Culture | La ricorrenza

25 aprile, l'Italia s'è desta

Il “giorno della liberazione” spiegato con la biografia di tre dei suoi principali protagonisti: Cadorna, Parri e Longo.
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Foto: Anpi

Non è un solo giorno a fare la storia, neppure la storia di quell'unico giorno. Inoltre, la conoscenza è l'unica vera nemica della retorica, che l'affronta e la scaccia anche dove essa si annida molto volentieri: nei giorni di festa, spesso paradossalmente così noiosi e obliosi.

Ricorrendo il 73esimo anniversario del “giorno della liberazione”, la memoria indispensabile a suffragarne tutta la rilevanza, sia storica che civile, e a risvegliarne il senso, è condensata in un libro appena uscito da Laterza, del quale raccomandiamo caldamente la lettura. L'ha scritto Carlo Greppi – storico e scrittore, nonché socio fondatore dell'associazione Deina – e si intitola senza fronzolo alcuno 25 aprile 1945.

Perché questo volume è così bello, così ricco, così utile? Innanzitutto perché pone in luminosa evidenza non solo la trama degli eventi (pur facendolo benissimo), non solo illustra il contributo corale dei circa 200.000 mila coraggiosi che imbracciarono le armi o comunque operarono contro il sodalizio nazifascista, ma onora come si deve i suoi tre spiriti guida, vale a dire Raffaele Cadorna, Ferruccio Parri e Luigi Longo. Con ruoli diversi, con storie diverse, con sensibilità diverse, sono infatti loro a costituire i punti di riferimento del vario (anche se non vastissimo) movimento di lotta che culminerà con l'insurrezione delle città del Nord, e dunque di Milano, teatro saliente (con l'episodio centrale della famosa riunione nell'Arcivescovato, in cui si dettero appuntamento Mussolini, Graziani, lo stesso Cadorna e altri esponenti del Comitato Liberazione Nazionale Alta Italia) della data che viene ricordata.

I tre protagonisti

Chi erano, dunque, questi tre protagonisti e perché ricostruirne il profilo è così determinante al fine di comprendere l'impatto avuto sulla “nostra” storia? In loro, si diceva, sono esemplificate tre individualità fortunatamente confluenti in un momento delicatissimo, tanto che ipotizzandone una collocazione appena diversa sarebbe difficile spiegarsi la felice conclusione della guerra partigiana. Cadorna è il militare integerrimo capace di unificare la strategia dei gruppi combattenti costituitisi dopo l'8 settembre del 1943; Parri è il politico azionista che incarna l'afflato morale di quello che, a ragione, verrà chiamato il “secondo Risorgimento” d'Italia; Longo, il capo delle Brigate Garibaldi, il dirigente comunista che che succederà alla carica di segretario generale del partito dopo la morte di Palmiro Togliatti e che già all'indomani della caduta del fascismo, appena cioè liberato dal confino, esortò “tutti gli antifascisti a unirsi per la lotta armata di massa e per realizzare il compito primo e decisivo, quello di sconfiggere i fascisti e di cacciare i tedeschi dall'Italia” (nel virgolettato un frammento dell'orazione funebre pronunciata da Enrico Berlinguer nell'ottobre del 1980).

La vera Italia

Su una cosa è bene fare chiarezza, suggerisce Greppi, in modo da correggere la confusione subentrata con l'affermazione della tesi revisionista sul periodo preso in esame, secondo la quale la resistenza non fu una genuina espressione di popolo, quanto piuttosto una storia di tentata prevaricazione, danno procurato ad una verità che proprio i partigiani avrebbero contribuito a dimezzare. Si rileggano le parole di Cadorna rivolte ai “partigiani veri”, democristiani e autonomi, azionisti e matteottini, e comunisti: “Un fenomeno di decomposizione aveva progressivamente scardinato ogni principio morale della politica italiana e dell'ordinamento interno del Paese che veniva spinto a un'alleanza storicamente impossibile di cui la guerra ingiusta e inettamente condotta era la fatale conseguenza. Ma mentre l'Italia, quale era dal fascismo voluta, veniva disfatta, la vera Italia, che aveva potuto essere oscurata, ma non spenta, risorgeva per combattere a fianco degli Alleati e conquistare, nella compagine europea, il suo posto di tradizionale civiltà” (pag. 180). La verità qui è tutta interna a una scelta di campo, è affermazione di valore, prassi, e per questo diventa fragilissima (letteralmente, si svaluta) se quei valori cessassero di essere portanti, ovvero se non orientassero più il comportamento di una comunità, finendo col sembrare una mera questione di punti di vista.

I motivi di chi è salito in montagna

Per sigillare la commemorazione del 25 aprile e salvarne i valori portanti esemplificati dalla condotta dei tre protagonisti citati, trascrivo la lista dei “motivi di chi è salito in montagna” che lo scrittore Paolo Di Paolo ha composto leggendo “La resistenza perfetta” di Giovanni De Luna, “un libro – chiosa Greppi – che ci ricorda quante anime sono confluite nella lotta di liberazione” (pagg. 33-34). Non forniscono un catalogo esaustivo, ma sono tutti interpretabili alla luce di quello spirito d'azione che portò per fortuna alcuni italiani a non accettare ciò che per troppo tempo era parso accettabile agli altri. E fu bene così. “Per rispondere alla propria coscienza. Per istinto. Per sottrarsi alle razzie di uomini dei tedeschi. Per sottrarsi ai bandi di reclutamento dei fascisti. Per senso di precarietà. Per paura. Per amore di libertà. Per amore di un'idea, di un ideale. Per amor di patria. Per non morire. Per morire, se necessario, per una causa giusta. Per non pensare che tutto sia perduto. Per fare in modo che tutto non sia perduto. Per non perdere tutto. Perché è una scelta, e questo è il momento di scegliere. Per lottare. Per uscire migliori dalla guerra. Per essere migliori comunque. Per sentirsi vivi. Per lavare il compromesso e la viltà. Per scommessa. Per desiderio di avventura. Per rabbia. Per non essere obbedienti. Per disobbedire. Per difendere qualcosa. Qualcuno. Per calcolo. Per salvare qualcuno. Per salvarsi. Per varcare un confine. Dentro se stessi, anche. Per ribellarsi. Per sprezzo del pericolo. Per mettersi alla prova. Per vedere se si è capaci di uccidere. Per uccidere il nemico. Per cambiare la propria vita. Per immaginare il futuro. Per senso di giustizia. Per limitare l'ingiustizia. Per prepotenza. Per pietà. Per punire. Per vendicarsi. Per trovare una strada. Per avere il diritto di parlare. Di parlare oggi e domani. Per agire. Per poter dire di avere agito. Per non restare inquinati dal fascismo. Per riscattarsi dalla tirannide. Dalla violenza di quella tirannide durata vent'anni. Per essere protagonisti della storia. Per cambiare le cose. Per speranza. Per dovere morale. Per fedeltà politica. Per fedeltà a se stessi, a un Paese, a chi è già morto combattendo, a chi è morto ingiustamente e basta. Perché finisca la guerra. Perché si è ancora in tempo. Per chi non ha ceduto e non cede. Per chi resiste. Per resistere”. Buon 25 aprile a tutti.

 

#10giorni: Carlo Greppi, "25 aprile 1945"