Politics | identità

“Noi non abbiamo paura”

Le nuove generazioni italiane sfidano Salvini: Manel Ben Ameur sull'infanzia in Alto Adige, gli studi a Bologna, la Tunisia, l'amore per la filosofia, l'impegno politico.
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Foto: Manel Ben Ameur

Mi stavo auto-rappresentando come cittadina italiana con background migratorio”: la 28enne Manel Ben Ameur – nata a Bolzano da genitori tunisini, cresciuta a Laives, studi in filosofia a Bologna – commenta così il video pubblicato dall'Huffington Post che la ritrae discutere con un leghista contrario alla costruzione di una moschea a Bologna. “Moltissimi di noi studiano, ma vogliono mostrare solo quelli che hanno problemi di tossicodipendenza” spiega l'altoatesina con doppia cittadinanza italo-tunisina, e “dato che ci hanno soffocato, abbiamo deciso di manifestarci noi, senza che loro ci chiamino. Ci sono eventi che parlano di nuove generazioni e di migranti senza portarne nessuno. Ma quando le persone sentono parlare noi, ci vedono identici a loro, ma anche concretamente diversi, si interessano veramente”. “Vorrei tanto che un giorno magari mi intervistassero, chessò, su cosa ne penso della storia dell'arte. Ma adesso è il momento di parlare di questo, è necessario. Non abbiamo paura, perché siamo anche noi italiani. La storia del mio paese, la Tunisia, dimostra che è possibile ribaltare le cose”.

Salto.bz: Com'è andato il “Festival delle nuove generazioni italiane” a Bologna?

Manel Ben Ameur: È andato benissimo. Eravamo in molti della “nuova generazione” – perché noi non la chiamiamo “seconda generazione” – dalle 18 alle 2 di notte, con svariati eventi culturali e musica, dalla capoeira alla samba, rapper con background migratorio, per esempio eritrei, somali, egiziani. Per la prima volta abbiamo parlato noi, non siamo stati rappresentati da altri. Siamo in tantissimi, italo-tunisini, italo-pachistani, italo-eritrei, e militiamo su più fronti. Con l'associazione di cui faccio parte, Next Generation Italy, stiamo cercando di rappresentarci svolgendo attività culturale all'interno del tessuto sociale. Facciamo teatro con richiedenti asilo minorenni passati per la Libia, il migrantour – una spiegazione di Bologna attraverso gli occhi dei giovani ragazzi con background migratorio – e trattiamo anche la violenza di genere, attraverso il nostro focus che si rifà a un'identità fluida, transnazionale. Un'identità che abbiamo impiegato un po' a comprendere.

Solitamente, nel rappresentare le nuove generazioni di italiani, si tende a ricorrere a formule un po' vaghe: “nuovi cittadini”, “seconda generazione”, “di origini”...

Siamo una categoria ombra e proprio per questo sentiamo la necessità di rappresentarci. Per tutti i figli di migranti è stato difficile, hanno dovuto trovarsi di fronte a se stessi e comprendere la loro identità. Un po' tutti quanti o diventiamo cosmopoliti, ma per necessità di sopravvivenza, perché non riusciamo a definirci all'interno di una sola cultura, oppure rinneghiamo una piuttosto dell'altra. La cosa migliore, secondo me, è essere cosmopoliti e includere tutte le sfaccettature della diversità culturale all'interno di se stessi. È il nuovo paradigma: se con la globalizzazione so cosa succede istantaneamente in Giappone, perché non posso essere “fusion” nel mio modo di essere culturale?

Posso dirmi italiana, musulmana, africana, maghrebina, berbera, occidentale, laica e non sentirmi incoerente, perché tutte dipendono dalla situazione in cui ti trovi. Perché non potrei essere “fusion” nel mio modo di essere culturale?

Un modo molto aperto di interpretare l'identità, un processo anche interiore.

Molti di noi hanno crisi di identità. Con la consapevolezza che si acquisisce, con l'accettazione della propria diversità, capiamo che la nostra è una ricchezza se ben utilizzata, ma può essere anche una bruttissima arma per noi stessi. Se non riusciamo a definirci in alcun modo, diventiamo degli indeterminati, non siamo né carne né pesce, ed è difficile arrivare alla propria felicità se non si sa da dove si parte o chi si è. E con la situazione politica attuale, ovvero questa ventata nera che sta prendendo tutto, noi siamo quelli in prima linea a essere colpiti.

Quando Matteo Salvini, al terzo giorno da ministro dell'interno, affermò che la Tunisia ci manda dei “galeotti”, lei indirizzò una video-lettera al vicepremier. Come nasce l'idea di rivolgersi direttamente (e senza giri di parole) a Salvini?

Ero arrabbiata, anche se non credevo che il video potesse avere tutte queste visualizzazioni. Per Salvini siamo la “brava gente”, ma in realtà non parla mai di noi. Quando fa riferimento alla migrazione, dichara “massì, io non ce l'ho con i regolari, con la brava gente”, ma in realtà non dice niente, rimaniamo sempre in ombra. Perché mi dici che sono un migrante regolare e non un'italiana? La politica stessa non ci permette di manifestare la nostra nuova italianità. Da tunisina ho poi ricordato a Salvini che la Tunisia ha avuto una rivoluzione nel 2011, non per la povertà ma per la dignità. Stiamo combattendo il terrorismo: l'Europa è presa dal terrore, ma il 99% degli attacchi avviene nei nostri paesi. E quando i terroristi dell'ISIS ci mandano video di minacce – perché la Tunisia sarebbe “troppo laica”, ad es. sui diritti delle donne – i nostri hacker li ridicolizzano, così che la popolazione non abbia paura di loro: un altro modo di affrontare la lotta al terrorismo. Abbiamo più donne che uomini in Parlamento... non è che faccia così schifo la Tunisia.

Un filmato più recente pubblicato dall'Huffington Post la mostra a Bologna, al banchetto per la raccolta firme contro la costruzione di una moschea, mentre si confronta con il consigliere comunale leghista Umberto Bosco. Con quali intenzioni si è avvicinata?

Quando ho trovato lo stand leghista per una firma contro le moschee, ho pensato “ok, tu sei nata in Italia, l'Italia è anche tua, devi adoperarti per questo bellissimo paese”. E nascere in Italia significa per me nascere nella bellezza più estrema. Io respiro arte, lo vedo soltanto uscendo da casa. Significa nascere nella bellezza, e nella diversità: io sono nata a Bolzano, con la lingua tedesca, italiana, ladina, e la mia in famiglia, tunisina. Essendo stata percepita come figlia di migranti, mi sono avvicinata ad altri figli di migranti: eravamo tutti diversi tra noi ma uguali perché diversi per gli altri. Il cosmopolitismo è sempre stata una costante nella mia vita: tutto il mondo è paese, siamo tutti umani. Tutti perseguono la propria felicità.

Il cosmopolitismo è stata una costante nella mia vita. Tutto il mondo è paese, siamo tutti umani. E tutti perseguiamo la nostra felicità.

Il consigliere della Lega la definisce “pericolosa”. È davvero possibile un dialogo?

Molto democraticamente gli ho chiesto “perché una firma contro le moschee?”, da cittadina italiana e non da rappresentante della comunità religiosa musulmana. “Non mi veda come migrante, non mi categorizzi in schemi che non mi rappresentano”. “Tu non sei reale” mi dice, “sei una brutta illusione molto pericolosa, perché rappresenti l'illusione della possibile complementarietà tra precetti islamici e valori occidentali”. Ma non è questa la vera integrazione? “No, perché l'islam è alla stregua del fascismo”. Peccato che queste persone pregheranno lo stesso, ma più arrabbiate, e magari in delle cantine dove si sentiranno frustrati. Io non mi alteravo, rispondevo con altre domande.

Lei è nata a Bolzano da genitori tunisini, ora ha la cittadinanza italiana e tunisina. Cosa ha comportato per lei crescere in Italia?

Devo ringraziare moltissimo i miei genitori, mi hanno dato tantissimo amore. Prima dei dieci anni non ho vissuto una bellissima esperienza: non abbiamo mai avuto una casa “normale”. Mia mamma quando mi ha partorito viveva in una casa senza luce, il bagno era fuori casa. Quando è nato mio fratello, mio papà aveva affittato una casa molto vecchia, a Laives, per 5 anni. L'edificio fu dichiarato inagibile e doveva essere abbattuto, c'eravamo solo noi e un'altra famiglia con una signora di nome Argentina il cui figlio morì di tossicodipendenza. Era una situazione disagiata, mio padre lavorava di notte, mia madre saliva da questa signora. E ricordo gli scarafaggi... mi fanno ancora paura.

Prima dei dieci anni non ho vissuto una bella esperienza: non abbiamo mai avuto una casa “normale”. Vivevamo in un edificio inagibile e siamo stati sfrattati: mio padre rioccupò la casa, ma riusciva a farci vedere la situazione in maniera divertente, un po' come ne “La vita è bella”.

È stata a lungo in quella casa?

Quando ci hanno sfrattato la prima volta, murando la casa, non hanno dato altra possibilità di scelta ai miei genitori e mio padre si è dovuto ingegnare. Rioccupò la casa, ma riusciva a farci vedere la situazione in maniera divertente, un po' come ne “La vita è bella”: io e mio fratello tiravamo su la spesa con una corda, ma non abbiamo mai sentito il sentimento di inferiorità. Quando ci sfrattarono definitivamente, mia mamma era incinta del quinto mese e i carabinieri l'hanno strattonata dalle gambe e dalle braccia. È un brutto ricordo, quello. Dopodiché ci fu data la casa: due caravan nel campo di calcio di Laives. Bisognava uscire per andare nell'altro caravan per cucinare, anche in inverno. 5 anni abbiamo vissuto così.

Quando ha percepito per la prima volta il senso d'ingiustizia?

Ho sempre saputo che avrei potuto migliorare la mia condizione, essere migliore. Ho pensato che non fosse colpa mia, ma ci fosse qualcosa di ingiusto che non mi consentiva di vivere la mia infanzia come gli altri. Quando gli altri ti chiedono “perché vivi qui, non hai una casa” inizi a sentire quel sentimento di inferiorità, che però non esiste in natura. Inoltre non ero cittadina italiana pur essendo nata a Bolzano. Non avere una carta d'identità valida per l'espatrio quando la maggior parte delle gite erano a Innsbruck, o in Germania...

Si sentiva “diversa”?

Per forza mi sentivo diversa, anche se non volevo. Mio padre mi ha sempre detto di avere pazienza – era molto tollerante e ora combatto anche per lui –, diceva “va bene così, questo non è il nostro paese e quello che è richiesto a noi e ci insegna l'Islam è di rispettare le altre culture” e aggiungeva “quando vai a casa di qualcun altro promettimi di farlo, se no non ti puoi definire musulmana”. Avevo una sorta di timore reverenziale per gli italiani, permettevo loro tutto e mi sentivo in difetto sempre. Ma mio padre mi disse anche: “Soltanto attraverso la cultura e lo studio potrai migliorare la condizione tua e di quelli per cui provi pena per strada”. Perciò ho fatto il liceo delle scienze sociali e mi sono laureata in filosofia scrivendo una tesi in filosofia politica.

Platone responsabilizza la politica: non puoi amministrare delle “anime”, se non lo si fa in virtù del bene comune. Attraverso la filosofia ho acquisito la libertà, ho deciso di essere libera e buona, con gli strumenti della conoscenza.

Il cosmopolitismo che citava prima appartiene al pensiero kantiano.

Io sono molto kantiana, ma studiando filosofia sono partita da Platone per capire le radici del pensiero occidentale. Il filosofo greco definì la necessità di complementare l'azione politica al potere della conoscenza: non puoi amministrare delle persone, delle “anime”, se non lo si fa in virtù del bene comune. E quindi responsabilizza la politica. Ho apprezzato la mia diversità, con la sociologia, con Bauman... ho capito che non sono strana, è possibile essere come me. Ho cercato di portare il pensiero concettuale a un livello più pragmatico. Sto facendo la magistrale in cooperazione internazionale e tutela dei diritti umani e dei beni etno-culturali. Mi vedo come mediatrice culturale “in natura”. Attraverso la filosofia ho acquisito la libertà, ho deciso di essere libera e buona, non stupida bensì buona con gli strumenti della conoscenza. E la bellezza salverà il mondo.

In questa logica si può spiegare la sua attitudine, da “mediatrice”, a cercare il dialogo pure con chi ha idee molto diverse dalle sue, come i leghisti?
La base di tutto il progresso umano parte dal dialogo – dalla dialettica. Nel momento in cui cerchiamo di operare per il benessere collettivo dobbiamo metterci d'accordo che le nostre credenze forse sono alimentate dal pregiudizio, ed essere disposti al cambiamento. Cambiare è sinonimo di intelligenza. Credo nella forza del dialogo, non alle tifoserie, abbiamo distrutto le fondamenta della politica, che è comunicazione. Al banchetto di raccolta firme contro la moschea sono andata ad affermare la mia italianità, in maniera democratica, ma senza sottomettere i miei ideali, per far vedere che esiste una nuova generazione di italiani con altri background culturali che conoscono bene la Costituzione. I cui articoli garantiscono la libertà religiosa.

Mi vedo come mediatrice culturale “in natura”. Credo nella forza del dialogo, non alle tifoserie. La politica è dialogo.

In Italia il clima di paura sembra essere dettato non tanto dal terrorismo, bensì dai flussi migratori. Questa paura è stata indotta in qualche modo strumentalmente, ad esempio per ottenere consenso, o ha motivazioni reali?

Penso sia un processo storico che avviene. Tutti i paesi che si sono dovuti interfacciare alla migrazione di massa hanno avuto i loro problemi, com'è normale che sia, è normale ed è umano arrabbiarsi. Affrontare la diversità subito non è facile per nessuno, per chi viene ma anche per chi riceve. Penso che i discorsi di odio, paura, insicurezza siano alimentati e molto strumentalizzati. Non sono questi i veri problemi dell'Italia, la migrazione è un fenomeno naturale, anche gli animali migrano. Abbiamo intere letterature su come affrontare le migrazioni, gli strumenti ce l'avremmo. Ma non c'è la volontà politica di farlo: per grande ignoranza forse, ma chi governa dev'essere più machiavellico che ignorante, oppure viene alimentata per far distogliere lo sguardo da altre problematiche. Io stessa non ho voglia, da italiana, di perdere tutto il mio tempo nel parlare di migrazioni.

La migrazione è un processo storico e un fenomeno naturale. Tutti i paesi che si sono dovuti interfacciare con essa hanno avuto problemi. Affrontare la diversità subito non è facile per nessuno, per chi viene ma anche per chi riceve. Ma penso che i discorsi di odio, paura, insicurezza siano alimentati e strumentalizzati per far distogliere lo sguardo da altro.

Anche le politiche del ministro Marco Minniti, predecessore di Salvini al Viminale e ora candidato alla segreteria del PD, hanno aperto la strada all'idea del “non possiamo accogliere tutti”, della sicurezza come priorità. Mentre il Parlamento rinviava il voto sullo ius soli.

Siamo stati rappresentati malissimo dalla sinistra, soprattutto il PD. Nel momento in cui c'era lo ius soli e i parlamentari del PD non si sono presentati... sei peggiore di chi almeno afferma di non volerlo, lo ius soli. Abbiamo una sinistra troppo radica-chic ed elitaria, è come se vedessero gli altri come povera plebe. Se vedi che la comunicazione politica cambia, ci sono gli algoritmi e Salvini sta spopolando col marketing, sapendo soltanto comunicare bene come fosse un imprenditore, tu che fai? L'intellettuale che non vuole scendere dal piedistallo e sporcarsi le mani? La sinistra dovrebbe stare col proletariato, da quel che so, aiutare i lavoratori. I termini con cui si esprimono rischiano di essere visti come buonisti. Anche la migrazione dev'essere ben regolamentata, perché ne va del benessere di tutti.

Quali sono i rischi di non regolamentarla?

Non vorrei facessimo la fine della Francia o del Belgio. Le politiche d'integrazione in Francia – pur avendo una popolazione totalmente multiculturale – perseguono l'assimilazione: francesizzarsi per forza senza nessun tipo di tutela della tua diversità culturale, imponendo ad esempio il divieto del velo. Le banlieau sembrano microcosmi del terzo mondo. In Belgio, ad Anversa, ero l'unica donna senza velo, e le donne non parlavano né fiammingo né francese, anche se vivono lì da 25 anni. Figli della Francia e del Belgio hanno commesso attentati. Per questo adesso è il momento di elaborare una buona integrazione.

Anche a Bolzano il clima sta cambiando. 

Lei è cresciuta in una terra plurilingue come l'Alto Adige, dove culture diverse convivono una a fianco all'altra in un delicato equilibrio. Ma all'indomani delle elezioni del 21 ottobre si è aperta anche qui la possibilità di una partecipazione della Lega alla giunta provinciale.

Andavo alle scuole italiane e a maggior parte delle mie compagne di pallavolo erano di madrelingua tedesca. Bolzano è stata una madre per me, ho avuto la mia crisi d'identità quando ero all'ultimo anno di scuola, e non sapevo che fare della mia vita... ho perso l'anno e stavo male. Un mio professore di scienze sociali, andato in pensione, aveva sentito della mia bocciatura e mi ha contattato: “Vedo molto in lei, è normale che accada questo, vedrà che quando crescerà capirà, ma mi prometta che non smetterà di studiare”.

Ha mai subìto episodi razzisti a Bolzano?

A Bolzano non ho mai sofferto di razzismo, o meglio, non l'ho mai percepito direttamente. A meno di episodi sporadici ogni otto anni. Penso che il fenomeno sia nazionale, ma il clima sta un po' cambiando anche lì, lo sentono i miei genitori. I miei conoscenti bolzanini si sono un po' allontanati da me, vedendo il mio attivismo, la mia difesa delle minoranze, hanno pensato che io fossi la classica “buonista” del PD. Una di loro, per spiegarmi che preferiva non camminare in certe vie, mi ha detto: “Senza offesa, ma con tutti i migranti che ci sono...”. Evidentemente anche a Bolzano sono stati indottrinati da questa nuova forma di comunicazione politica, in maniera fideistica.

La politica non dovrebbe permettere la guerra tra poveri, né che lo stato di diritto venga messo in discussione. L'Italia, paese che si definisce democratico, dev'essere a disposizione dei diritti, delle libertà fondamentali e delle minoranze.

È forse un'involuzione inesorabile della nostra democrazia?

No, io sono positiva. Una volta sono andata in taxi a Milano. Quando ho detto al tassista la destinazione, lui mi fa “lei, così, tutta elegante... guardi che è pericoloso lì, con tutti quei migranti”, ma anziché contraddirlo sono stata cattiva – per vedere cosa accade nel momento in cui dai ragione a queste persone, se riesci insomma a trovare un po' di umanità: “Non si possono mandare via tutti quanti, non si possono incarcerare?”, e lui fa “vabeh, non esageriamo...”. E questo mi fa ben sperare. La politica però non dovrebbe permettere la guerra tra poveri, né che lo stato di diritto venga messo in discussione, ho paura che accada questo. L'Italia, paese che si definisce democratico, dev'essere a disposizione dei diritti, delle libertà fondamentali e delle minoranze.