Culture | Salto Afternoon

Cenere sulla “gente”

Risentita, incattivita, in cerca di un'aggregazione che subito si sgretola. È la “gente”, il soggetto/oggetto del reportage di Leonardo Bianchi.
Leonardo Bianchi
Foto: Foto: Salto.bz

Questo libro nasce come una sorta di sistematizzazione di un lavoro sul campo. È un'analisi, uno scavo nei meandri più oscuri della politica e della società italiana. Sentivo l'esigenza di organizzare quello che avevo visto e riversarlo in un volume, per astrarmi dalla cronaca, dal racconto vivo”. Leonardo Bianchi – firma del sito d'informazione Vice – è stretto nell'angolo di una saletta gremita del bar “Picchio” per il secondo appuntamento di “4 aperitivi in compagnia di un libro”, l'iniziativa organizzata da Flavio Pintarelli in collaborazione con le librerie Europa e Ubik. Si parla del fenomeno del “gentismo”, un concetto sociologico (qui indagato in stile narrativo, utilizzando un ampio repertorio tratto dalla cronaca) che in un punto di svolta della nostra storia ha preso a sostituire quello di “popolo”. E proprio cercando di capire cosa sia o persegua questo “soggetto/oggetto” così pervasivo e sfuggente, è possibile leggere in profondità l'epoca nella quale stiamo vivendo.

Tre campi d'indagine

Il gentismo – argomenta Bianchi – è un fenomeno percepibile chiaramente almeno in tre campi: la politica, la strada, internet”. Non sono sfere impermeabili le une alle altre. Al contrario, tendono a intersecarsi, ad interagire, alimentandosi a vicenda sulla base di un sottofondo umorale costituito dal risentimento, un blocco affettivo che spreme nello spazio pubblico (in rete è ciò che fa picchiare sulla tastiera il segno esclamativo che poi tracima in una serie di 1: !!!!1111) tutto il disagio della scarsa rappresentatività, dell'emarginazione patita da larghi strati di popolazione nei confronti del sistema amministrativo vigente e dell'informazione ufficiale. Una ribellione proteiforme e – almeno in una fase iniziale – spontanea.

Il grado zero del populismo

La gente è un'entità mitica”, chi vi si richiama (in versione parodistica: “siamo la gente, il potere ci temono, fate girare”) ritiene di coagulare istanze oppositive rispetto a un nemico esterno altrettanto vago e mitologico: “loro”, gli “altri”, i “clandestini”, i “comunisti”, il “potere”, la “casta”, tutte entità che devono essere semplicemente eliminate, con le quali non esiste alcuna possibilità di scendere a compromessi, in un sogno di ingenua purificazione. Né specificatamente di destra né di sinistra, il gentismo è in sostanza un populismo al grado zero, esposizione immediata di istanze infiammabili ma che poi, alla prova dei fatti, quando cioè si tratta di dotarsi di una struttura, tende altrettanto repentinamente a sgonfiarsi rivelandosi per quello che è: un assemblaggio eterogeneo di individui isolati davanti allo schermo della propria rabbia.

La fine del “popolo”

Mentre il popolo è sempre attaccato a grandi ideologie o grandi partiti – spiega Bianchi –, la gente ha un'altra origine: la retorica dei sondaggi e della pubblicità e il consumo. Le ideologie che avevano fatto da motore alla prima Repubblica perdono peso e la passione partecipativa si riversa in questo contenitore vuoto, che ognuno riempie a piacimento sfuggendo all'obbligo di verificare quello che si sta dicendo” (la gente si nutre di “fake-news”).

Non è un caso che proprio all'inizio degli anni Novanta, quando il vecchio sistema politico cominciò a sbriciolarsi sotto i colpi delle indagini giudiziarie di “Mani pulite”, siano emersi leader “populisti” e un linguaggio (il “gentese”, come alcuni linguisti definirono l'eloquio di Silvio Berlusconi o di Umberto Bossi) diretto in primo luogo alla pancia (che per definizione è sempre “della gente”). Ma, come detto, la gente non ha una patria politica facilmente definibile. L'inventore della “gente microfonata”, Michele Santoro, ha per esempio fatto notare che l'espressione nacque per l'appunto in un contesto collocato al di qua (o al di là) delle ideologie correnti, per poi assumere una connotazione esplicitamente politica grazie a chi riuscì (e tuttora riesce, si veda la resurrezione di Silvio Berlusconi) a intuirne e plasmarne il potenziale di mobilitazione.

Sotto la cenere del risentimento

È comunque solo negli ultimi dieci anni (questo lo spazio temporale sul quale insiste la ricognizione dell'utilissimo libro di Bianchi) che il fenomeno del “gentismo” acquista i suoi tratti più peculiari e distintivi. In questo quadro grillismo e leghismo salviniano – seppur con sfumature diverse – rappresentano oggi gli istituti “parassitari” meglio conformati per incanalare il risentimento collettivo di chi vorrebbe fare “piazza pulita di tutto”. Incapace di realizzare in modo autonomo ciò che si propone, la gente è così come un carro disponibile ad accogliere apparentemente chiunque si offra di guidarlo, non garantisce però una tenuta di strada compatibile con le aspirazioni dei suoi conducenti. La gente, per definizione delusa, alla fine si rivela deludente. I suoi umori vagano nello spazio pubblico e lo saturano di veleni non smaltibili. Quando – com'è accaduto di recente durante la campagna referendaria lanciata da Matteo Renzi – è addirittura il potere costituito a pretendere di cavalcarne l'onda, i risultati sono poi scarsi o del tutto fallimentari. Di tante proteste eclatanti – valga l'esempio di ciò che accadde a Gorino nell'autunno di un anno fa, con l'intero paese sul piede di guerra per non accogliere un piccolo gruppo di profughi – resta solo la cenere fredda del risentimento e uno stigma che non ha portato alcun beneficio alla popolazione locale.