Culture | SALTO WEEKEND

Bolzano nei libri

Tre autori hanno di recente eletto Bolzano e i suoi luoghi limitrofi a fondale delle storie narrate. E tutti e tre hanno privilegiato atmosfere cupe e invernali.
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Foto: Fotografia di Paolo Penna

Tre scrittori, tre storie tinte da un inchiostro emotivo nero, e tutte “girate” attorno a Bolzano. Il primo libro, uscito l'estate scorsa, è quello di Luca D'Andrea, con il suo “La sostanza del male” (Einaudi). Poi è stata la volta di Marcello Fois, “Del dirsi addio” (sempre da Einaudi). Infine, in libreria da pochi giorni, Alex Boschetti, “Un interminabile inverno” (Edizioni alphabeta Verlag).

Non è intenzione di questo breve articolo – quasi solo un appunto, l'annotazione di un'ipotesi - inoltrarsi nelle vicende dei tre volumi, quanto piuttosto segnalare un “caso” dal quale, se non è lecito attendersi la fioritura di una vera e propria tendenza, ricavare comunque una luce obliqua, ma significativa, sulla percezione che questi autori hanno del luogo in cui viviamo. Innanzitutto un paradosso temporale: parliamo di misteri, di paesaggi cristallizzati, di atmosfere cupe, mentre attorno esplode l'estate, che scioglie i gelati e fa ansimare i turisti. La città in questi giorni offre a chi la visita un senso di affaticata gaiezza. I locali sono ricolmi di persone che si dissetano in ogni modo concepibile, e l'ora degli aperitivi fa rima con quella dei concerti. Tutto benissimo. Ma allora perché, parlando di Bolzano, in letteratura è prevalsa questa versione tendente al gelo, alla solitudine del paesaggio invernale e ai suoi silenzi cromatici?

La prima risposta è scontata. Scegliendo di raccontarci un thriller (come ha fatto D'Andrea) o due storie definite “post-noir” (Fois e Boschetti) era chiaro che non potessimo aspettarci una serie di tuffi in piscina o la descrizione di belle passeggiate tra i boschi verniciati di verde smagliante. Fois, ad esempio, narra una camminata notturna del suo protagonista nella periferia che raggiunge l'ospedale e scrive: “Bolzano poteva apparire come un pezzo di mondo sorprendente: quella che chiamavano città non era nient'altro che una porzione di campagna addomesticata fino alla resa, e quella che chiamavano campagna una porzione di città virtuale. C'era tutto, ma non sembrava esserci niente. Per lui, che veniva da Bologna, quello era un esito estremo, l'esito estremo di una visione asettica dell'universo”. Una visione asettica dell'universo fa pensare a una localizzazione puntuale che coincide però anche con la massima deterritorializzazione, con l'erosione sistematica dei tratti più riconoscibili. Neppure una versione un po' romanzata dei non luoghi di Marc Augé, quanto il ritratto di una sparizione, certamente funzionale alla trama, ma forse anche non casualmente adatta a parlarci di una perenne crisi identitaria che qui, più che altrove, si può leggere nelle strade, nei palazzi, nella dimensione sospesa di un'auto che risale un tornante di montagna.

Potremmo chiamarla poetica dell'estremo, come il suono di una corda di violino che arriva a stridere, a farci percepire tutta la tensione di sensazioni sempre più acute, e dunque anche un processo di spoliazione dell'esistente, che prelude a un ritorno nell'interiorità priva di risonanze. Bolzano, nell'immaginario comune degli italiani, è infatti questa provincia collocata in un nord poco conosciuto (se si esclude l'orgia prenatalizia fatta di atmosfere taroccate, come si riscontra per esempio nei famosi mercatini di Natale) e naturalmente incline a suscitare la percezione di un limes, una frontiera tra stati nazionali ma anche tra stati di coscienza e le diverse lingue che vi si parlano. Tutte le opposizioni trovano così la scenografia migliore per risaltare: interno ed esterno, bene e male, consapevolezza e smarrimento, proprio ed estraneo.

In un articolo scritto per il settimanale “Internazionale”, Flavio Pintarelli ha parlato del “vuoto chiamato Alto Adige” opponendolo allo “storytelling di marketing e classifiche annuali sulla qualità della vita” che fanno apparire capoluogo e provincia luoghi incantati, dove “la bellezza del paesggio sposa un diffuso benessere economico e sociale”. Ma se Pintarelli lamentava l'assenza di una voce capace di raccontare questa terra “per quello che è stata”, sarebbe forse interessante accostarci proprio a questa versione invernale – e in un certo senso irreale – proposta dai letterati dei quali abbiamo appena ricordato le opere per produrre uno scavo delle apparenze, e tornare così a suscitare possibilità di narrazione (e comprensione) rimaste finora latenti.

Il fondale acquisirebbe allora spessore, avremmo modo e tempo di apprezzare una visione meno da cartolina, meno scontata (anche quando a prevalere sono gli impulsi regressivi o il racconto di una decadenza da frenare con metafore insulse: la Bolzano-Beirut di Matteo Salvini), insomma meno lontana dalla verità, che poi è sempre una faccenda di sfumature disciolte in un bicchiere di emozioni. Come quelle che si sorseggiano, ghiacciate, nelle pagine di D'Andrea, Fois e Boschetti.