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“Biologico, usciamo dal conflitto”

Fabio Giuliani e il comitato trentino per il biodistretto. La lotta ai pesticidi, i contadini, l’Alto Adige: “Il cammino si fa assieme, non contro. E serve una scuola”.
Fabio Giuliani, biodistretto
Foto: Fabio Giuliani

La marcia verso un territorio libero dai pesticidi non è una guerra combattuta contro coloro che non si adeguano - per mille ragioni, a partire dai costi della riconversione per i contadini. Nessun conflitto, ma condivisione, perché il cammino rivolto ad un’agricoltura amica dell’ambiente si compie assieme, passo dopo passo, con tutte le forze sociali. “È una contaminazione”, ripete Fabio Giuliani, 64 anni, presidente del comitato che in Trentino ha avviato la raccolta firme a favore del referendum provinciale in materia. Oggetto del quesito, l’istituzione del distretto del biologico in tutta la provincia di Trento, estendendo i quattro esistenti a livello locale. Giuliani, che è ambientalista, esponente dei Verdi e sociologo di formazione, ci tiene a precisare che l’iniziativa è del tutto apolitica e trasversale e se avrà successo sarà un modello per tanti altri territori, a partire dall’Alto Adige. “La svolta prima di tutto è culturale e davvero non andiamo contro nessuno” dice il neopensionato, per 40 anni impiegato al catasto a Mezzolombardo. Servono però 8.000 firme, poi la palla passerà all’elettorato (con un quorum del 40%).

salto.bz: Giuliani, perché il biodistretto: da dove è nata l’iniziativa?​

Fabio Giuliani: È incominciato tutto tre anni fa. Intercettando i comitati no pesticidi e anche il disagio della popolazione. Poi effettuando degli studi sulla situazione del biologico in Italia, sui distretti bio in Italia. Mi sono informato su quale fosse il metodo per uscire da questa trappola, quella del conflitto. Per arrivare ad un’agricoltura il più possibile sostenibile senza nessuna guerra, senza contrasti fra popolazione e agricoltori.

Il percorso verso il biodistretto è cominciato tre anni fa. Mi sono informato su quale fosse il metodo per uscire da questa trappola, quella del conflitto. Per arrivare ad un’agricoltura sostenibile senza nessuna guerra tra popolazione e coltivatori

La riconversione è difficile, specie nelle produzioni intensive. Di contro, le popolazioni chiedono un ambiente salubre in cui vivere. Si possono conciliare le due esigenze?​

Sì. La condivisione è necessaria perché i coltivatori hanno un’azienda e devono fare i conti con il loro reddito, ma lo stesso devono fare gli abitanti con la propria salute e quella dei propri figli. Bisognava trovare una soluzione che andasse bene per tutti: incominciare percorso virtuoso che ci porterà in futuro verso una provincia più sostenibile di oggi. Anche se in Trentino sappiamo che c’è già un protocollo integrato che abbassa la tossicità. È stato fatto tanto, ma il distretto biologico è molto di più: conta l’interazione.

Lei è anche un attivista dei Verdi, che appoggiano direttamente il progetto. Quanto c’entra la politica con il biodistretto? 

La politica non c’entra nulla. Bisogna fare chiarezza. È vero, io sono membro dell’esecutivo provinciale dei Verdi e al congresso 2018 ci siamo impegnati, attraverso una mozione, per far partire questa iniziativa. Da qualche parte bisognava partire, altrimenti se mai si comincia mai si arriva. Tuttavia, una volta avviato il comitato non aveva e non ha più nessuna connotazione politica. Riassume parecchie sensibilità diverse, come pure della società civile, dai Gruppi di acquisto solidale e via dicendo, inclusi i contadini. Ma non è un luogo in cui si parla di politica e resta al di fuori di qualsiasi logica partitica. 

Il nostro obiettivo è il referendum provinciale che obbligherà, se avrà successo, la Provincia a istituire il biodistretto. Ma servono 8.000 firme e un quorum del 40%. Siamo già a 3.500

Qual è l’obiettivo istituzionale?

Il referendum propositivo a livello nazionale dall’articolo 5 Costituzione. A livello locale è stato recepito in Trentino Alto Adige e in altri regioni. È vincolante: se supera il quorum del 40% e il risultato è favorevole al progetto, la Provincia dovrà prenderne atto approvando una legge in materia.

Cos’è nel concreto il distretto biologico?​

Partiamo dal fatto che di per sè biologico non vuole dire niente. Ci sono svariati metodi in agricoltura. Dal metodo classico al biodinamico fino al biologico al biodinamico integrati. Ci sono svariate sfaccettature per andare verso l’assenza di tossicità nelle coltivazioni. Per diminuire sempre di più il carico di sostanze dannose fino a liberarcene, in modo progressivo. Riguardo al distretto, è una ripartenza su base biologica dell’agricoltura, che è l’inizio, non la panacea ma l’avvio di un percorso che durerà dieci anni. È un progetto inclusivo. Non si lascia fuori nessuno e nemmeno si impedisce a chi non aderisce di andare avanti come prima, finché ha la possibilità di inserirsi.

In questi anni non si è speso molto come insegnamento di metodo, sia a San Michele che a Laimburg. Bisogna puntare ad una vera e propria scuola che produca agricoltori biologici e insegni loro la via. La base di partenza è sempre culturale.

Per il bio, diceva lei stesso, si è già fatto molto.​

Sì, ma non basta. Bisogna stimolare di più la ricerca. In questi anni non si è speso molto come insegnamento di metodo, sia a San Michele che a Laimburg. Bisogna puntare ad una vera e propria scuola che produca agricoltori biologici e insegni loro la via. La base di partenza è sempre culturale. Poi occorre investire in ricerca e sostituire pesticidi invasivi. 

 

 

Evitare il conflitto è un elemento centrale, non è così?

Esatto. Non si può imporre una linea perché non ci sono strumenti legislativi e non produrrebbe nessun effetto. Ci si mette al tavolo e si vedono le criticità. Puntiamo ad avere con noi le rappresentanze di turismo, agricoltura, allevamento. Non è finita: parleremo anche con le amministrazioni pubbliche con le loro mense, l’economia circolare, quindi i Gas, e tutti quelli che vorranno partecipare.

È vero, sono un esponente dei Verdi, ma il comitato è apolitico e trasversale e lontano dai partiti. Ha un unico obiettivo, il biodistretto

Firme: a che punto siete?​

Ne servono in Trentino 8.000. Al momento ne abbiamo raccolte circa 3.500.

Puntiamo ad avere con noi le rappresentanze di turismo, agricoltura, allevamento. Non è finita: parleremo anche con le amministrazioni pubbliche con le loro mense, l’economia circolare, quindi i Gas, e tutti quelli che vorranno partecipare

Se il bio non è una novità, avete considerato la situazione di partenza sia in Trentino che nel vicino Alto Adige?​

Sì. In Trentino ci sono già quattro distretti biologici. Trento che è il Comune agricolo con 1.500 ettari, già 800 a biologico. Poi Vanoi, Val di Gresta e Valle dei Laghi. Siccome la forma si stava sviluppando a macchia leopardo sul territorio, abbiamo pensato in questo modo di estenderla a tutta la provincia. In Alto Adige invece esiste una forma diversa che è Bioland, l’unione di tutti quelli che fanno biologico, di tutti i settori economici. La differenza per il biodistretto è che noi mettiamo tutto in sinergia, è un territorio che si muove, al di là della politica. E se avrà successo l’iniziativa potrà essere un modello.

Anche per la provincia di Bolzano?

Ovviamente. Se l’Alto Adige decidesse di dotarsi dell’istituzione distretto, una volta partiti noi, avrebbe la strada spianata. Noi abbiamo speso tre mesi per sottoporre il quesito corretto alla commissione, un anno di lavoro per imbastirlo. Si tratta di un precedente unico in Italia e in Europa, non è mai stato fatto un referendum per far nascere il biodistretto.

Se l’Alto Adige decidesse di dotarsi dell’istituzione distretto, una volta partiti noi, avrebbe la strada spianata. A Merano abbiamo parlato del progetto in una serata con i cittadini: l’interesse è stato notevole

Siete andati a parlarne anche a Merano. Com’è andata?

La serata è andata benissimo. Era organizzata dai Gas. Ci sono stati commenti favorevoli, i presenti hanno capito bene e alcuni hanno fatto domande molto interessanti. Come funziona, come si struttura, quali sono le criticità. Abbiamo evidenziato che il progetto è fattibile: un’interazione virtuosa tra i soggetti che fa capo al biodistretto, che si potrà costituire come ente.

Il coinvolgimento ampio è possibile?

Io sono laureato in sociologia e penso che il distretto sia questione più di marketing che di agronomia. Una svolta culturale. Per questo è centrale il rapporto con i contadini. Stiamo incontrando tutte le associazioni agricole presentando l’iniziativa. Che è inclusiva, non si costringe nessuno. È un processo culturale di cambiamento, che coinvolgerà sempre più attori. Una contaminazione sociale. 

Esiste la preoccupazione del contadino di trovarsi con le spalle al muro. Ma questo è un punto di partenza. Il giorno dopo l’istituzione del distretto troverà un altro modello di sviluppo che lo porterà in un’altra direzione, positiva per tutti

Gli agricoltori cosa dicono nei vostri incontri?​

Ogni azienda agricola ha criticità diverse, legate al territorio. Capita che diversi dicano: noi non possiamo partire. È vero, esiste la preoccupazione del contadino di trovarsi con le spalle al muro. Ma questo è un punto di partenza. Il giorno dopo l’istituzione del distretto troverà un altro modello di sviluppo che lo porterà in un’altra direzione. Un modo di vivere diverso, una cultura diversa che più si diffonde più è apprezzata. In Italia ci sono 44 distretti locali, ma questa vuole essere una sinergia territoriale.

La risposta finora è soddisfacente? ​

Stiamo raccogliendo soddisfazione e consensi tra gli insegnati, gli operatori economici, i negozianti. Per la raccolta firme ci aiuta ad esempio la rete di Natura Sì. Si sta mobilitando la società civile. Con le istituzioni invece sarà il prossimo passo. Ancora non abbiamo avuto contatti con la Provincia, ma lo faremo.

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Stephan Rossi Sun, 02/02/2020 - 17:19

Il problema fondamentale è di natura economica. I consumatori, non sono disposti ad aquistare una quantità sufficiente di frutta biologica a un prezzo equo, ma preferiscono comprare frutta a basso prezzo. Se tutti agricoltori altoatesini ora coltivassero le loro terre in modo "biologico", il prezzo della frutta biologica cadrebbe molto rapidamente, data la quantità eccessiva. Le famiglie contadine, che già affrontano varie difficoltà economiche, burocratiche e climatiche, perderebbero quindi una buona parte del loro reddito familiare.

Prima di chiedere agli agricoltori di cambiare il loro metodo di produzione, sono i consumatori a dover cambiare il loro comportamento.

Sun, 02/02/2020 - 17:19 Permalink
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roberto paiarola Sun, 02/02/2020 - 20:34

In reply to by Stephan Rossi

E' importante che i coltivatori, abbiano la possibilità di passare al biologico con l'aiuto economico della collettività (leggi : Provincia). Perchè un territorio sano è un bene per tutti, anche per l'immagine turistica, e non è giusto che a pagare siano solo i contadini.

Sun, 02/02/2020 - 20:34 Permalink
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Günther Mayr Mon, 02/03/2020 - 15:26

Solange nicht die effektiven! Leistungen zum Erhalt der Biodiversität (unabhängig von Label bzw. zert. Anbauweise) anerkannt und quantifiziert werden,
solange nicht der (notwendige!) Pflanzenschutz (unabhängig von Label bzw. zert. Anbauweise) anerkannt wird - heisst es weiterträumen und weiter mit schwarz/weiss! Kein Mensch hat was von der reinen Siegel-Gläubigkeit, am wenigsten die Natur&Umwelt: Das bio-Buisnessmodel läuft heiß und begräbt zum Schluß auch die, die guten Willens sind.
(Greenpeace Schwarze Liste 2016 - zugelassen im biol. Landbau: Kupfer, Parafinöl, Pyretrin, Spinosin. Quelle: Lucius Tamm, FIBL - Schweiz)

Mon, 02/03/2020 - 15:26 Permalink