Society | il lutto

Addio a Paolo Fabbrini

Si è spento a 78 anni l'ex esponente della sinistra extraparlamentare bolzanina vissuto a lungo in Spagna. Dal suo ritorno è sempre stato molto attivo nel volontariato.
Paolo Fabbrini
Foto: M.Lorenzini

Si è spento ieri, 23 novembre, nel reparto di cure palliative dell’ospedale di Bolzano, Paolo Fabbrini. Su salto.bz, a fine giugno pubblicammo un ampio ritratto-intervista sul suo lungo percorso "rivoluzionario" intitolato "La lotta di classe a Oltrisaco". Paolo Fabbrini avrebbe compiuto 79 anni il prossimo 15 dicembre.

Ecco l'articolo uscito il 29 giugno 2022.

La lotta di classe a Oltrisarco

Dal modo in cui parla si capisce che il cuore di Paolo Fabbrini è rimasto rivoluzionario dentro. Ma oggi, a 78 anni, l’ex “estremista di sinistra” nato e cresciuto a Bolzano, vissuto trent’anni in Spagna e rientrato nel capoluogo 9 anni fa, osserva con un pizzico di distacco in più quello che accade. Giusto un poco. Non ha problemi a dire di aver avuto “idee sbagliate” ma si sente anche in credito con lo Stato per essere stato vittima di un depistaggio ad opera di carabinieri legati ai servizi che sarebbe troppo generoso definire “deviati” (la vicenda, di cui ha scritto brevemente Paolo Morando nel libro L’ergastolano è spiegata in un articolo uscito la settimana scorsa). Fabbrini si professa ancora comunista ma non ha nessuna nostalgia per i sistemi totalitari e l’Unione sovietica. Non ama affatto la Russia di oggi e considera Putin un fascista. Ma allo stesso tempo il modello occidentale capitalistico non gli va ancora giù. Il suo stare dalla parte degli ultimi oggi si concretizza nel dare una mano ai meno fortunati. Per due anni Fabbrini ha fatto volontariato e ha vissuto al centro di accoglienza profughi all’ex Hotel Alpi. Ha poi insegnato italiano ai migranti al centro Scioglilingua in via Torino. La salute non è al top ma quando può Fabbrini dà una mano ai ragazzi dello Spazio autogestito 77 in via Dalmazia.

 

Salto.bz: Paolo Fabbrini, prima di venire alla sua storia politica ci tolga una curiosità: cosa ha fatto in Spagna per trent’anni?

Paolo Fabbrini: Ho vissuto in Andalusia, mi sono sposato, ho avuto due figlie. Di professione ho fatto il velista e negli ultimi anni ho lavorato in un’officina di riparazione barche. Andava bene, ma poi con la crisi del 2007/2008 l’azienda è andata in difficoltà. Poi negli anni si è ripresa ma io per varie ragioni sono tornato a Bolzano.

Velista sportivo o skipper accompagnatore di turisti?

Sono stato proprio un velista sportivo. Ho navigato anche con barche grandi, ma per molti anni ho fatto parte di un equipaggio della First Class 8 di Beneteau. Abbiamo partecipato al campionato di Spagna e siamo arrivati anche terzi, al campionato di Francia, alla Coppa del Re a Mallorca. Era un lavoro che mi permetteva semplicemente di vivere dignitosamente facendo una cosa che mi piaceva. Come attività secondaria e per necessità sono stato attivo come skipper per turisti ma soprattutto nel trasporto barche. Non molti sanno che quando si fa la traversata atlantica per raggiungere i Caraibi la parte più pericolosa è quella da Gibilterra alle Canarie. Andando verso ovest c’è quasi sempre vento di poppa e le tempeste non sono così frequenti. I velisti che volevano fare la traversata ma non erano molto sicuri chiedevano ad un’agenzia per cui lavoravo di condurre le barche fino alle Canarie. E’ una rotta che ho percorso moltissime volte. Ad ogni modo garantisco che è molto più difficile navigare nel Mediterraneo che nell’Atlantico. Il “mio” mare era il Mare d’Alboran, appena prima dello stretto di Gibilterra. Lì quando soffia il levante dalla Grecia il mare è davvero molto difficile, come di fronte alla Costa azzurra quando soffia il Mistral.

 

Quella della vela è una passione che ha in comune con Massimo D’Alema, allora ...  Scherzi a parte, lei è bolzanino doc, giusto?

Non mi parli di D’Alema (ride) anche se dicono sia un buon velista ed è sicuramente una persona molto intelligente. Comunque sì, sono nato a Bolzano nel 1944 e sono cresciuto nel capoluogo in una famiglia di avvocati. Ho frequentato il liceo Carducci. Tra i miei insegnanti c’è stata Lidia Menapace, e anche Don Rauzi, che pur essendo io sempre stato ateo ho stimato molto. Dopo il liceo mi sono iscritto ad Ingegneria a Padova, un po’, devo dirlo, per andare contro le aspettative della famiglia. All’università conobbi Toni Negri, che aveva una grande conoscenza del marixismo, e Massimo Cacciari. Ma ingegneria non faceva per me, abbandonai e vissi da bohemien a Monaco di Baviera per un anno. Poi andai a Parma, mi iscrissi a Legge ma anche quello non faceva per me e quindi andai a Roma. Lì iniziai a fare politica attiva con i marxisti leninisti. Tornai in regione qualche anno dopo quando iniziò a svilupparsi il movimento studentesco intorno alla facoltà di Sociologia di Trento. Divenni amico di Renato Curcio, Margherita (Mara) Cagol e Mauro Rostagno. Anche loro erano marxisti leninisti. Io ero idealmente favorevole al fatto che la lotta di classe potesse anche diventare armata e per questo ancora quando era Padova fui espulso dal Partito comunista d’Italia. Ma non partecipai alla fondazione delle BR e non ne ho mai condiviso metodi e obiettivi. Durante il sequestro Moro, ad esempio, ho sperato sinceramente che lo liberassero, per dire. E anche diverse altre azioni mi sembravano sbagliate. So che oggi può far ridere parlare di lotta di classe, ma allora ci credevo e ci credevamo per davvero. Le condizioni di lavoro e di vita della classe operaia erano davvero insostenibili e il livello di sfruttamento inaccettabile. Io avrò avuto indubbiamente idee sbagliate ma anche il PCI e il mondo sindacale non è che abbiano poi avuto una condotta che abbia portato nei decenni a risultati così positivi”.

All’epoca ero convinto che si potesse convincere gli operai a ribellarsi tutti assieme. La vita in fabbrica era così dura che era piuttosto facile fare proselitismo.

Si spieghi meglio. Era favorevole alla lotta armata ma non condivideva le azioni delle BR?

Ero convinto che la lotta di classe fosse l’unica maniera per uscire da questo sistema. C’era bisogno di un’avanguardia che riuscisse a coinvolgere operai, contadini e studenti. La rivoluzione, secondo me, non si poteva fare compiendo degli attentati che colpivano i singoli. L'estremismo è la malattia infantile del comunismo, diceva Lenin. Prendere di mira un capetto di una fabbrica particolarmente aggressivo e dispotico con gli operai è una cosa che influisce forse sulla vita di una decina di persone e poi si spegne lì. E’ un atto violento ma anche del tutto velleitario. All’epoca ero convinto che con il proselitismo si potesse convincere gli operai a ribellarsi tutti assieme. La vita in fabbrica era così dura che era piuttosto facile fare proselitismo. Io mi ero avvicinato al collettivo metropolitano dei marxisti leninisti e posso garantire che anche in fabbriche grandi questo collettivo aveva spesso più seguito della CGIL. Il movimento operaio è stato molto forte dall’autunno caldo del 1969 fino alla sua sconfitta che, per me, coincide con la marcia, nel 1980, di migliaia di impiegati e quadri della FIAT contro i picchetti che duravano da più di un mese. Quella manifestazione spinse i sindacati a chiudere un accordo che fu poi molto favorevole per la FIAT guidata al tempo da Cesare Romiti. Quel momento segna per me la sconfitta definitiva della lotta operaia.  

Com’era essere un “extraparlamentare di sinistra” a Bolzano in quegli anni?

A Bolzano c’eravamo noi marxisti leninisti che eravamo circa una trentina. Quelli molto attivi, intendo. Poi era abbastanza forte Lotta continua, un movimento che aveva molto fascino. Io non sono mai stato di Lc, dato che aveva una forte matrice cattolica. Ma stimavo molti dei suoi membri come Gilberto Gabrielli, Silvano Bassetti e Alexander Langer.  Lc era forte soprattutto nelle scuole, mentre noi avevamo più simpatizzanti nei quartieri, nelle fabbriche e nei cantieri. Comunque io mi sono sempre sentito vicino ai marxisti leninisti ma sono rimasto fondamentalmente un cane sciolto.

All’epoca il quartiere di Don Bosco era praticamente in mano ai picchiatori fascisti, io invece facevo attività politica a Oltrisarco. Ciò non toglie che sia capitato di avere diversi scontri in altre parti della città. Il più grosso avvenne a dicembre 1970 davanti alla sede del MSI in via Locatelli. Io abitavo all’epoca in via Museo. Mi chiama un compagno dicendo che i fascisti mi stavano cercando. Mi raggiungono altri compagni, e mentre stavamo andando verso casa mia uno dei nostri strappa un manifesto del MSI. Dentro la sede c’erano i cosiddetti volontari della libertà che venivano da tutto il Triveneto. Erano tantissimi. Ci fu una grande rissa. I fascisti accoltellarono quattro dei nostri. Alcuni di loro erano in una specie di trans omicida. Il più esagitato lo abbiamo fermato ed è finito all’ospedale. I fascisti avevano fatto i nostri nomi e il giorno dopo i carabinieri sono venuti ad arrestarmi. Siamo stati dentro un mese.  Nel processo poi fummo tutti condannati a sei mesi indipendentemente dalle singole responsabilità”.

Poi ha lasciato Bolzano, giusto?

Sono stato soprattutto a Roma, ma tornavo spesso a Bolzano. Ci sono stato con mia madre, Amanda Knering, che ha aperto una galleria d’arte, frequentata fra gli altri da Raphael Alberti, Zavattini, di cui era molto amica…  Anche lei era maoista-leninista, ha avuto anche incarichi dirigenziali. Nella sua vita ha poi pubblicato anche diversi libri di narrativa.

 

Il 10 novembre 1972 avviene il rinvenimento dell’arsenale di Camerino. Il 18 novembre lei subisce una perquisizione assieme ad altri esponenti della sinistra extraparlamentare. In un rapporto del SID, tra le prove “schiaccianti” a suo carico viene indicato un libro dell’intellettuale filocastrista Regis Debray ritrovato nella sua abitazione. Quel testo era stato usato per il codice rinvenuto nell’arsenale che peraltro era stato "decifrato in anteprima" dal giornalista di Avanguardia nazionale Guido Paglia diventato poi dirigente della Rai. Nel rapporto si dice che il libro sulla copertina aveva scritto a penna il nome Lidia.

Guardi, io non ho tenuto nessuno degli atti, sono passati 50 anni e diverse cose le ho dimenticate. Sarò sincero. Neanche ora che mi fa vedere il rapporto del SID di cui ignoravo l'esistenza, mi ricordo chi mi avesse dato quel libro. Questo appunto su pagina 100 è curioso. A me Debray proprio non piaceva per nulla, dubito di essere arrivato così avanti nella lettura. E quello all'epoca era un libro che nel mondo della sinistra avevano tutti. Nell’arsenale fu anche trovata una mia patente, ma io l’avevo persa un anno prima e ne avevo regolarmente denunciato lo smarrimento. Non trovarono altro. Il mandato di cattura per l'arsenale di Camerino venne fatto parecchi mesi dopo. In quel momento mi trovavo a Bolzano perché avevo una supplenza a Chiusa. A quel punto succede una cosa strana. Il mandato di cattura viene fatto avere ai giornali prima di essere eseguito. Al mattino ricevo una telefonata e un amico mi dice: guarda che in prima pagina sul giornale Alto Adige c’è scritto che c’è un mandato di cattura contro di te. Non ci ho pensato due volte e sono scappato. Sono rimasto latitante per 8-9 mesi.

 

Può dire dove? E che spiegazione si è dato dell’annuncio a mezzo stampa?

Preferisco non dire nulla sulla latitanza, meglio essere prudenti, i servizi segreti non dimenticano facilmente. Diciamo: al caldo.  Quanto all’articolo io mi sono dato la spiegazione che semplicemente volevano fare in modo che scappassi, erano sicuri di trovarmi e in quel caso se avessi opposto resistenza, o anche no, mi avrebbero ucciso in uno scontro a fuoco.

Invece non la trovarono.

No, infatti. Il mandato di cattura venne poi revocato, fui avvisato e quindi tornai a Bolzano. Ma dopo 10 giorni il mandato fu emesso di nuovo, mi arrestarono e mi portarono nel carcere di Camerino dove conobbi il coimputato Carlo Guazzaroni, che non avevo mai visto prima. Il mandato di accusa conteneva le accuse più assurde: terrorismo, sequestri, possesso di armi, falsificazione di documenti  …

Ma al tempo, va ricordato, quello che tra i bolzanini pagò di più per montature e depistaggi fu comunque l’anarchico Paolo Faccioli.

Le hanno contestato fatti particolari durante gli interrogatori?

Non sono mai stato interrogato durante la fase istruttoria. Fui interrogato solo al processo. Dopo la fine della custodia cautelare, prima dell’assoluzione definitiva, sono rimasto 4 anni in libertà vigilata. Per me fu molto pesante. Negli anni successivi emerse la verità del depistaggio da parte dei carabinieri, il coinvolgimento del Capitano d’Ovidio, di Maletti, di Labruna. Ma al tempo, va ricordato, quello che tra i bolzanini pagò di più per montature e depistaggi fu comunque l’anarchico Paolo Faccioli (nell'informativa del SID qui sotto Fabbrini e Faccioli vengono attribuiti alcuni attentati, anche in questo caso la questione non ebbe seguito a livello giudiziario, ndr)

 

E il carcere quanto fu pesante?A Camerino restai quasi un anno ma non fu così dura. In alcuni casi ho dovuto, come si dice, mettere le cose in chiaro, ma devo dire che in carcere non ho mai avuto problemi. Il peggior penitenziario in cui sono stato è quello di Bolzano. Per un mese siamo stati in 6 in una cella da 2.

Dopo l’assoluzione andò subito in Spagna per cambiare aria? Si sente in credito con lo Stato italiano?

Non sarei potuto tornare a Bolzano. Per la stampa, per il PCI e la CGIL ero un brigatista e la vicenda aveva avuto un grosso clamore. Sono rimasto appunto alcuni anni a Perugia e poi negli anni Ottanta sono andato in Spagna. Per tutto il periodo in cui ho vissuto in Andalusia, praticamente non ci ho quasi mai più pensato alla faccenda di Camerino. Ma sì, da quando sono tornato in Italia sento di aver subito un’ingiustizia e quindi mi sento in credito. Poi, sa un'altra cosa?

Dica.

Il libro di Paolo Morando sta diventando per una miniera di informazioni. Ho fatto un altro collegamento che ha gettato luce su un altro episodio della mia vita a cui ho faticato a dare una spiegazione. Si parla di una velina in cui si attribuisce la responsabilità di Peteano a Lotta Continua, in particolare a militanti di Trento. Si fanno i nomi di Italo Saugo, Daniela Torresin, Giorgio Tais, Aldo Campanozzo e Silvana Silvestri. Daniela Torresin è stala la mia compagna per oltre sette anni, fino al 1984, quando poi sono andato in Spagna. Lei si era laureata a Trento e insegnava Sociologia all'università di Perugia. Lei pure era amica di Curcio e di Rostagno, e Italo Saugo fu il socio di Rostagno quando aprì Macondo. Lei non ha fatto vera attività, era una studiosa. Ma ad un certo punto il giornale di ultra destra Il Borghese pubblicò un articolo in cui si diceva che lei era implicata in commercio di armi.  Poco dopo, nel 1978, fui arrestato una seconda volta. Restai oltre 20 giorni in isolamento nel carcere speciale di Spoleto. Ma mentre la prima volta si erano dati la briga di fare una montatura vera e propria in questo caso non c'era proprio nulla di nulla. Sapevo di essere sempre sotto controllo, perché durante un'occupazione della facoltà di Sociologia a Perugia fui chiamato dai carabinieri con il megafono per avviare una trattativa. Certo che leggere queste cose fa impressione, io non avevo idea che fosse stata sospettata e mi fa rendere conto che sono stato sempre sul filo del rasoio. Stavo sulle scatole a più di qualcuno.

Com’è stato il rientro a Bolzano?

Ci ho messo un po’ a reinserirmi ma negli anni ho trovato tanti amici. L’esperienza di operatore volontario all’ex Hotel Alpi è stata molto bella, mi sono fatto parecchi amici e l’organizzazione del torneo al Druso con 4 squadre formate da migranti, 44 giocatori, che hanno poi potuto tenersi le divise, la gente sugli spalti, la consegna delle coppe ... è stato uno dei momenti più belli in assoluto. La partita l’ho organizzata da solo, perché avevo avuto un contatto diretto con Franco Murano, allora presidente del Bolzano, che ci aveva dato l'uso dello stadio per un giorno. Il giorno prima un dirigente di Volontarius scrisse una email per dire che non potevamo fare la partita. Il problema era che Volontarius non risultava come organizzatore. Io gli ho detto che la partita si sarebbe fatta lo stesso e così è stato. La mensa all'hotel Alpi era davvero tremenda, per cui un giorno ci fu uno sciopero della fame del tutto nonviolento, e sempre lo stesso dirigente si presentò con la polizia. Il problema maggiore di quella struttura fu comunque che non veniva fatto alcun controllo sul lavoro svolto dai medici che spesso trattavano davvero malissimo i migranti, e neppure sugli avvocati che dovevano aiutare con i permessi di soggiorno. Poi negli ultimi anni ho fatto volontariato anche per l'associazione Scioglilingua che trovo la più bella realtà bolzanina in tema di accoglienza. Ultimamente sto dando una mano ai ragazzi dello spazio autogestito 77. A proposito, una cosa voglio dirla: non ha idea di quante persone locali siano venute a chiedere aiuto, con grande vergogna, nei due anni di pandemia. Impressionante.

 

Lei si definirebbe ancora comunista?

Mi sento comunista, su questo non ho dubbi. Non sono per nulla filo sovietico, non ho nostalgie, non sono filorusso, visto che per me Putin è un fascista. Mi sento ancora comunista perché è indubbio che il comunismo sovietico abbia fallito, ma è altrettanto vero che il capitalismo ha dimostrato di non saper porre rimedio alle ingiustizie sociali ed economiche. Anzi: le ha aumentate. C’è un detto: quando i poveri incolpano della loro povertà quelli più poveri di loro, i più ricchi hanno vinto. Questo è quello che sta avvenendo nel mondo di oggi.