cei.jpeg
Foto: upi
Society | Eutanasia

Attacco della Cei al cuore dello Stato

Il presidente della Conferenza episcopale italiana interviene a gamba tesa sull’imminente decisione della Corte costituzionale sul suicidio assistito.

Il 13 giugno 2014 Fabiano Antoniani, noto come dj Fabo, rimane tetraplegico in seguito a un incidente stradale. Affetto da indicibili sofferenze, decide di porre fine alla propria esistenza. Poiché in Italia tale scelta non può essere assecondata senza che chi lo aiuti a mettere in atto la sua decisione finisca processato per omicidio, dj Fabo chiede di essere accompagnato in una clinica svizzera per morire ricorrendo al suicidio assistito. Marco Cappato, tesoriere dell’associazione “Luca Coscioni”, lo accompagna. Dj Fabo muore, per sua consapevole scelta, il 27 febbraio 2017.

Per testimoniare il suo atto di disobbedienza civile, Marco Cappato si autodenuncia per violazione dell’articolo 580 del codice penale che punisce chi aiuta una persona a suicidarsi. Tuttavia, il 14 febbraio del 2018 la Corte d’Assise di Milano solleva la sospetta illegittimità costituzionale dell’articolo 580 davanti alla Corte costituzionale, che a sua volta rinvia la sentenza sulla questione all’udienza del 24 settembre di quest’anno, invitando il Parlamento a colmare il vuoto legislativo entro quella data.

Ed ecco, immancabile, l’attacco della Chiesa cattolica. Che naturalmente non si limita ad affermare il principio per cui per i cattolici il ricorso al suicidio assistito, e più in generale a qualsiasi forma di eutanasia, è incompatibile con la propria visione del mondo e la propria definizione di vita degna di essere vissuta. Essa interviene, come sempre quando si tratta di diritti civili, direttamente sul potere legislativo e sugli organi costituzionalmente preposti a garantire i diritti non solo dei cattolici, ma di tutti i cittadini.

Sentite cosa dice il cardinal Gualtiero Bassetti, arcivescovo di Perugia e presidente della Conferenza episcopale italiana, a pochi giorni dalla sentenza:

“Da parte nostra affermiamo con forza che, anche nel caso di una grave malattia, va respinto il principio per il quale la richiesta di morire debba essere accolta per il solo motivo che proviene dalla libertà del soggetto. Ugualmente, va confutato il presupposto che quella di darsi la morte sia una scelta di autentica libertà, poiché la libertà non è un contenitore da riempire e assecondare con qualsiasi contenuto, quasi la determinazione a vivere o a morire avessero il medesimo valore.”

[...]

“Ecco allora la base sulla quale va negato che esista un diritto a darsi la morte: vivere è un dovere, anche per chi è malato e sofferente. Mi rendo conto che questo pensiero ad alcuni sembrerà incomprensibile o addirittura violento. Eppure, porta molta consolazione il riconoscere che la vita, più che un nostro possesso, è un dono che abbiamo ricevuto e dobbiamo condividere, senza buttarlo, perché restiamo debitori agli altri dell’amore che dobbiamo loro e di cui hanno bisogno.”

Giusto per aggiungere un ulteriore tocco d’infamia, il cardinale rievoca il caso di Noa, la ragazza olandese di 17 anni vittima da bambina di molestie prima e di una duplice violenza carnale poi che dopo un calvario interminabile fatto di depressione, anoressia, tentativi di suicidio, ricoveri ospedalieri, alimentazione forzata e trattamenti farmacologici di ogni tipo decise di lasciarsi morire rifiutando acqua e cibo:

“Se si andasse nella linea della depenalizzazione, il Parlamento si vedrebbe praticamente costretto a regolamentare il suicidio assistito. Avremmo allora una prevedibile moltiplicazione di casi simili a quello di Noa, la ragazza olandese che ha trovato nel medico un aiuto a morire, anziché un sostegno per risollevarsi dalla sua esistenza tormentata. Casi come questi sono purtroppo frequenti nei Paesi dove è legittima la pratica del suicidio assistito.”

Infine, già che c’è, l’arcivescovo approfitta dell’occasione per lanciare un epiteto sulle Disposizioni Anticipate di Trattamento, che in realtà nulla hanno a che vedere né con il suicidio assistito né con l’eutanasia ma si limitano a regolamentare il diritto di rifiutare la nutrizione e l’idratazione assistite. Anche qui, le sue parole non sono rivolte ai cattolici, ma al potere legislativo che legifera per tutti i cittadini, cattolici e non:

“In realtà, ben prima che sul reato di suicidio, i lavori parlamentari dovrebbero essere dedicati a una revisione delle Disposizioni Anticipate di Trattamento, approvate con la legge 219, del 5 dicembre 2017. Le disposizioni contenute in quel testo, infatti, rappresentano il punto di partenza di una legge favorevole al suicidio assistito e all’eutanasia. La legge 219 andrebbe, infatti, rivista laddove comprende la nutrizione e l’idratazione assistite nel novero dei trattamenti sanitari, che in quanto tali possono essere sospesi; così, andrebbero chiarite le circostanze che la legge stabilisce per la sedazione profonda e dovrebbe essere introdotta la possibilità di esercitare l’obiezione di coscienza alla norma.”

Se la Chiesa cattolica, come sarebbe lecito aspettarsi in un paese mediamente laico e civilizzato, si limitasse ad occuparsi delle anime dei suoi fedeli (sempre nella speranza che si tratti di persone adulte e consenzienti), potremmo perfino permetterci di ignorarla. Purtroppo, la natura totalitaria della sua dottrina si manifesta nelle prese di posizioni su tutti i temi fondamentali della nostra convivenza civile, dall’aborto ai matrimoni gay, dalle campagne per la prevenzione dell’HIV nelle scuole pubbliche al diritto di ciascun libero cittadino di morire in base alle proprie convinzioni etiche e filosofiche. Quello in atto è quindi a tutti gli effetti uno scontro di civiltà. E chi nega i diritti altrui, non merita alcun rispetto.