Culture | La ricorrenza

Come una storia d'amore

Ricorre oggi il quarantesimo anniversario della morte del cantante dei Joy Division, Ian Curtis, suicida il 18 maggio 1980. Un ricordo personale*.
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Foto: commons.wikimedia.org

… E io penso a un'Eleusi dei cuori disingannati, a un Mistero limpido, senza dèi e senza le veemenze dell'illusione (E. M. Cioran)

L'inverno del 1984 avevo diciassette anni e non me la passavo benissimo. La città in cui abitavo era una piccola macchia spalmata più in lungo che in largo su un frammento di costa tirrenica. Mi piacerebbe dire che quell'anno piovve molto, ma non lo ricordo bene e non ho voglia di fare archeologia pluviometrica. Di certo cadde la neve, fatto memorabile in quei luoghi, o forse la neve cadde sul finire dell'anno prima. Tutto sembrava comunque impiastricciato di biacca sporca, come in un libro di Georges Simenon che avrei letto più tardi (uno dei più esistenzialisti dei suoi). A scuola non succedeva niente di particolare. Nel periodo della fioritura, noi sfiorivamo tra i banchi. Io lessi La nausea di Jean-Paul Sartre - acquistata prelevandola da uno di quei contenitori girevoli di libri economici che si trovavano fuori dalle cartolerie, e per questo mi pareva di aver raggiunto una enorme cultura (conoscevo già Camus, Kafka e Joris-Karl Huysmans), nonché una perfetta cognizione di me. I compagni erano stati quasi tutti rapiti dal vento dell'edonismo e del disimpegno passato alla storia col nome di “riflusso”. Compravano indumenti costosi, “di marca”, e ostentavano vacuità scoraggianti. Nell'età in cui non si può più nascondere il desiderio sessuale, io ne avevo abbozzato solo una vaga e timidissima aspettativa. Credetti di innamorarmi di una ragazza che si chiamava Lisa P. Dovette però fare lei il primo passo (qualcosa del genere, a dire la verità, non potrei giurare si fosse trattato davvero di un passo), giusto per darmi il tempo di fuggire e di innamorarmi definitivamente dopo che il suo interesse, intanto, era già sfumato. Love will tear us apart prima di conoscere l'amore, insomma.

L'illuminazione arrivò in una notte di ricercata insonnia

In una situazione così ti aggrappi alla musica, soprattutto perché la musica allora dava la possibilità di distinguerti o di isolarti in una specie di splendido esilio del gusto (ma forse è ancora così, non è sempre così?). L'illuminazione arrivò in una notte di ricercata insonnia. Ad un programma di musica pop che ospitava lettere degli ascoltatori, qualcuno aveva indirizzato un rimprovero: “Qualche volta fate ascoltare anche i Joy Division, non abbiate paura, osate!”. A me piaceva già il punk, altre cose repellenti e le ribellioni immaginarie. Non potevo far cadere quell'invito nel vuoto: se alla radio non osavano, l'avrei fatto io. Vicino a scuola mia, a due passi dalla Sinagoga ricostruita dopo la guerra come un sacco di cemento appeso ad un cielo privo di Dio, c'era un negozio di dischi. Vendevano anche qualche libro. In un volume dedicato alla New Wave inglese lessi le prime righe sui quattro di Manchester. Si parlava di una bellezza senza compromessi e di una violenza lacerante. Le copertine erano enigmatiche, misteriose e fatali: un album nero, uno bianco, ascendenze sepolcrali rubate al cimitero di Staglieno (ma questo lo realizzai molto più tardi, grazie ad internet).

 

Scoprii prima il secondo 33 giri, poi il primo. Seppi ovviamente della morte precocissima del cantante, avvenuta appena quattro anni prima. Non c'erano molte informazioni in giro, o comunque si trovavano difficilmente. Molto lavoro era lasciato all'immaginazione. Comprai il libro dei testi (pagine nere, ovviamente) e cominciai ad immergermi in quella manciata di canzoni: dalla scarica elettrica di Disorder – che apre Unknown Pleasures (1979) – fino a Decades (Closer, 1980), che chiude il sipario parlando di sofferenze e pesi sulle spalle portati da young men appena ventenni. L'immersione durò a lungo, si potrebbe quindi parlare di macerazione. Tutto diventava così parte di un paesaggio emotivo indimenticabile: la musica, la voce cupa e claustrofobica, le liriche fulminanti edificarono la colonna sonora e disegnarono il perimetro dei miei giorni intonati ad un acerbo précis de décomposition.

Accedere al loro mondo era come penetrare all'interno di un sacrario

Ho ascoltato centinaia di altri gruppi, migliaia di canzoni. Niente è paragonabile alla dolente intensità dei Joy Division. Accedere al loro mondo era come penetrare all'interno di un sacrario, dove le consuete pose dell'industria discografica assumevano un aspetto di inaspettato rigore e scarnificata bellezza, anche se i rischi di un'agiografia a buon mercato avrebbero potuto essere già dietro l'angolo. Bisognava quindi fermarsi prima, non allentare la morsa di un controllo imposto da profondità finora inesplorate: “Guess your dreams always end / They don't rise up, just descend / But I don't care anymore / I've lost the will to want more / I'm not afraid not at all...”. Ogni testo era un suggerimento per rinnovate introspezioni. Il suono scuoteva le membra, la danza di Ian Curtis (riferiscono i testimoni oculari e mostrano i rarissimi documenti filmati) ricordava i movimenti a scatti di un epilettico (il cantante ne era affetto, peraltro) o di una marionetta impazzita. Appena due anni, e la meteora avrebbe lasciato una traccia che brilla fino ai nostri giorni.

 

Due date importanti. Unknown Pleasures, l'album di debutto, fu pubblicato il 15 giugno del 1979. Esattamente quarant'anni fa. Ian Curtis si impiccò il 18 maggio del 1980, all'età di 23 anni. Nei quattro decenni successivi si sono avute numerosi pubblicazioni e anche un buon film (Control, di Anton Corbijn, del 2007) per scandagliare l'intera vicenda. Ultimo libro uscito da poco: Joy Division. Autobiografia di una band (Rizzoli-Lizard, 2019), a cura di Jon Savage. In quasi quattrocento pagine il giornalista e critico musicale ha raccolto le voci di chi a vario titolo ha attraversato l'universo oscuro del gruppo. Tra le tante citazioni ne riporto una di Annik Honoré, la giornalista belga che Curtis ha amato nell'ultimo periodo della sua vita: “Nessuno di loro aveva veramente capito quanto fosse forte e potente la loro musica. Per loro era solo chimica. Proprio come una storia d'amore: ognuno di loro non era niente da solo, ma quando erano insieme erano tutto. Ecco cosa erano i Joy Division: la musica, Ian e, quando registravano, Martin. La chimica di loro cinque insieme era assolutamente sbalorditiva. Closer è stato realizzato in modo molto naturale e sincero, ed è per questo che è così bello, anche perché non ne erano consapevoli. Penso che provenisse dal loro profondo, e che per questo avessero l'assoluta necessità di farlo. Non so se a Ian interessasse fare la storia della musica, non lo penso. Penso che avesse questo enorme, enorme talento che si manifestava quando cantava o quando era sul palco. Ma è stato tutto spontaneo, non c'è stato nulla di calcolato, nulla di artificiale; è solo che avevano la luce, lo spirito”.

* Questo testo è stato pubblicato originariamente su salto.bz un anno fa, in occasione del quarantennale dell'uscita del primo album dei Joy Division "Unknown Pleasures".

 

Joy Division - She's Lost Control (Live At Something Else Show)