Culture | SALTO AFTERNOON

Castel Firmiano come evento

Celebrato dai “tedeschi”, ma ancora poco riconosciuto dagli “italiani”, ricorre domani il sessantesimo anniversario di Sigmundskron.
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Foto: Rai-Südtirol

Che cos'è un evento? Tra le definizioni che se ne potrebbero dare, privilegiamo questa: un evento è un punto d'irradiazione, un accadimento che taglia il continuum temporale provocando una condensazione di tendenze latenti – che dunque in quel punto si rivelano – e incide in profondità sullo sviluppo futuro della costellazione di significati entro i quali esso prende ad agire. In questo senso la manifestazione del 17 novembre 1957 a Castel Firmiano (Sigmundskron, come si dice ed è conosciuta in tedesco) corrisponde perfettamente a tale definizione. Non è un caso che il settimanale “ff” - da oggi in edicola - abbia scelto come titolo “Der Tag, der Südtirol veränderte”, il giorno che cambiò l'Alto Adige.

Luogo simbolico della "svolta"

Da parte tedesca l'evento Sigmundskron è stato soppesato in tutte le sue sfumature, la produzione storiografica l'ha illuminato con dovizia di particolari e, non da meno, il discorso politico, la narrazione intessuta attorno al divenire dell'autonomia, l'ha da tempo eletto a luogo simbolico di una “svolta”. Bastano le parole del Landeshauptmann Arno Kompatscher, che proprio domani celebrerà l'importante ricorrenza, a stabilirne l'interpretazione prevalente e consolidata: “Il Los von Trient pronunciato da Silvius Magnago a Castel Firmiano è stato il momento di partenza verso la vera autonomia. Quella data fu l'avvio di un percorso che partì dalla delusione del 1948 e portò la questione altoatesina di fronte all'ONU all'inizio degli anni '60. Poi vi furono gli ulteriori passaggi storici come il secondo Statuto di autonomia del 1972 e la quietanza liberatoria del 1992”.

Ma gli italiani come vissero quella giornata? Esiste, nella loro coscienza collettiva, una considerazione almeno vagamente comparabile (sia pure per contrasto) a quella della popolazione di lingua tedesca? Sempre nel numero attuale dell'“ff” si trova uno specchietto informativo che restituisce alcune voci del tempo: “Die Forderung der SVP nach einem Los von Trient bedeutet die Auslieferung der italienischen Provinzminderheit an die deutsche Volksgruppe, den Todesmarsch der Italiener" (questo il giudizio estratto da una nota della Democrazia Cristiana). Traducendo all'impronta, ecco lo stilema di un modo di pensare forse non del tutto estinto: la richiesta della SVP di staccare la provincia di Bolzano da Trento significa consegnare la locale minoranza italiana al gruppo etnico tedesco, è la marcia della morte degli italiani. Poche, allora, le voci autocritiche. Alcune, però, di notevole spessore e degne di essere ricordate con postuma riconoscenza.

Renato Mazzoni, l'incompreso mediatore

Nell’ottica di quella memoria condivisa sempre invocata, ma ancora non sufficientemente praticata, spicca la figura di Renato Mazzoni, un funzionario che ricoprì la carica di Questore di Bolzano per dieci anni, dal 1947 al 1957, svolgendo un’opera di pacificazione e di comprensione tra i gruppi linguistici proprio in un frangente storico carico di distruttive tensioni. Di lui conosciamo la lungimirante e drammatica lettera inviata all’allora Ministro degli Interni Fernando Tambroni – nella quale egli richiamava i massimi rappresentanti dello Stato ad una presa di coscienza sul crescente malumore della popolazione di lingua tedesca e li invitava a concedere l’autonomia che essa chiedeva – e la decisione (concordata con Silvius Magnago) di consentire per l’appunto quella manifestazione del 17 novembre, a Castel Firmiano, che, se non fosse stata resa possibile nelle modalità con le quali poi effettivamente si svolse, avrebbe potuto certamente innescare conseguenze dirompenti e ben più gravi di quelle che si sarebbero avute di lì a poco con la cosiddetta “Notte dei fuochi”. Nonostante i suoi sforzi e la sua straordinaria abilità di mediatore, Renato Mazzoni non fu capito.

Trasferito a Treviso mediante provvedimento punitivo già pochi mesi dopo i fatti di Castel Firmiano, per lui cominciò un periodo molto difficile, ombreggiato da un’acuta forma di depressione che lo portò, all’inizio del 1959, a togliersi la vita. Soltanto nel 2012, l'amministrazione comunale di Bolzano riuscì a tributare a Mazzoni il merito che gli spettava, dedicandogli una targa al termine del Lungotalvera San Quirino, nella piazzetta a lato del ponte Druso che adesso porta il suo nome.

L'uomo con le stampelle che insegnò al Sudtirolo a camminare

Come sempre accade, ai ritardi della politica e alla pigrizia dell'opinione pubblica, può sopperire la letteratura. Due anni prima (nel 2010) fu la scrittrice Francesca Melandri – nel suo fortunato romanzo Eva dorme - a dedicare alcune bellissime pagine all'evento di Castel Firmiano, proprio all'inizio del libro, aprendo agli occhi della protagonista (allora bambina) e dei lettori il senso di un evento avvertito in tutta la sua inaugurale grandezza. Qui si leggono anche le parole che riconoscono il valore storico del discorso di Silvius Magnago (“der schmale Mann mit den Krücken, der Südtirol das Gehen beibrachte”, l'esile uomo con le stampelle che insegnò al Sudtirolo a camminare, come lo definì splendidamente Hans Heiss all'indomani della sua morte) ben oltre la logica delle appartenenze contrapposte: “Chi rinuncia all’argomentazione verbale e ricorre ad azioni distruttive contro cose o persone, per quanto giuste siano le sue ragioni, si mette dalla parte del torto: ecco l’unico credo politico di Silvius Magnago, ed egli non si era mai lasciato affascinare da nessuna delle ideologie di quel suo secolo di ferro e fuoco. Aveva visto fin troppo bene a cosa si arriva quando la politica cede il passo alla violenza: un pianeta in fiamme”.

 

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Max Benedikter Fri, 11/17/2017 - 08:10

Grazie per il link alla lettera del questore Mazzoni.
Impressionante la sua lungimiranza. La consapevolezza che la generazione seguente avrebbe pagato lo scotto. Con un sorriso amaro ho colto la critica al quotidiano Alto Adige.
E la frase finale con il richiamo al principio della propria coscienza come ultima guida decisionale.
Consiglio a tutti di leggerla. 5 min di onore all'intelligenza.

Fri, 11/17/2017 - 08:10 Permalink
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rheticus rheticus Fri, 11/17/2017 - 17:46

Grazie a Gabriele di Luca. Mi sono sempre chiesto se la "scortesia" dei trentini di costruire una autonomia regionale in modo da mettere in minoranza i tedeschi, non sia stata originata da una voglia di rivalsa relativamente al periodo in cui erano i trentini ad essere in minoranza nella dieta tirolese. Ed Innsbruck non concedeva autonomia.

Fri, 11/17/2017 - 17:46 Permalink