Culture | Guide turistiche

Sabine Gruber: "Ecco il Sudtirolo che bisogna aver visto"

Mercoldì 23 aprile, all'Hotel Laurin di Bolzano (ore 11.00), la scrittrice Sabine Gruber presenterà il suo nuovo libro: "111 Orte in Südtirol, die man gesehen haben muss". Una guida turistica del Sudtirolo dal taglio molto personale, scritta assieme a Peter Eickhoff per la casa editrice Emons di Colonia.

Salto.bz: Sabine Gruber, libri che invitano a visitare il Sudtirolo ce ne sono di tutti i tipi e per tutti i gusti. In che senso il vostro è diverso dagli altri?
Sabine Gruber: Il libro è pubblicato in una collana della casa editrice Emons, di Colonia. Mi piaceva il formato: 111 luoghi, che consentono una grande varietà di scelta soggettiva, dall'architettura moderna a una vecchia pista dei birilli, dai classici come Castel Roncolo (a proposito del quale raccontiamo però qualcosa di particolare) alle tombe dei Sinti nel cimitero di Lana. Nel libro c'è un po' di tutto, dalle cose più inaspettate a quelle che ognuno si attende.

Un libro e due autori. Come vi siete divisi il lavoro?
Peter Eickhoff scrive già da tempo per Emons e da tanti anni frequenta il Sudtirolo. Io ho cominciato a scrivere il libro, poi sono subentrati molti altri progetti che dovevo seguire e gli ho proposto di finirlo insieme. Sono contenta che abbia accettato. Abbiamo steso una lista di proposte sui luoghi da descrivere e ci siamo accordati. E' stato molto interessante riflettere sul suo punto di vista, quello cioè di una persona nata in Germania, e vedere come interagiva col mio, di una sudtirolese che perlopiù abita a Vienna.

Cosa ha guidato la scelta dei luoghi da lei descritti, quale immagine del Sudtirolo ha cercato di comunicare? Ha scoperto qualcosa che lei stessa non conosceva, qualcosa che ha messo in questione la percezione che aveva della sua terra?
Molti luoghi li avevo visti solo durante la mia infanzia, rivederli mi ha fatto nuovamente percepire la bellezza straordinaria di questa terra, soprattutto la sua ricchezza gastronomica. Ma ovviamente mi sono occupata anche di posti che non compaiono nelle riviste illustrate, come ad esempio un monumento che ricorda una guerra, gli affreschi di una chiesa o le scandalose testimonianze dell'antisemitismo tirolese...

Il Sudtirolo è una terra complessa, ricca di differenze, a cominciare da quella inerente i diversi gruppi linguistici che la abitano. Avete puntato ad evidenziare queste differenze o, piuttosto, siete riusciti a suggerire l'idea di una terra tutto sommato dotata di una sua impronta unitaria?
Si tratta di una guida turistica, composta da 111 piccoli testi, alcuni lunghi solo una pagina. Non era facile restituire la complessità del nostro contesto. Abbiamo comunque cercato di toccare molti temi. Ci sono ad esempio i “bombaroli” (Bumsern) degli anni sessanta, che da alcuni verranno sempre considerati come dei combattenti per la libertà e dagli altri come terroristi, e la tomba di Alexander Langer. Senza dubbio, abbiamo dedicato meno attenzione alle valli ladine e al Sudtirolo “italiano”, ma forse tra un paio di anni avremo l'occasione di proporre un'integrazione scrivendo il secondo volume.

Scrivere testi così brevi ha richiesto la scelta di una lingua particolare?
All'inizio non è stato facile. Non ero abituata a questo formato, ma poi ha funzionato. Io ho uno stile piuttosto laconico, questo mi ha aiutato a trovare la misura. Mi sono concentrata sull'essenziale, ho evidenziato alcuni aspetti particolari, di più non era possibile.

Tra i 111 luoghi presenti nel libro ce n'è uno che a suo avviso sintetizza meglio di altri il Sudtirolo di oggi, diciamo un luogo che potrebbe essere scelto per carpirne l'anima non avendo tempo di visitare gli altri?
No, forse un luogo del genere non c'è. Però, se dovessi proprio sceglierne uno, adesso direi la chiusa di Salorno. Molti lo interpretano come un confine, in tutti i sensi. Da una parte di questo confine si produce per esempio il Lagrein, dall'altro il Teroldego. Nel frattempo si è scoperto però che il Teroldego è un “genitore” del Lagrein e il suo nome – un'etimologia che mette in discussione il confine linguistico – deriva dall'espressione “Tiroler Gold” (Oro Tirolese).

Il libro è ovviamente fatto anche di molte immagini. Le fotografie sono tutte vostre?
Sì, come nel caso dei testi, metà delle foto le ho scattate io e l'altra metà Peter Eickhoff.

Ritiene che il suo modo di fotografare rispecchi il suo modo di scrivere?
Di alcuni luoghi ho scattato molte fotografie, pari almeno ai tentativi che ho fatto per cercare le frasi giuste per descriverli. Da bambina disegnavo molto, questo mi ha aiutato ad esercitare il mio spirito di osservazione. Le mie fotografie prolungano e variano in un certo senso questo esercizio di osservazione costante che adotto anche quando scrivo.

Dopo Stillbach oder die Sehnsucht quale sarà il prossimo romanzo di Sabine Gruber?
Beh, sarà un romanzo nel quale proprio la fotografia avrà una grande parte. Sto facendo da tempo ricerche sul tema delle fotografie di guerra, sulla loro origine, le motivazioni... Non si tratta di un tema facile, ma ne ho già scritto un terzo... 

Dopo la conferenza stampa di presentazione - mercoldì 23 aprile, alle ore 11.00, presso il Damensalon dell'Hotel Laurin di Bolzano - il libro sarà presentato la sera dello stesso giorno, alle ore 20.00, al Thermen-Hotel di Merano, e il giorno successivo (24 aprile), sempre alle ore 20.00, all'Hotel Elephant di Bressanone.