Fascisti a Bolzano
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Politics | Avvenne domani

Domenica di sangue

A cent’anni dagli spari allo Stillendorf

Cade tra qualche giorno il centesimo anniversario della cosiddetta “Domenica di sangue” nel corso della quale un maestro di musica sudtirolese, Franz Innerhofer di Marlengo, fu ucciso dai fascisti arrivati a Bolzano per una spedizione punitiva.

Non mancheranno sicuramente, nei prossimi giorni, le rievocazioni e le commemorazioni ufficiali di un episodio che ha lasciato il segno nella storia altoatesina per la brutale violenza consumata e per il valore simbolico che ha assunto come una sorta di anticipazione di quella che sarebbe stata la politica fascista nei confronti dei sudtirolesi.

La cronaca di quei giorni è stata ripercorsa più volte. All’epoca ne parlarono abbondantemente i giornali italiani ed esteri. Negli archivi del Commissariato Civile, retto all’epoca dal liberale Luigi Credaro, sono conservate le relazioni di polizia che documentano le indagini degli inquirenti per cercare i colpevoli dell’omicidio. Una versione tutta improntata a giustificare l’operato dei fascisti è contenuta nell’opera “Storia della rivoluzione fascista” di Giorgio Chiurco e ad essa, come del tutto prevedibile, si accoda anche Ettore Tolomei, parlando dell’accaduto sul suo Archivio.

In anni più recenti una ricostruzione, sintetica ma completa negli elementi fondamentali, compare sul volume “Il fascismo nella Venezia Tridentina, di Sergio Benvenuti.

Su quel che accade in quella domenica 24 aprile 1921 si sa dunque tutto o quasi. Bolzano ospitava in quel giorno una delle fiere periodiche che, rinnovando i fasti di antiche tradizioni mercantili, avevano il compito non facile di aiutare la ripresa di un’economia che era uscita stremata dalla lunga guerra e che pativa ancora gli effetti del cambio di nazionalità. Come la tradizione imponeva la rassegna era celebrata con un corteo folcloristico con bande musicali e gruppi in costume.

Quel giorno però a cercare di approfittare del grande afflusso di pubblico che si sarebbe realizzato a causa della fiera erano anche gli attivisti politici sudtirolesi che avevano deciso di compiere un gesto dimostrativo. Anche a Bolzano si sarebbe votato come a Innsbruck per un referendum voluto dal Landtag tirolese che chiedeva la riunificazione della neonata Repubblica austriaca con la Germania. Nel Tirolo del nord la votazione, priva anch’essa di qualsiasi effetto pratico, raccolse una maggioranza schiacciante di oltre il 98%. Risultato analogo, un mese più tardi, per un’analoga consultazione tenuta nel Salisburghese. Il trauma seguito al crollo dell’Impero aveva dato fiato alle istanze delle parti politiche più nazionaliste che consideravano la nuova Repubblica di Vienna come un’imposizione dei vincitori è un tradimento dello spirito pan germanista. Il loro sogno si sarebbe realizzato quasi vent’anni dopo con l’Anschluss dal 1938 che consegnò, sempre a stragrande maggioranza di voti, l’Austria alla Germania di Hitler.

Il fatto che al referendum volessero partecipare, come evidente gesto dimostrativo, anche i sudtirolesi non poteva passare inosservato. Lo sapevano le autorità che però decisero di lasciar fare, lo sapevano tuttavia anche i fascisti di Bolzano che informarono i vertici nazionali del partito. La decisione fu quella di apprestare una spedizione punitiva in grande stile. Era una delle tante che le camicie nere stavano compiendo in quelle settimane in tutta Italia, nel corso di una campagna elettorale che, oltre che con i comizi di piazza, fu combattuta anche con il manganello e l’olio di ricino.

Le prime elezioni

Per collocare nel loro contesto i fatti di Bolzano occorre sapere che la spedizione fascista nel capoluogo altoatesino avvenne quasi a metà di una campagna elettorale molto particolare e in vista di un appuntamento con il voto che, per l’Alto Adige, assumeva caratteristiche di assoluta novità e di notevole interesse. Per prima cosa vi è da rammentare che in quelle che la propaganda chiamava “terre redente” si votò per la prima volta. Le precedenti elezioni politiche erano cadute infatti nel 1919, quando non era ancora stato completato il processo di incorporazione dei territori conquistati dopo la guerra dello Stato italiano. Alla novità del voto si sovrapponeva anche un altro elemento assolutamente originale rispetto al passato: il suffragio universale chiamava per la prima volta al voto tutti i cittadini senza limitazioni di censo. I maschi naturalmente. Far votare le donne appariva ancora inimmaginabile.

Il primo problema che si poneva a quel punto era quindi quello di definire i collegi elettorali. Le proposte arrivarono da tutte le parti e, come sempre avviene in questi casi, erano il frutto di visioni politiche differenti. La destra nazionalista, con Ettore Tolomei in prima linea, per evitare che il voto dei sudtirolesi potesse concentrarsi in un unico perimetro, chiedeva addirittura che il Trentino Alto Adige venisse spaccato in due lungo l’asse costituito dal fiume Adige. Tutti gli elettori dei territori ad ovest avrebbero votato con la Lombardia, quelli ad est con il Veneto. Proposta irricevibile e alla fine Roma decise di creare della Venezia Tridentina due collegi distinti, uno coincidente con il Trentino e uno con l’Alto Adige. Da quest’ultimo però, con una decisione poco comprensibile, furono scorporate le vallate latine di Badia e Gardena, i cui voti vennero aggregati a quelli di Trento.

Ci furono polemiche e recriminazioni ma alla fine i partiti si adeguarono. Qui avvenne il secondo fatto di assoluto rilievo. A Bolzano, in vista del traguardo elettorale, divenne operativa quella fusione tra due forze politiche che, nell’anteguerra, si erano fieramente combattute: i cattolici e i liberal nazionali. In nome dell’unità strategica della minoranza furono sepolti antichi radicati dissapori. Dall’alleanza restò escluso il solo fronte socialista con il quale non si volle e non si potè avere nessuna forma di dialogo. Per il Deutscher Verband l’avversione per il bolscevismo e per il socialismo in genere era quasi altrettanto forte di quella per l’invasore italiano.

Fatte le alleanze si composero le liste. In Alto Adige il Verband non aveva praticamente avversari. Gli italiani, che cominciavano appena ad affacciarsi oltre la soglia di Salorno, erano ancora troppo pochi per poter esprimere una rappresentanza. L’unica altra lista in lizza fu quella dei socialisti che raccolsero poco più di 4000 voti. La lista unitaria dei sudtirolesi invece fece il pieno di consensi e si assicurò tutti e quattro i seggi parlamentari in palio.

Da notare come nel Trentino i risultati elettorali raccontassero una realtà ben precisa. I fascisti, che erano ancora pochissimi e piuttosto disorganizzati, non si presentarono neppure, ma non vi fu, sulla scheda, neanche una lista della destra liberale e nazionalista. Alla Camera andarono cinque deputati del Partito Popolare e due socialisti.

I giorni della violenza.

Questo il contesto politico nel quale va a iscriversi il sanguinoso episodio del 24 aprile 1921. C’è però un altro panorama nel quale la violenza bolzanina deve essere necessariamente collocata ed è quello che riguarda il sistematico uso della forza, in quelle settimane, in un’Italia che si prepara ad eleggere la nuova Camera dei deputati. Non passò giorno, in quella campagna elettorale senza che le cronache dovessero registrare pestaggi e omicidi, incendi e distruzioni, aggressioni e agguati. Solo per dare un’idea di quel che era l’andazzo del tempo, recuperiamo dalle minuziose annotazioni di uno storico come Mimmo Franzinelli, che lo squadrismo di quei giorni l’ha studiato pagina per pagina sui documenti d’archivio, alcuni episodi che si riferiscono proprio ai giorni immediatamente precedenti e successive a quello nel quale il sangue fu versato in Alto Adige. Il 20 aprile un operaio trentunenne viene ucciso a bastonate dai fascisti a Osteriaccia (Parma); sempre il 20 aprile le camicie nere uccisero sempre a Parma un giovane antifascista, Italo Strina; il 21 aprile fu ucciso a Pavia il segretario provinciale comunista; il 22 aprile: un comunista venne ucciso a San Damiano al Colle (Pavia); il 25 aprile: violentissimi scontri a Torino; restarono uccisi il portinaio della camera del lavoro assaltata dalle camicie nere. Uccisi anche due militi fascisti. Ed ancora il 25 aprile, a Lecce, fascisti e nazionalisti diedero l'assalto ad una fabbrica occupata. La forza pubblica sparò e uno degli assalitori rimase ucciso.

Gli avvenimenti di Bolzano ricalcarono, nel loro svolgersi, quelli che si registravano altrove. La spedizione delle camicie nere era organizzata con metodo militare. I pochi fascisti di Bolzano e Trento non potevano fare granché e quindi vennero mobilitate le squadre del Veneto e della Lombardia. Il comando era affidato all’ex capitano dell’esercito Achille Starace, fascista fanatico, mosso dall’ambizione che lo porterà, anni dopo, a governare l’intero Partito Nazionale Fascista, con esiti tragicomici. Mussolini lo aveva mandato a cercare di raddrizzare le sorti malcerte del fascismo trentino. Per Starace l’operazione di Bolzano era una buona occasione per mettersi in mostra.

Gli avvenimenti di quella domenica sono consegnati alla cronaca. Ad onta di tutte le garanzie fornite alle autorità, i fascisti intervennero in modo diretto al momento del corteo folcloristico. Scoppiarono i disordini, iniziarono gli scontri, un uomo che cercava scampo nell’androne dello Stillendorf, all’incrocio tra via della Roggia e via dei Vanga venne abbattuto a rivoltellate.

Le squadre fasciste, a questo punto, abbandonarono il campo senza essere troppo disturbate e ripresero la strada di casa sui convogli ferroviari che le avevano portate a Bolzano. Le forze dell’ordine arrestarono due esponenti bolzanini del movimento che furono rilasciati, senza altri impicci, qualche giorno dopo. Tutte le indagini per identificare gli autori materiali dell’uccisione restarono senza esito alcuno. Qualche giorno dopo una folla enorme partecipò al corteo funebre che attraversò le vie di Bolzano.

Un inviato molto speciale.

Un ultimo elemento più che interessante che va a collocarsi nel racconto di quei giorni è costituito dal fatto che l’uccisione del maestro Innerhofer contribuì non poco a richiamare sull’Alto Adige l’attenzione del mondo giornalistico nazionale e internazionale. La vicenda venne riportata con evidenza dei quotidiani austriaci e germanici e sfiorò anche l’interesse della stampa inglese e francese. È però in Italia, in particolar modo, che essa finì per risvegliare l’interesse verso un problema, quello della sistemazione della frontiera settentrionale dell’Italia, che si riteneva pacificamente risolto con l’annessione o che era stato abbondantemente obnubilato dalla ben più feroce controversia sui confini orientali, con la questione di Fiume in primo piano.

Il risultato di questo tardivo risveglio consiste nell’arrivo a Bolzano di diversi corrispondenti e inviati di alcune testate nazionali. Tra di essi c’è un principe del giornalismo italiano, quel Luigi Barzini, le cui cronache da mezzo mondo avevano fatto la fortuna del giornale per cui scriveva quel Corriere della Sera che un altro mitico personaggio della carta stampata italiana, il direttore Luigi Albertini aveva profondamente rinnovato, portandolo a un successo di vendita e di prestigio di livello europeo.

Albertini spedì dunque a Bolzano il suo inviato migliore e ce lo tenne, cosa impensabile ai tempi d’oggi, sino all’agosto successivo. Quattro mesi di inchieste e articoli. Barzini partì da una cronaca asciutta, scritta con stile magistrale, degli avvenimenti della “Domenica di sangue” e dei solenni funerali, ma poi proseguì la sua corrispondenza dipingendo la situazione altoatesina con tinte che sono esattamente quelle che emergevano dalla propaganda nazionalista. I suoi articoli, nei quali metteva in guardia dal pericolo di lasciare che vi fosse un compatto residuo del nemico storico tedesco a presidiare il Brennero, porta d’Italia, contribuirono in maniera decisiva ad orientare l’opinione pubblica verso la necessità di attuare in Alto Adige una politica di assoluto rigore nei confronti della minoranza. Non era ancora l’italianizzazione forzata di Mussolini ma le premesse c’erano tutte.

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Massimo Mollica Sat, 04/17/2021 - 17:24

Quanta storia e quanti spunti di riflessione in questo scritto. La cosa che mi ha impressionato di più è che le donne non potevano votare. E noi siamo gli eredi di questa gente. Oggi le cose potrebbero versare apparentemente meglio ma in realtà non ne sono molto sicuro. Le ideologie non uccidono più, ma perché regna il nichilismo inconsapevole...

Sat, 04/17/2021 - 17:24 Permalink