Emanuela e Sara Pedri, la ginecologa scomparsa
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Politics | TrentExpress

La tragedia di Sara, un pasticciaccio

La giovane ginecologa scomparsa e il gioco a eliminazione ai vertici dell’Azienda sanitaria di Trento: così siamo diventati uno scandalo nazionale.

“Dieci piccoli indiani – E non ne rimase nessuno” è il titolo di uno dei capolavori di Agatha Christie. Un thriller – ambientato su un’isola - a eliminazioni successive, senza un colpevole: un giallo apparentemente senza soluzione. Il sistema sanitario trentino dell’era leghista (terzultimo in Italia per quota di popolazione vaccinata) fa venire in mente quei dieci piccoli indiani.

Sarebbe quasi una situazione farsesca, il ricambio vertiginoso dei vertici dell’Azienda provinciale per i servizi sanitari (Apss) di Trento, la più grande “industria” del Trentino, se qui non ci fosse di mezzo una tragedia vera: la scomparsa, si teme irrimediabile, dal 4 marzo 2021, di una ginecologa dal viso di ragazzina solare e sorridente, Sara Pedri, 31 anni, salita da Forlì in Trentino per trovare lavoro (dal 15 novembre 2020 all’ospedale di Cles, poi a Trento), dopo la specializzazione in ginecologia a Catanzaro.

Di questo caso diventato nell’ultimo mese uno scandalo nazionale, con tanto di ispezione ministeriale urgente, dopo “Chi l’ha visto” e gli articoli dei maggiori quotidiani nazionali, si discuterà lunedì prossimo, 19 luglio, in un consiglio provinciale straordinario chiesto dalle opposizioni. Che vorrebbero anche la “testa” dell’assessora provinciale alla salute.

Sara Pedri sarebbe stata spaventata, angariata, forse addirittura schiaffeggiata da una stretta collaboratrice del primario, messa in difficoltà e in ansia, fino a perdere peso, serenità e fiducia in se stessa, fino a sentirsi costretta alle dimissioni, dal reparto e dalla vita: lo affermano i messaggi da lei lasciati e diverse testimonianze. Che la ginecologia trentina fosse diventata un ambiente di lavoro difficile e ostile, una specie di regno del terrore, è stato confermato anche da altri medici del reparto, oltre che dai dati degli ultimi anni: dal 2016 al giugno 2021 le dimissioni volontarie da ginecologia hanno riguardato 12 medici, 3 infermieri, 47 ostetriche.
E nei giorni scorsi ben 70 ostetriche hanno chiesto di essere sentite dal direttore sanitario: la prorettrice per le politiche di equità dell’Università di Trento, Barbara Poggio, l’ha salutata come “una buona notizia, perché quando le organizzazioni non riescono a contrastare pratiche di mobbing e molestie al proprio interno, uno dei pochi modi per affrontare il problema è che persone al corrente dei fatti si presentino collettivamente, non lasciando che a esporsi siano pochi soggetti, con il rischio di ripercussioni personali”. Una iniziativa anche contro “resistenze e reticenze, anche da parte dei responsabili politici locali, che hanno cercato di difendere l’indifendibile”.

Non si tratta certo di individuare presunti colpevoli di azioni di mobbing e intimidazione (saranno le indagini, giudiziaria e amministrativa, a definire eventuali responsabilità) per un dramma che può avere una serie di concause, anche remote, come spesso accade in queste congiunzioni dolorose dell’esistenza, che portano una persona giovane verso la disperazione.

Ma l’inadeguatezza delle risposte del sistema della sanità pubblica trentina, questa sì che va evidenziata come allarmante. Oltre che devastante per l’immagine di un sistema che finora ha goduto di una certa rispettabilità. La mamma di Sara, Mirella Sintoni, scrive: “Pregate perché il suo sacrificio non sia vano e possa allontanare per sempre dalla mente umana e dalle coscienze la mancanza di rispetto. La verità su mia figlia deve essere affermata”. E quando la sorella di Sara, Emanuela Pedri, si dice delusa dal teatrino dei trasferimenti e dall’annacquamento delle responsabilità, dice che il re è nudo. Come sa chi ha seguito il percorso della prima giunta provinciale fugattista dal novembre 2018 ad oggi.

Ma ecco i dieci piccoli indiani di questo giallo inquietante.

  1. Stefania Segnana. Un’assessora alla salute senza un curriculum specifico per il settore, declassata subito dall’ex sottosegretario alla sanità Fugatti al ruolo di lettrice-annunciatrice dei dati della pandemia: funziona in tv per il suo look empatico (la voce triste, lo sguardo malinconico, la lacrima commossa) ma resta estranea alla stanza dei bottoni, dove comandano gli uomini. A cominciare dal super dirigente generale Ruscitti, piglio duro da decisionista, chiamato da Padova (come da tradizione, a Trento chiamano boss veneti) a comandare la nave trentina. Segnana invece è decisionista solo quando cancella i temutissimi corsi di educazione al rispetto di genere, per il resto la sanità trentina è una grande nave che sfugge al suo controllo: incluso il rinnovo dell’incarico al primario di ginecologia, scoperto un mese dopo e deciso “a sua insaputa”. Inappropriate anche le sue prime parole su Sara Pedri: “Mi dispiace tantissimo per questa vicenda ancora da definire, soprattutto se la fragilità di questa giovane donna è stata acuita da una situazione lavorativa”. “Fragilità” – peraltro negata dalla madre, Mirella Sintoni, e dalla sorella della ginecologa – è profilo esistenziale, non è una diagnosi clinica e suona come attenuante preventiva non richiesta.
  2. Paolo Bordon. L’ex direttore generale dell’Azienda sanitaria provinciale (dal maggio 2016 al luglio 2020) non è mai piaciuto a Fugatti per due motivi: l’aveva nominato l’odiato centro-sinistra; aveva osato sussurrare che invitare i turisti a venire a sciare “sicuri” in Trentino, nel primo weekend di marzo 2020, come aveva fatto il presidente della Provincia di Trento, non era stata la migliore idea per frenare i contagi. Quando il presidente dell’Emilia-Romagna Bonaccini lo chiama a Bologna a dirigere la sanità emiliana, Fugatti non muove un dito per fermarlo.
  3. Enrico Nava. Responsabile della responsabile dell'integrazione socio-sanitaria, in prima linea durante il primo anno della pandemia, si autosqualifica a fine marzo quando diventa notizia il suo errore commesso il 5 gennaio, veniale ma politicamente insopportabile: aver destinato un vaccino eccedente alla moglie, che non ne aveva titolo; corsia preferenziale non ammissibile. Destinato ad altro incarico, almeno si tira fuori dalla bufera successiva.
  4. Pier Paolo Benetollo. In pieno infuriare del caso Pedri, il direttore generale dell’Apss rinnova il 7 giugno l’incarico a Tateo fino al 2025 con valutazione positiva dei risultati raggiunti (e non avvisa l’assessora e il presidente, che peraltro – in altre faccende affaccendati – neppure si informano…). Non impedisce al primario di ginecologia di rientrare dalle ferie, traccheggia e ondeggia come Fugatti e quando Fugatti finalmente decide di trasferire il primario, si adegua ma senza brillare per tempismo. Nominato il 26 febbraio, si dimette il 13 luglio. Lascia il posto al suo più stretto collaboratore e sostituto Ferro. Ma, elogiato e ringraziato da Fugatti, resta in posizione chiave: va a dirigere il Servizio ospedaliero provinciale.
  5. Antonio Ferro. Nominato dirigente della prevenzione dal dg Bordon nel marzo 2019. Diventato una star del Fugatti Live Show in tv dal marzo 2020, pochi giorni dopo aver dato parere favorevole alla decisione di Benetollo di riconfermare per altri 4 anni l’incarico al primario, il 9 giugno dice a “Chi l'ha visto”: "A una prima indagine interna fatta non ci sono elementi oggettivi per ritenere che ci sia una connessione diretta tra questa sparizione e il lavoro''. Un mese dopo, scopre invece che la situazione era “pesante” per “fatti oggettivi”, peraltro segnalati da anni. Diventato commissario e poi dirigente generale (facente funzioni, provvisoriamente, in attesa di bando) il numero 1 dell’Azienda (il terzo numero 1 in dodici mesi) destina ad altro incarico il primario e la sua “vice”. Ma è troppo tardi per ridare credibilità all’Azienda, cercando di accreditarsi come un manager di ferro. Sua la stentorea affermazione, due giorni fa: “Non sono uno yes man ma ho piena fiducia nella giunta Fugatti”. Si resta in attesa ansiosa di contare i suoi futuri “no” al presidente della Provincia. Intanto, presentando la sua nuova squadra, fa una gaffe: “Ci dovrà essere un passaparola positivo, non ci possono essere persone che sputano nel piatto nel quale mangiano”. Oh yes.
  6. Saverio Tateo. Il ginecologo barese, laureato a Pavia, arrivato a Trento nell’estate 2011, aveva affidato al giornale “Trentino” queste parole ecumeniche e involontariamente maschiliste: “Ho trovato un'equipe medica molto preparata, un reparto con una grande capacità di dialogo e un alto livello di condivisione delle cose da fare. Quindi c'è una capacità di accettare cambiamenti, cosa non facile se l'ambiente è rigido. Mi trovo molto bene, le nostre colleghe sono allo stesso livello degli uomini e mettono un grande impegno in questo lavoro. In ambito chirurgico, poi, le potenzialità delle donne sono pari agli uomini”. Nel pieno della tempesta scatenata dalla scomparsa di Sara, il “sovrano illuminato” del reparto (con questo ironico appellativo si rivolse a lui la dottoressa Pedri) tace, prudentemente e inevitabilmente, mentre intorno a lui esplode l’inferno. Senza entrare nella questione penale, anche se si sentisse del tutto estraneo alle accuse che gli hanno rivolto, poteva forse trovare il modo di dire pubblicamente, per la famiglia di Sara Pedri e per l’immagine dell’Apss, qualcosa come: mi rincresce, mi dispiace per la mia collega. Viene trasferito al percorso nascite di Pergine. Forse, però. Perché anche sulla sua destinazione, dai vertici dell’Azienda e della giunta non giunge certezza. Intanto è in ferie. Qualcosa si inventeranno.
  7. L’Anonimo/l’Anonima. Se è vero che da anni il clima in reparto era “irrespirabile”, perché gli esposti e le lettere dei sanitari di ginecologia arrivano solo dopo l’esplosione nazionale del caso di Sara? Le prime interrogazioni politiche sono datate 2019, anno in cui si registrano altri 11 abbandoni del reparto: perché nessuno si è deciso di percorrere la via dell’esposto/denuncia senza nascondersi dietro la politica? Perché la presunta “incompatibilità ambientale” del primario viene segnalata solo dopo che Sara Pedri è sparita al lago di Santa Giustina? Perché ex colleghi di Sara, ora in altri ospedali, danno interviste che raccontano una situazione allucinante, ma sempre evitando di metterci la faccia?
  8. Claudio Cia. Fiero avversario dei lupi, degli orsi e dei rossi, cattolicissimo, ex infermiere e dunque bene informato dai suoi ex colleghi del Santa Chiara, eletto consigliere provinciale di Agire per il Trentino (partitino alleato della Lega), di recente migrato al partitone Fratelli d’Italia e dunque formalmente all’opposizione, presidente della quarta commissione legislativa competente per la sanità. In prima linea a polemizzare sul caso Pedri, tra i primi a sollevare dubbi sulla situazione tesa a ginecologia, già due anni fa. Preso di mira dal collega Zeni (ex assessore) perché non avrebbe inoltrato all’assessorato alla salute o all’Azienda sanitaria le segnalazioni in suo possesso (e che non ha voluto mostrare alla IV commissione). Dopo la nomina di Ferro afferma: “Non pensiamo che ostetricia e ginecologia sia un caso isolato, la vicenda di Sara Pedri è solo la punta dell’iceberg”. Che cosa ci sia nell’iceberg sotto la punta, Cia – che per due anni ha fiancheggiato lealmente l’assessora Segnana - non dice. Né spiega come si farà a “restituire serenità all’ambiente sanitario”. Ma forse Cia, come la CIA, sa cose che noi mortali non immaginiamo…
  9. Luca Zeni. Il consigliere provinciale di minoranza, avvocato ed ex assessore provinciale democratico alla salute, nella sua ultima interrogazione del 13 luglio – la prima sua sull’argomento – declassa il drammatico, straordinario caso Pedri a ordinaria polemica politica contro il collega Claudio Cia. Un supercompetente come l’avvocato ex assessore, implacabile editorialista fustigante l’assenza di visione della sanità trentina (l’ultima volta sull’Adige di ieri) invece che sezionare chirurgicamente la questione ginecologia, abbassa il problema a bega politica, dando fiato alle polemiche del furbo Cia, che già cavalca il qualunquismo melonista: quando qui si tratta di un problema strutturale e di un reparto tormentato. Da anni. Non da oggi.
  10. Maurizio Fugatti. Come suo solito, è bravo a vendere – con i suoi abborracciati Covid Live Show quotidiani durante il lockdown, ogni pomeriggio all’ora del tè – una gestione dell’emergenza che non è però dissimile da quella di altri presidenti di Regione. Dà un colpo al  cerchio e uno alla botte, esalta i dati favorevoli al Trentino e occulta quelli pesantemente negativi (per esempio, la percentuale dei morti, tra le peggiori d’Italia, più alta che nella provincia di Bolzano), spara su Roma (finché la Lega non va al governo) e strizza l’occhio al populismo, anticipa qualche risorsa finanziaria alle categorie più esposte e aspetta sempre che arrivino i soldi dello Stato. La sua ossessione resta il rilancio degli ospedali periferici (ha subito riaperto la natalità di Cavalese) – anche conto ogni logica di efficienza sanitaria – perché il consenso elettorale alla Lega viene dalle valli. Sul caso ginecologia, come sempre scarica le responsabilità sull’Azienda sanitaria, prende tempo e minimizza all’inizio, per poi cambiare le pedine quando proprio è costretto. Ma con soluzioni pasticciate, trasferimenti goffi, esiti non limpidi. Come la soluzione degli incarichi (provvisori, come sempre) a scavalco nel nuovo consiglio di direzione guidato da Ferro (Brunori e Gobber restano alla guida di nefrologia e dialisi e delle cure palliative, ricoprendo nel contempo i ruoli di direttore sanitario facente funzioni e responsabile per l'integrazione socio-sanitaria). Ma naturalmente il presidente va sempre cianciando serenamente di “clima di assoluta trasparenza”, di grande rispetto per quella che lui chiama “la parte scientifica” e, duettando con Segnana, di “grande lavoro di squadra”. Di qualunque squadra si tratti. “Sughero”, avevo battezzato un giorno lontano l’allora presidente autonomista della Provincia, Carlo Andreotti, per le sue capacità di galleggiamento in ogni situazione. Ma il primo presidente salvinista del Trentino lo strabatte: grazie alla sua maggioranza blindata, alla gentilezza della stampa mainstream e alle contraddizioni dell’opposizione (che, al solito, procede in ordine sparso per carenza di leadership trasversale), Sughero Fugatti sa camminare sulle acque più tragiche, dalla pandemia al caso Pedri, continuando a sbagliare, cambiare idea, fare e disfare, a inciampare ma senza neppure bagnarsi le suole delle scarpe.

Dieci piccoli indiani. Ma, a differenza che nel libro di Agatha Christie, in questa storia ne resta in campo più di qualcuno. E il sistema sanitario trentino rimane in prognosi riservata.

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Massimo Mollica Fri, 07/16/2021 - 08:33

I punti da risolvere sono sostanzialmente 3:
1) punire i diretti interessati che hanno creato questa situazione;
2) punire chi avrebbe dovuto controllare ma non l'ha fatto;
3) mandare a casa, con le prossime elezioni, Fugatti e soci;
Comunque se fosse successo a un mio caro non so come avrei reagito...

Fri, 07/16/2021 - 08:33 Permalink