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Foto: (c) Facebook
Society | Vorausgespuckt

La guerra degli inermi

Per debellare l'orrore della guerra è necessario attivare una narrazione che privilegi il ruolo delle sue vittime.

Ieri ho visto una fotografia, postata su Facebook dallo scrittore e musicista Marco Rovelli. La foto (anche se non completa) la vedete anche voi, è questa qui che ho messo in copertina all'articolo che sto scrivendo. Copio il breve commento fatto da Rovelli: “Questa immagine di persone che pregano nell'aperto di una piazza di Kharkiv, con le bombe in lontananza, la sento come una delle immagini più potenti del sacro, là dove questo si tocca con l'inermità assoluta di chi esiste”. Non solo la foto in sé, dunque, ma la foto e il commento insieme mi hanno colpito, condensati dall'accostamento delle parole “sacro” e “inermità”. Ora, tra i suoi significati e sinonimi, il sostantivo “sacro” ha anche quello dell'inviolabilità, il che lo pone, appunto, in una singolare tensione con l'“inermità” che ci comunica l'immagine. Drammaticamente esposti alla pioggia delle bombe, quelle persone si sono raccolte in un circolo e pregano, inginocchiate, dimostrandosi a un tempo inermi (anche il vuoto della piazza circostante acuisce ed esaspera questa sensazione) ma anche paradossalmente invulnerabili alla luce di una condizione così umana (inscalfibile sembra l'umanità, il suo stesso concetto, proprio quando diventa assediata dall'offesa che minaccia di estinguerla).

La guerra come disfacimento di ciò che ci rende umani

E la parola “guerra”, invece, a cosa ci fa pensare? Consultando un articolo che ne ricostruisce l'etimologia veniamo a sapere che per capire l'italiano dobbiamo risalire al germanico “werra” (o “werran”), mentre il riferimento al latino (bellum) è sbiadito in termini derivati: bellicoso, belligerante, bellico. Significando qualcosa come “mischia”, il termine “guerra” nasconde così un contrasto tra due modi di concepire il conflitto, e cifra l'opposizione tra mondo latino e mondo “barbarico”, facendo emergere ciò che nel nostro sentire attuale evidenziamo quando ci troviamo ad ascoltare e pronunciare la parola “guerra”: una situazione profondamente caotica, nei confronti della quale, appunto, non possiamo che dichiararci inermi.

Lotta selvaggia e disordinata, distantissima dal poter essere stupidamente qualificata come “sola igiene del mondo” (Marinetti), l'avversione che proviamo al cospetto della cosa e della parola “guerra” ci pone davanti la figura di un disfacimento connaturato alla nostra fragilità esistenziale, disfacimento accelerato e reso parossistico dalle contemporanee modalità di combattimento. Riunirsi in una piazza e pregare diventa così un esorcismo, in cui risuona la nostra più intoccabile (sacra) condizione di esseri umani (vale a dire di esseri che anelano a trovare un ordine e una misura nelle cose), nel momento in cui più ci sentiamo preda di un evento orientato alla cancellazione di ogni ordine, di ogni misura e in definitiva di ciò che siamo.

Per una storia innaturale della distruzione

Non so se qualcuno l'abbia già fatto, ma sarebbe interessante attivare una narrazione della guerra, di tutte le guerre, a partire dal richiamo esplicito e volutamente simbolico all'inermità di chi si trova (senza minimamente volerlo) a subirle. Esistono ovviamente già esempi a tal proposito (quello che mi viene subito in mente è il quadro “Guernica” di Pablo Picasso), esistono anche storie dei vinti, eppure credo manchi ancora una illustrazione sistematica e soprattutto insistita della “storia innaturale della distruzione” (innaturale: modificando il titolo italiano del celebre libro di W.G. Sebald), giacché rivolgendo lo sguardo alle vittime non possiamo non avvertire gli eventi ai quali esse sono sottoposte come qualcosa di profondamente contrario alla loro (e dunque alla nostra) “natura” di esseri umani. Riuscissimo a rendere davvero sacra, cioè inviolabile, la nostra natura a partire dalla percezione della comune inermità, non avremmo forse fatto un piccolo passo nel bandire almeno dallo spazio della narrabilità ogni racconto di guerra che - al di là di una possibile ricognizione dei torti e delle ragioni, o anche semplicemente delle cause - non ponesse in primo piano, un piano cioè finalmente redimente, come l'uomo riesce ad offendere il volto dell'uomo?

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Klaus Vontavon Sat, 02/26/2022 - 19:39

“Es muß wohl sein”, sagte er, “daß die Menschen die Natur etwas verdorben haben, denn sie sind nicht als Wölfe geboren und sind dennoch Wölfe geworden. Gott hat ihnen weder Vierundzwanzigpfünder noch Bajonette und Kanonen gegeben, und sie haben sich Bajonette und Kanonen gemacht, um einander zu vernichten. …”
Candide oder der Optimismus, Voltaire, übersetzt von Stephan Hermlin

Sat, 02/26/2022 - 19:39 Permalink