Culture | ARCHITETTURA

Che bruci il Louvre!?

Carol Bove / Carlo Scarpa. La mostra ospitata al Museion di Bolzano ci offre la possibilità di riflettere sul ruolo dell’allestimento museografico come strumento critico.

“Faut-il brûler le Louvre?” si chiedevano Henry Focillon e Paul Valery negli anni venti e trenta del Novecento. Memori del primo conflitto mondiale avvertivano la necessità di ripensare e ricostruire un mondo pacificato attraverso strumenti e istituzioni culturali tra cui i musei. A questo scopo nel 1927 fu fondata la rivista Mouseion, bollettino dell’Office International des Musées, che promuoveva la riforma dei musei pubblici.

Nella seconda metà dell’Ottocento il museo pubblico faceva parte del catalogo di grandi opere, le cattedrali dell’epoca borghese, tra cui si annoverano stazioni ferroviarie, teatri dell’opera, edifici istituzionali, grandi magazzini. Il suo ruolo era quello di raccogliere, ordinare, catalogare - quasi in senso darwiniano - reperti storici e artistici oltre che esporre i manufatti provenienti dalle colonie. Storicamente si tratta di un’evoluzione delle Wunderkammern, nate dalle collezioni private presso le corti europee.

Nel secondo dopoguerra saranno alcune figure di architetti italiani, ricordiamo Franco Albini, Ignazio Gardella e Carlo Scarpa, a promuovere con le loro opere il dibattito sull’evoluzione degli spazi museali. L’ampliamento della Gipsoteca Canoviana di Possagno (TV), Palazzo Abatellis a Palermo e Castelvecchio a Verona sono alcuni dei lavori più noti del maestro veneziano Carlo Scarpa.

L’artista contemporanea Carol Bove, seguendo le orme di Duchamp, indaga il confine tra oggetto e opera d’arte. Sonda la relazione tra un’opera e il suo intorno, quale significato le si attribuisce esponendola in un contesto museale.

Un approccio analogo si riscontra nell’intervento di Scarpa per la mostra del 1958 Da Altichiero a Pisanello per Castelvecchio a Verona. L’allestimento fu spunto per ri-pensare il rapporto tra preesistenza architettonica - il castello medioevale, la ricostruzione – il nuovo museo, e la messa in mostra delle opere esposte - l’allestimento stesso. Dopo aver suturato le ferite subite dalla trama muraria e dalle strutture lignee nel corso del tempo Scarpa rifinisce il nuovo usando forma, illuminazione e colore. Procede per strati, layers, ossia piani, orizzontali e verticali, usando materiali di tessitura diversa. Il riferimento va sia alla cultura decorativa veneziana di matrice bizantina, sia all’estetica viennese di inizio Novecento debitrice delle riflessioni di Gottfried Semper sull’origine tessile della muratura.

Tuttavia Scarpa non si limita a raffinati interventi superficiali, il monumento equestre di Cangrande è per lui occasione per mettere in discussione la messa in scena di un’opera d’arte. La scultura è posizionata tenendo conto della monumentalità originaria, di cui è portatrice, al tempo stesso però è collocata all’intersezione di diversi percorsi in modo da apparire al visitatore da punti di vista inediti. Come in un racconto Cangrande, l’eroe della narrazione, ri-appare compiendo le sue gesta, mostrandosi. I livelli interpretativi, come anche quelli della trama parietale, si sovrappongono offrendo spunti critici inattesi. Nonostante ciò questa contemporaneità e molteplicità di punti di vista non è casuale. Per Scarpa il caso è un elemento fondamentale, basti ricordare quanto amasse il poema “Un coup de Dés” di Stéphane Étienne Mallarmé. L’immagine di un lancio di dadi, casuale, informale (casual), per Scarpa non è punto di partenza nella progettazione, bensì obiettivo raggiunto mediante la selezione e la sedimentazione dei segni. Il maestro dispone gli elementi delle sue architetture come gli arbusti in un giardino giapponese, in cui ogni segno, seppur apparentemente spontaneo, è parte di una composizione d’insieme accuratamente selezionata.

Abbiamo iniziato questo ragionamento con una frase, concludiamolo con un’immagine: Carol Bove mette un piedistallo da esposizione di Carlo Scarpa su un ulteriore piedistallo creando un corto circuito di riferimenti: l’opera d’arte è quella di Scarpa, quella di Bove, lo sono entrambe? Sono solo oggetti che assumono lo status di opera d’arte perché esposti in un museo?

Visite consigliate:

Carlo Scarpa: Padiglione del Venezuela, Giardini della Biennale di Venezia 1953-56

Franco Albini: Museo del tesoro di San Lorenzo, Genova 1952-56

Ignazio Gardella: Padiglione di arte contemporanea, Milano 1947-54

Carol Bove: Caterpillar, High Line New York 2013

 

 

 

 

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Kira Yagami Wed, 01/21/2015 - 22:27

"solo all'umanità redenta tocca interamente il suo passato...solo per l'umanità redenta il passato è citabile in ognuno dei suoi momenti" W.Benjamin

Wed, 01/21/2015 - 22:27 Permalink