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Foto: ADN Kronos
Society | Vorausgespuckt

Bentornata normalità!

Il congedo dallo stato di emergenza o di eccezione si configura anche con l'ispessirsi di una condizione di recupero della sbadataggine.

Non so se capita anche a voi, a me però sta succedendo ormai spesso: prima di uscire di casa controllo sempre se ho preso tutto quello che mi serve (chiavi, portafoglio, telefono...), poi esco, faccio qualche metro e mi accorgo di non avere la mascherina. Allora torno indietro e ne cerco una. Però non la trovo subito. Ma come? Pensavo di averne la casa piena (mascherine chirurgiche azzurrine, nere, ffp2...), dove cavolo le ho messe? Guardo sopra le file dei libri (di solito le accatasto lì), controllo nelle tasche di altre giacche, scavo sotto le carte accumulate sui tavoli. Nulla. Sparite. Ne avrò in giro sicuramente una ventina (tra usate, semi-usate, nuove di zecca), ma in quel momento lì non le trovo. Poi rimetto le mani nelle tasche della giacca che ho indosso e ne scopro addirittura due. Tutte ciancicate, tristi (ma anche nuove le mascherine di allegria ne esprimono poca, a dire la verità), docilmente in attesa che le tiri fuori e me le metta sulla faccia, a salvarmi dalla probabilità di un contagio al quale – confesso, con soddisfazione – penso sempre meno.

Normalità significa non preoccuparsi troppo di ciò che potrebbe accadere

Il fatto che non riesca o trovare subito le mascherine che mi porto addosso (o all'inverso, che me le porti addosso senza che risultino subito disponibili a essere trovate) mi fortifica nell'idea che stiamo risalendo lentamente verso uno stato di normalità, giacché per me “normalità” significa proprio vivere in una condizione di penombra cognitiva, in cui i pensieri fissi allentano la loro morsa e spazi sempre più ampi di indifferenza s'incuneano tra le cose alle quali siamo costretti a pensare continuamente. La normalità, credo, ha insomma più a che fare con una ineliminabile sbadataggine, è cioè fatta di cose che possono anche essere dimenticate, e questo non implica certo una tragedia. Al contrario: è normale non preoccuparsi troppo di ciò che può accadere, è normale non essere sempre “aggiornati”, è normale non essere appesi al dettato di un provvedimento di legge che, se non osservato, m'impedirebbe di fare la vita che vorrei fare senza quel provvedimento di legge, soprattutto, penso, è normale non essere continuamente circondato da gente che mi obbliga a considerare ciò su cui quella gente mostra di riflettere, e magari litiga e si divide e mi spinge a prendere e poi difendere una posizione che io, affezionato alla mia normalità un po' imbecille e anche un po' irresponsabile (qui mi viene in mente la battuta meravigliosa del protagonista del film American beauty, il quale a un certo punto, liberatosi dalle catene della sua vita meschina, dice: “cerco il minor cumulo possibile di responsabilità”), eppure preziosissima, non ho alcuna voglia di assumere e di difendere.

Tutti agognamo la liberazione da questa tediosa discussione sullo stato di emergenza o di eccezione

Coltivando allora questa speranza primaverile di liberazione dai vincoli di ogni tediosissima discussione sullo stato d'emergenza o di eccezione che ci ha oppresso per tutti questi due lunghissimi anni (consiglio al proposito la lettura del saggio di Mariano Croce e Andrea Salvatore, “Cos'è lo stato di eccezione”, pubblicato di recente da nottetempo), il mio più sincero auspicio è quello di tornare presto – e tutti – a questa normalità benedetta, in cui le opinioni di Tizio o di Caio su ciò che dovremmo o non dovremmo fare risultino di nuovo irrilevanti per la mia vita come lo sono sempre state, anche perché in genere Tizio e Caio, soprattutto se hanno la sfortuna di esercitare un qualche ruolo politico, non sono per nulla diversi da me, anche loro – nonostante amino spacciarsi per individui che tengono molto al loro compito di responsabili “decisori” e accaniti “controllori” – agognano il ritorno alla normalità un po' imbecille e un po' irresponsabile della quale siamo fatti tutti, vale a dire la normalità di noi esseri umani, che viviamo senza sapere perché viviamo, e di ciò che accade o non accade ne sappiamo quanto una formica o un pidocchio conoscono del piede che sta per schiacciarli.