Ambiente | NOWA FÜR SOS FUTURE

Ecco l'agricoltura del futuro

È possibile ottenere ciò di cui abbiamo bisogno praticando un'agricoltura basata su processi che rispettino sia gli esseri umani, che gli animali, che il pianeta?
Avvertenza: Questo contributo rispecchia l’opinione personale del partner e non necessariamente quella della redazione di SALTO.
Terra
Foto: Eddie Kopp

Nelle città è divenuta nel tempo quasi invisibile, ma nelle campagne e in montagna scandisce ancora i ritmi dell’anno e permea le abitudini delle comunità. All’agricoltura sono strettamente legati moltissimi aspetti della nostra vita, in particolare in Alto Adige, dove oltre a collegare con un filo rosso ambiente, salute ed economia, è alla base di molti sistemi sociali e culturali. Tuttavia, i metodi dell’agricoltura e dell’allevamento moderni possono rappresentare una minaccia per l'ambiente e la salute perché impoveriscono il suolo, inquinano le falde acquifere, riducono la biodiversità e contribuiscono significativamente al rilascio di gas serra nell'atmosfera. L'obiettivo dell'industrializzazione del settore è sempre stato quello di fornire grandi quantità di prodotti a prezzi molto più economici, attraenti per i consumatori e per l’industria della trasformazione alimentare. Ma oggi il gioco vale davvero la candela?

Allo scopo di sviluppare un concetto per il futuro del settore agricolo in Alto Adige con la partecipazione e il contributo di tutti gli interessati, la Provincia ha organizzato una serie di conferenze online dal titolo Agricoltura 2030 per TUTTI, durante le quali le cittadine e i cittadini altoatesini si sono potuti confrontare con l'assessore provinciale all’agricoltura Arnold Schuler, con i docenti e con gli esperti del settore. I partecipanti hanno posto tante domande e hanno aperto moltissimi spunti di riflessione, dimostrando quanto l’argomento sia sentito e quanto l’attenzione a un giusto bilanciamento di tutti i fattori in gioco sia alta.

È dunque possibile ottenere ciò di cui abbiamo bisogno praticando un'agricoltura basata su processi che rispettino sia gli esseri umani, che gli animali, che il pianeta? Lo abbiamo chiesto ad alcuni partner della Rete dell'Alto Adige per la Sostenibilità.

Andreas Riedl, Direttore del Dachverband für Natur- und Umweltschutz spiega “L’uomo tende sempre a voler semplificare le cose, ma la natura non è semplice. La natura è un organismo molto complesso e vive di questa complessità. Più è complesso, più è stabile. L’uomo toglie tutto quanto per mettere le mele, o il mais, o gli abeti. Questa semplificazione estrema ha portato grandi problemi; un sistema che si regge solo su poche specie è molto instabile. A livello globale più della metà della produzione alimentare si basa su 9 piante, mentre potremmo utilizzare più di 300.000 piante e varietà locali che sono state coltivate o utilizzate in passato. Per tenere in piedi questo sistema semplificato e poco resiliente, dobbiamo investire sempre più lavoro e anche in Alto Adige siamo costretti a più interventi, più fertilizzanti, più pesticidi.”

Recuperare la complessità


Il concetto di agricoltura sostenibile abbraccia di nuovo quella complessità di cui volevamo sbarazzarci, ma che si rivela invece esserci utile e necessaria. Non si tratta solo di rinunciare a erbicidi e pesticidi sulle colture, ma di adottare un approccio rinnovato che coinvolge molti aspetti diversi.

Il primo aspetto è quello ambientale, che prevede un’agricoltura rispettosa delle risorse naturali come l’acqua, la fertilità del suolo e la biodiversità. Il secondo aspetto è quello legato alla salute dell’uomo e degli animali, che determina la necessità di bandire le sostanze nocive.  

Un aspetto che non può mancare è senz’altro quello economico, che prevede una retribuzione adeguata per il lavoro del produttore e contribuisca al miglioramento della qualità della vita dell'intera società. Antonia Egger Mair, Presidente dell’Organizzazione delle Donne Coltivatrici Sudtirolesi dice: “Io credo che lasciare la mia azienda agricola alle generazioni future dopo averla migliorata faccia parte del concetto di sostenibilità. Come contadini dobbiamo investire nelle nostre aziende agricole, dobbiamo curare la terra perché rimanga fertile e dobbiamo fare in modo che tutto questo sia anche economicamente sostenibile. Un agire sostenibile significa trovare il giusto equilibrio per lasciare quello che abbiamo in buone condizioni, cosicché anche le generazioni future possano approfittarne. Qui in Alto Adige poi siamo quasi tutti piccoli coltivatori, coltiviamo superfici poco estese e per questo la nostra attività è molto diversa da quella dell’agricoltura industriale.”

Quello che io osservo e ogni giorno ancora mi sorprende è il grande sapere che c’è dietro all’attività agricola, soprattutto all’agricoltura ecologica, che è un sistema molto complesso e richiede che si tengano in considerazione moltissimi elementi diversi.


C’è infine un aspetto sociale dell’agricoltura sostenibile, inteso come la capacità della produzione agroalimentare di rispondere alla domanda globale, non solo dei paesi industrializzati, ma anche di quelli in via di sviluppo, rispettando tutti gli altri criteri e contribuendo positivamente alla collettività, anche in termini di inclusività e integrazione, fino ad arrivare a nuovi concetti, fattorie che prevedono percorsi terapeutici e reintegrativi. Martina Hellrigl, fondatrice di Vinterra, spiega: “Io non sono un’esperta di agricoltura, ci sono arrivata da altri settori, ma posso raccontare la nostra esperienza, quella di un’azienda che nei suoi diversi aspetti è a tutti gli effetti sostenibile. Accanto all’attività agricola, con la quale abbiamo cominciato, ma che è solo una parte del nostro progetto, ha molto spazio l’aspetto sociale. Prestiamo molta attenzione a che le condizioni di lavoro siano buone, perché riteniamo che nel concetto di sostenibilità non rientri solo la cura del terreno, ma anche quella delle persone che ci lavorano. Quello che io osservo e ogni giorno ancora mi sorprende è il grande sapere che c’è dietro all’attività agricola, soprattutto all’agricoltura ecologica, che è un sistema molto complesso e richiede che si tengano in considerazione moltissimi elementi diversi. Alcuni ereditano questo sapere, ma chi arriva all’agricoltura da altre strade si costruisce da solo, pezzo dopo pezzo, il suo sapere ed è bello vedere come questo venga rinfrescato e modernizzato.”

Così come il concetto di agricoltura sostenibile è un complesso fatto di tanti elementi, anche “La Via di Malles è un mosaico fatto di tante componenti” dice Johannes Fragner-Unterpertinger, portavoce de La Via di Malles, che spiega “Il nostro è un progetto che riguarda la salute, è un progetto economico, è un progetto sociale, è anche un progetto che riguarda l’etica e l’ecologia. È molto ma molto più di una semplice battaglia contro i pesticidi, anche se quest’ultima è un punto importante di quel grande mosaico. A me piace riportare le parole che Vandana Shiva, premio nobel alternativo (ndr. il Right Livelihood Award),  pronunciò nell’aprile 2019 quando venne a Malles, riferendosi ai giovani dei FridayForFuture: “Ragazzi, voi avete ragione. Ricordatevi, la miglior protezione del clima è la conservazione della biodiversità e questo è possibile solo attraverso un’agricoltura ecologica, senza pesticidi”. Continua Johannes Fragner-Unterpertinger: “Ormai lo dimostrano milioni di persone. L’esempio più eclatante al mondo è il piccolo Stato indiano del Andhra Pradesh: 50 milioni di abitanti, accompagnati da Vandana Shiva, dimostrano giorno dopo giorno che attraverso l’agricoltura ecologica non solo si può nutrire tutta la popolazione, si può proteggere il pianeta e la salute delle persone, ma si può anche produrre in esubero”.

Territorialità e creatività


A proposito del tema dell’adeguamento della produzione al fabbisogno della popolazione, riportiamo le parole di Andreas Riedl: “In Alto Adige abbiamo una forte specializzazione in pochi prodotti: produciamo prevalentemente mele, vino e latte, in elevate quantità. Non serve a niente produrre grandi quantità di pochi prodotti per poi venderli in altre Regioni o all’estero. Noi non abbiamo un problema di scarsa produzione rispetto al fabbisogno, noi abbiamo un problema di distribuzione. La produzione globale annuale al giorni d’oggi potrebbe sfamare ca. 12 miliardi di persone, ma un terzo di ciò che produciamo viene perso: lo buttiamo via oppure non raggiunge il consumatore perché non può essere stoccato. Non può essere il nostro primo obiettivo quello di rispondere al fabbisogno della popolazione mondiale con mele, vino e latte. Secondo me la priorità deve tornare a essere quella di produrre per il mercato locale e aumentare la varietà.”

Basta che i contadini, che conoscono la loro realtà, possano essere di nuovo liberi di poter fare quello che pensano che funzioni nel loro territorio, liberi di ascoltare e rispondere alla richiesta in loco. Liberi di ritornare a essere creativi.

Il modello attuale ha un focus eccessivamente globale dell’economia e dell’agricoltura, il che dipende dal fatto che le maggiori industrie e le multinazionali hanno bisogno di espandere costantemente i loro mercati per sopravvivere. Questo approccio tiene poco conto delle peculiarità locali e regionali, negando e spesso annullando le specificità di un territorio e della popolazione che lo abita. L’agricoltura intensiva e le esportazioni inique possono distruggere il tessuto sociale locale perché rovinano l’attività dei piccoli coltivatori.

Qual’è la soluzione? Dice Andreas Riedl: “Non credo che dobbiamo cambiare tutto il settore agricolo. Secondo me basta che i contadini, che conoscono la loro realtà, ecco, quelli che lo desiderano, possano essere di nuovo liberi di poter fare quello che pensano che funzioni nel loro territorio, liberi di ascoltare e rispondere alla richiesta in loco. Beh, è difficile se sono soci di una cooperativa che vieta loro di vendere un litro di latte al giorno al vicino. Così impediscono loro di ritornare ad essere creativi, di ricominciare a produrre le materie prime utili a chi gli vive intorno.”

Anche i coltivatori parlano di un sempre più necessario riavvicinamento tra la gente e l’agricoltura. Antonia Egger Mair: “Io stessa sono una contadina e coltivo gli ortaggi che poi vendo direttamente al mercato dei contadini. Per me è importante il dialogo con i miei clienti, potergli raccontare perché oggi non ho l’insalata e invece ho una pastinaca o una radice di prezzemolo. E se i clienti non conoscono questi ortaggi posso tagliarne un pezzetto, farglieli provare e sapere da loro se piace oppure no. Questo contatto diretto è importante; da qui nasce il consumo consapevole. Credo che sia fondamentale per la salute concedersi il piacere di gustare davvero il cibo, sapendo da dove proviene e chi l’ha coltivato.”

È anche importante avere un legame con chi produce il cibo che si mangia e capire che tipo di lavoro ci sia dietro perché sia compreso il valore del prodotto.

Restituire agli agricoltori la possibilità di osservare il proprio territorio, di essere creativi e reagire alla domanda locale, sembra un’ottima idea. Per fare questo abbiamo bisogno di promuovere un consumo informato e consapevole perché all’inizio e alla fine del cerchio c’è sempre lui. Decisamente meglio comprare direttamente dai produttori ogni qualvolta se ne abbia la possibilità: nei masi, nei mercati contadini o attraversi i gruppi d’acquisto. In questo modo chi compra potrà pagare il produttore che riceverà un giusto compenso per il suo attento lavoro.

Per Antonia Egger Mair è importante ridare al prodotto locale il valore che merita: “Io penso che ci siamo evoluti e adattati al nostro territorio, in modo tale che il miglior nutrimento per noi è rappresentato da ciò che cresce nel luogo in cui siamo. Credo che la località sia uno dei criteri più importanti quando parliamo di agricoltura sostenibile. Un frutto tropicale che viaggia per chilometri, anche se coltivato con metodi biologici, non può essere sostenibile quanto un prodotto locale, non può fare bene né all’ambiente né a noi. Ed è anche importante avere un legame con chi produce il cibo che si mangia e capire che tipo di lavoro ci sia dietro perché sia compreso il valore del prodotto.”

Dal consumo al prosumo


Comprare locale è dunque il primo e importante passo che possiamo fare tutti per promuovere un’agricoltura più sostenibile. Sostenere la produzione ecologica e dare il giusto valore al cibo e a chi lo ha coltivato è il secondo passo. Sempre Antonia Egger Mair racconta: “Negli ultimi anni ci siamo abituati a spendere sempre meno per i prodotti che mangiamo, a trovarli nel supermercato a prezzi stracciati. Ma quei prodotti non sono necessariamente salutari per noi, per il terreno su cui vengono coltivati e per le persone che ci lavorano. A volte non si bada a spese per comprare un’auto nuova, il cellulare di ultima generazione o il televisore più grande. Perché risparmiare proprio sulla qualità del cibo? Per fortuna i giovani stanno cambiando il loro modo di comprare, è vero. Così anche i giovani contadini sono curiosi e appassionati, li vediamo approcciarsi all’agricoltura con più creatività, sia nella produzione che nella vendita.”

Un presupposto molto importante per fare in modo che si realizzi un’agricoltura sempre più ecologica, ma in senso più ampio un sistema sempre più ecologico, è quello di partecipare. Il vantaggio di cooperative come BGO o Vinterra è proprio quello di poterne diventare soci, perché si può in qualche modo farne parte.


Anche Andreas Riedl parla di sostegno ai piccoli coltivatori attraverso un consumo più consapevole e parla anche di una necessaria trasformazoione dei consumatori in prosumatori, vale a dire in consumatori che partecipano alla produzione: “Dobbiamo secondo me sostenere gli agricoltori in questo passaggio, in questa voglia di trasformazione. L’agricoltura solidale (ndr. oppure agricoltura civica, community-supperted agricolture in inglese, SoLaWi in tedesco), ad esempio, può essere un concetto molto vincente. Come lo è stato per Alexander Agethle, che voleva acquisire il caseificio in disuso accanto alla sua azienda. Per far fronte all’alto costo di acquisto e di ristrutturazione inventa i buoni d’acquisto per la vendita anticipata del formaggio che avrebbe potuto produrre una volta risanata e messa in funzione la struttura. Le persone gli pagano in anticipo il denaro necessario alla realizzazione del suo progetto di caseificazione ecologica e lui restituisce le somme sotto forma di formaggio.”

Partecipare è il terzo passo che possiamo fare perchè avvenga un cambio di rotta. Martina Hellrigl: “Un presupposto molto importante per fare in modo che si realizzi un’agricoltura sempre più ecologica, ma in senso più ampio un sistema sempre più ecologico, è quello di partecipare. Il vantaggio di cooperative come BGO o Vinterra è proprio quello di poterne diventare soci. È un modello molto attuale, perché in passato la gente si è sempre più allontanata dall’agricoltura e ora c’è un rinnovato desiderio di conoscere, di avvicinarsi di nuovo. La possibilità che una cooperativa dà è quindi quella di poter supportare quello che si ritiene giusto e contribuire realmente: significa riconquistare davvero il legame con la terra e con il lavoro che stanno dietro al prodotto che poi viene comprato, perché si può in qualche modo farne parte.”

L’origine del cambiamento


Armin Bernhard, Presidente della Cooperativa di Comunità dell’Alta Val Venosta (BGO) spiega: “Ci sono diversi livelli da considerare per cui una totale conversione all’agricoltura ecologica risulta ancora laboriosa. La prima è legata al luogo di produzione. Non tutta l’agricoltura biologica è uguale. Ci sono luoghi in cui i coltivatori trattano le piante con prodotti biologici, ma la produzione è altrettanto intensiva e l’impatto sulla biodiversità, quindi sull’ambiente, è in parte paragonabile a quello dell’agricoltura industriale. Qui è più facile passare dall’agricoltura convenzionale a quella biologica perché la vendita è organizzata dalle grandi cooperative.

Comunque chi vuole davvero cambiare lo fa, non ci sono ostacoli che tengano.

Un’altro aspetto importante è quello legato alle sovvenzioni. L’agricoltura convenzionale riceve la maggior parte delle sovvenzioni europee e non deve pagare gli effetti negativi che ha sull’ambiente e sulla salute di cui è responsabile, mentre la produzione biologica riceve molte meno sovvenzioni europee e non causa impatti negativi.
 
Un terzo aspetto essenziale è che un coltivatore convenzionale di solito è inserito in una rete sociale legata all’agricoltura convenzionale. Questo determina un impedimento di tipo sociale al passaggio a un’agricoltura ecologica, dovuto alla cristallizzazione di abitudini radicate in un determinato gruppo di persone. Se un coltivatore di un contesto del genere volesse cambiare, provocherebbe una scossa all’interno del suo cerchio di conoscenze e rischierebbe l’esclusione dalla sua rete sociale, soprattutto se fosse il primo. Invece dove si creasse una soglia critica, ad esempio più coltivatori che si muovono contemporaneamente, lì si avrebbe un effetto domino, lì si potrebbe cambiare molto velocemente.

Comunque chi vuole davvero cambiare lo fa, non ci sono ostacoli che tengano. Alla fine sono solo motivi economici quelli che portano avanti l’agricoltura intensiva. E a questo punto dovremmo essere sinceri e dircelo in faccia: nella società moderna ci lasciamo trainare solo dagli interessi economici. Così potremmo finalmente riuscire a superare tutto questo, perché riconosceremmo che non ci sono altri motivi per portare avanti questo tipo di agricoltura: non nutre la gente, perché per la maggior parte serve a nutrire il bestiame e produrre energia. Il 75% della popolazione mondiale è invece nutrita dai piccoli coltivatori.”

Le discussioni che la sera vengono fatte nei masi tra i contadini e le loro mogli, ecco quelle sono le discussioni veramente importanti, quelle da cui nasce veramente la voglia di provare, la voglia di fare e la voglia di cambiare.

I cambiamenti avvengono quando aumenta il numero di persone che vogliono parteciparvi, quando ognuno fa la sua parte, ma possono avere origine anche in una dimensione molto piccola e molto intima. È Andreas Riedl a mostrarci l’aspetto più intimo e gentile che sta all’origine del cambiamento: “Spesso vedo che il primo passo verso un cambiamento viene dalle donne contadine, mogli e madri, preoccupate per il destino dei figli. Conosco molti esempi di contadini che dicono “abbiamo fatto sempre in questo modo, mio padre faceva in questo modo, mio nonno faceva in questo modo”, però le discussioni che la sera vengono fatte nei masi tra i contadini e le loro mogli, ecco quelle sono le discussioni veramente importanti, quelle da cui nasce veramente la voglia di provare, la voglia di fare e la voglia di cambiare.

Un contributo di Sara Anfos, NOWA // seeding positive transformation per La Rete della Sostenibilità dell’Alto Adige

Questo Blog è sostenuto dalla Provincia Autonoma di Bolzano e dal Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali.