Society | Intervista

"Racconto, non vedo altra soluzione"

Il fotografo e documentarista Andrea Pizzini riprende le realtà all’interno delle terapie intensive Covid della provincia.
Andrea Pizzini
Foto: Andrea Pizzini/ Privat

salto.bz: Come mai ha deciso di dedicarsi al progetto "Wellenbrecher"?

Andrea Pizzini: Una mia amica, che lavora in terapia intensiva a Merano, è stata confrontata sui social da negazionisti e altri che la prendevano in giro. Lei comprensibilmente si era offesa molto. Da filmmaker ho deciso di seguirla per far vedere il lavoro che viene fatto e per far capire alle persone quello che il personale sanitario sta dando in questo momento. Ho chiesto il permesso alla Sabes, che – con mia sorpresa – me l'ha concesso.

C'erano delle condizioni legate a questo permesso poste dalla Sabes?

No, cosa che mi ha a sua volta sorpreso. Credo che anche la Sabes si sia trovata in un momento molto difficile. Data la diffusione di fake news e l'incredulità dei cittadini, c'era una certa consapevolezza di doversi aprire. Chiaramente ci sono i limiti della privacy e dell'etica. Siccome potrei non rendermi conto di riprendere qualcosa che supera questi limiti, il materiale ripreso viene revisionato da due persone all'interno della terapia intensiva che poi mi danno l'ok. Devo essere onesto: non sono mai stato censurato per il contenuto del mio lavoro. La revisione si basa soltanto su ragioni di privacy ed etica.

Vorrei che ci fosse più spirito costruttivo in Alto Adige

Il suo lavoro si concentra soprattutto sulla terapia intensiva a Bolzano. Ha intenzione di filmare anche negli ospedali più piccoli della provincia?

Finora ho ripreso a Bolzano e a Merano. L'intenzione è quella di andare dappertutto, anche se al momento non ho questa possibilità per ragioni di tempo. Questo lavoro lo faccio nel mio tempo libero. All'inizio l'idea era quella di andarci due, tre volte. Ma ho visto che c'era troppo da raccontare. E siccome ero l'unico che entrava per riprendere e mettere in luce le cose, ho deciso di continuare.

Lei si occupa di questo progetto da circa due mesi. Cos'è che l'ha colpita di più osservando le realtà nella terapia intensiva?

Io faccio il documentarista da vent'anni. Ogni volta la realtà vista da vicino mi sorprende. Da un anno leggiamo notizie sul Coronavirus – entrando in terapia intensiva sono comunque restato colpito. Per fare un esempio: ho sempre pensato che le persone che vengono intubate in terapia intensiva fossero tutte in coma. Invece la maggior parte è soltanto sedata. Rispondono. Sono consapevoli della loro situazione. Questo rende il quadro ancora più angosciante e brutale. Un'altra cosa che mi impressiona è il lavoro immenso che viene fatto. Sembra scontato dirlo, ma vedendo il personale sanitario in tuta, senza l'opportunità di fermarsi neanche un attimo... In qualsiasi lavoro che viene fatto c'è la possibilità di prendersi due minuti per sedersi un momento, prendere una boccata d'aria o bere un sorso d'acqua. Lavorando in terapia intensiva, questo non è possibile.

Le reazioni suscitate dai suoi video e foto sono divergenti. Mentre tanti apprezzano il lavoro fatto, altri ritengono che "non siamo su Grey's Anatomy". Il personale sanitario come ha reagito alla sua richiesta?

Anche tra il personale sanitario ci sono critici che pensano che io non stia facendo la cosa giusta. Posso capire queste critiche, non è tutto bianco e nero. In un mondo ideale io non dovrei andare in terapia intensiva a raccontare queste storie. Ognuno dovrebbe essere in grado di capire la gravità della situazione e credere al personale sanitario. Purtroppo però c'è bisogno di far vedere da vicino quello che sta succedendo, anche se questo significa mostrare delle realtà intime. Non vedo altra soluzione che raccontare.

Queste critiche a che cosa si riferiscono?

La critica che mi sento fare di più è quella di voler soltanto spaventare le persone. In verità cerco di fare l'opposto. Vorrei trasmettere la speranza che osservo in quella realtà all'interno delle terapie intensive. Il personale sanitario collabora per affrontare la realtà così com'è. Là dentro Facebook non esiste. Esiste solo la realtà. Come la gravità. Non c'è spazio per fake news, c'è da affrontare un problema reale e concreto. C'è una voglia comune di risolvere i problemi – anche se questo non vuol dire che non ci siano conflitti o modi diversi per affrontarli. Vorrei che ci fosse più spirito costruttivo in Alto Adige.

In qualsiasi lavoro che viene fatto c'è la possibilità di prendersi due minuti per sedersi un attimo, prendere un boccone d'aria o bere un sorso d'acqua. Lavorando in terapia intensiva, questo non è possibile

Che messaggio vorrebbe trasmettere ai cittadini?

Io sono una persona molto razionale, ma anche molto speranzosa. Per vent’anni ho fatto film in zone di guerra e conflitti. Questa non è una situazione disperata, senza fine.

Immagino che sia difficile trovare un equilibrio fra la speranza e questo atteggiamento positivo e costruttivo e, dall'altro lato, la realtà estremamente critica nelle terapie intensive della provincia.

È un equilibrio molto sottile che verrà fuori al montaggio del progetto finale, che sarà un documentario sulle persone che lavorano per affrontare e risolvere un problema grave.

Quando verrà pubblicato il documentario?

Verrà pubblicato alla fine di questa pandemia, quando gli animi saranno già un po' distratti. Spero che questo sia possibile già in autunno.