avere una fascinazione, una “luccicanza” più ancora che una conoscenza di quel che è il tema del film, ovvero un preciso periodo storico, appunto il 1969, in cui parecchie cose cambiano qui e là nel mondo, e dunque a parecchie persone tocca capire da che parte andare a parare per restare a galla; ed un preciso luogo, ovvero Hollywood e Los Angeles, la fabbrica del cinema, ma anche della televisione, e tutto quello che ci sta intorno. Chi è cresciuto con la televisione, che a un certo punto in Italia riciclava fino allo sfinimento vecchie serie tv o pellicole ancora più vecchie, irritando le giovani generazioni alla ricerca di cose fighe da guardare, può intuire di cosa si sta parlando. Sono luoghi che ogni spettatore ri-conosce, intimamente, che magari ogni spettatore ha anche detestato profondamente, persone, clichet e situazioni che erano tremendamente triti e superati già trent’anni fa e che ora entrano prepotentemente in una storiografia, liberamente reinterpretata, certo, che ne anima il dietro le quinte e ne dipinge esattamente il momento ed il luogo, in cui l’immaginario cambiava radicalmente ma la cornice, di fatto, restava immutata.

Come mi succede spesso con Tarantino, quasi sempre, mi trovo a collocare il film nella lista degli "inevitabili", cioè esperienze filmiche da fare almeno una volta nella vita, quantomeno per "completezza". E forse, anche qualcosina di più, questa volta

C’è stato un periodo, piuttosto lungo, in cui il luogo dell’immaginario occidentale è stato quel pezzo di California, con i suoi deserti, i suoi cactus, i nomi affascinanti, i cowboys ed il sogno della frontiera che va a finire vista oceano in una specie di arido giardino dove a febbraio, in virtù degli irrigatori, nelle ville si fa colazione in giardino vestiti solo di un accappatoio. Le strade piene di insegne, che filano via a bordo di automobili giganti ed iperstilizzate, poliziotti in motocicletta, etc.

Forse, e dico forse, oggi il quadro generale non è più così semplice ed univoco (è forse Los Angeles ancora il motore unico di un immaginario così ampio e diffuso?), e infatti questo mondo, che affiora nel crepuscolo dei ‘60, laddove si colloca per convenzione la ridefinizione culturale dei costumi, dei modelli e del modo di pensare delle società occidentali “moderne” (ma non solo), sta tutto in quel “C’era una volta” del titolo. Una favola, un ricordo lontano, di cui ancora oggi restano tracce indelebili negli spettatori superstiti di quel tempo e degli anni immediatamente successivi, e, in primis, nello stesso Tarantino, spettatore per eccellenza che si rende testimone. Il tempo scandito dal film perde tempo a fermarsi su mille piccoli dettagli che esplorano quel frame spazio-temporale, con il rigore dello storico e la competenza dell’archivista. L’intreccio decolla piano, di fatto non decolla proprio, ma procede con respiro ampissimo, entrando e uscendo dalle quinte dei set in un momento di pausa, o trasformando con la lente dell’omaggio l’ennesimo dialogo canonico di una serie tv in un momento di altissimo cinema, o omaggiando la statura epica dei famosissimi che sfilano lungo la storia, anche brevemente, riportata a luoghi e contesti polverosi come il parcheggio di un’automobile con le maestranze in un momento di pausa, o le trafficate strade dell’immensa metropoli, i suoi davanti, i suoi didietro.

Il luogo è la storia, le sue narrazioni ed i suoi riferimenti, in quello che è un enorme prologo al netto del prosieguo delle vicende narrate. Un disequiliibrio che ricorda Psycho, per certi versi.

Quindi sì, non so se tutto questo basti a spiegare perché questo film è un bellissimo film, né che in virtù del suo geniale regista debba essere universalmente percepito come “capolavoro”. MA, c’è un MA, il film offre uno sguardo importante ed onnicomprensivo su tutto questo essere, o essere stato, “Hollywood”, vista da un finestrino, dalle facciate o nei backyards, nelle storie e nelle azioni delle persone che l’hanno animate ed anche nei ricordi degli spettatori, punto d’arrivo e punto di partenza di ogni storia.