Lidia Menapace
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Ricordo

Lidia

La sovversiva
Colonna di
Ritratto di Maurizio Ferrandi
Maurizio Ferrandi08.12.2020
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Un paio d’anni fa Lidia Menapace mi chiese di partecipare, assieme ad altri, all’incontro nel quale avrebbe presentato un suo libro di memorie. La ragione di quell’invito era contenuta nel libretto stesso: un articolo che, assieme ad altri, avevo scritto per Salto rievocando i fasti del 68 bolzanino. Avevo raccontato della decisione che Lidia prese, nell’estate di quell’anno, di abbandonare la Democrazia Cristiana, il suo incarico politico di assessore regionale, per incamminarsi su una strada che l’avrebbe portata, di lì a qualche anno, a divenire una delle figure centrali della sinistra extraparlamentare e del femminismo in Italia. Accanto a quella rievocazione, fatta tra l’altro attingendo a piene mani dal documento di addio che Menapace inviò al suo ormai ex partito, di cui conservo gelosamente una copia autografa e che costituisce a mio parere una delle testimonianze più limpide e importanti del passato politico della nostra terra, Lidia volle pubblicare anche una foto che avevo recuperato, sempre per quelle cronache del 68, dal mensile die Brücke e nella quale lei compare assieme ad Alexander Langer, tutti e due alle prese con alcuni questurini, in occasione di una manifestazione antimilitarista tenuta a Bolzano contro le cerimonie del 4 novembre.

L’incontro, nella sala di rappresentanza del Comune, resta, nel mio ricordo, come una delle serate più belle alle quali abbia mai partecipato. Dopo aver ragionato con lei di quegli anni lontani, delle sue scelte, del suo percorso politico, le feci una domanda, che mi sembrava a dir poco doverosa, sul suo femminismo e sulla situazione della donna allora e oggi in Italia.

Quando Lidia iniziò a rispondere, devo confessare, non senza provarne ancor oggi un filo di vergogna, che per un attimo pensai non avesse afferrato il senso della domanda.

Invece che parlare delle disuguaglianze di genere, iniziò infatti a raccontare dei suoi anni giovanili. Raccontò di quando faceva la staffetta, tra mille pericoli, per portare messaggi e viveri ai partigiani del suo Piemonte. Aveva intessuto allora un profondo rapporto affettivo con un uomo, disse, e, quando la guerra fu passata, si pose per la coppia il problema di dare una dimensione più concreta a quell’intesa. Lei mise subito in chiaro che voleva mettere a frutto gli studi che aveva compiuto. Lui, che forse l’amava ma che non aveva capito evidentemente chi aveva di fronte, le propose invece di rimanersene a casa a fare la casalinga facendo dei suoi interessi culturali e politici al massimo un passatempo da salotto. Lo spasimante fu liquidato in men che non si dica e Lidia aprì le vele e salpò per una navigazione esistenziale che sarebbe stata lunga e non di rado tempestosa.

Lidia Menapace

Se penso ad un aggettivo che ne racchiuda tutto il percorso umano e politico, l’unico che mi viene in mente è sovversiva. Non inganni la memoria facendoci balenare in mente la silhouette del barbuto e incappucciato che muove l’assalto del potere con una bomba già accesa in mano. Lidia Menapace è stata una sovversiva nel senso più puro e letterale del termine, ovverossia come una persona che, attraverso un travaglio interiore lungo e complesso, è arrivata alla conclusione che per garantire a tutti i diritti fondamentali, la dignità, il rispetto di sé stessi, occorresse sovvertire dal profondo i rapporti che regolano la vita economica e sociale della nostra civiltà. Solo che poi Lidia fece un ulteriore passo in avanti, un passo che molti rivoluzionari di sesso maschile si mostrarono e si mostrano assai riluttanti a fare. Applicò questo principio anche ai rapporti interpersonali all’interno della famiglia e della società. Il suo femminismo è stata un’ininterrotta rivendicazione del diritto della donna a non essere considerata un essere inferiore.

A questi fondamentali principi, elaborati scardinando non senza sofferenza, molto di ciò in cui aveva creduto come cattolica impegnata in politica, come esponente di spicco di un partito che di una certa visione del mondo e della società si presentava come l’arcigno custode, Lidia Menapace è rimasta assolutamente fedele, senza cedimenti, sino all’ultimo. Gettò alle ortiche, allora, una carriera politica in limpida ascesa. I vertici nazionali della DC le avevano affidato il compito di dirigere come commissario la svolta del partito che in Alto Adige doveva lasciarsi alle spalle una linea troppo nazionalista per aprirsi verso la difficile intesa che avrebbe portato la seconda autonomia. Se non avesse abbandonato sarebbe verosimilmente potuta diventare un esponente nazionale di spicco della parte più progressista della Democrazia Cristiana. Un’altra Tina Anselmi, tanto per capirci. Lei, però, non poteva e non voleva più. Aveva già fatto la sua scelta quando, nella primavera di quell’anno, di fronte alla contestazione degli studenti bolzanini nei confronti del Ministro dell’istruzione Luigi Gui, venuto a inaugurare la campagna elettorale dello Scudo Crociato, scelse, dando scandalo, di sedersi fuori dalla sala con gli studenti anziché all’interno con i compagni di partito.

Un filo d’Arianna, quello della coerenza limpida con le proprie idee, che Lidia Menapace ha seguito senza mai distaccarsene nel corso di questi decenni. Lo testimonia un episodio del tutto marginale nel suo percorso politico, ma che oggi, nel momento del ricordo, qualcuno recupera per offenderne la memoria. Era candidata, come senatrice eletta, a presiedere la commissione difesa del Senato. Alla domanda maliziosa di un giornalista rispose tranquilla quel che pensava, di male, di un mito nazionale come la pattuglia acrobatica delle frecce tricolori. E ancora una volta fu scandalo, ma lei si spiegò dicendo che le evoluzioni aeree potevano essere bellissime ma che a lei ricordavano anche che quegli aerei erano pensati per offendere e per distruggere. Anche le piramidi, aggiunse, erano un’opera stupefacente, ma guardandole lei vedeva anche la fatica, il dolore, la morte che erano costati quei simboli colossali del potere.

Ecco, questa era ed è rimasta fino all’ultimo Lidia, la sovversiva.

Ho incontrato per l’ultima volta Lidia Menapace il giorno delle elezioni per il consiglio comunale, nel settembre scorso. Stava tornando dall’aver votato ed io le dissi che non avevo dubbi sul come avesse votato. Non rispose. Sorrise. Rivedo ancora oggi nella memoria la luce che aveva negli occhi. Una luminosità gentile e ferma al tempo stesso. La stessa di quando portava i messaggi ai partigiani, lasciava sui due piedi un innamorato oppressivo, avviava la DC altoatesina sulla strada del pacchetto, ingaggiava una battaglia per i diritti degli ultimi e delle donne, anche delle donne degli ultimi. Lidia Menapace. Una sovversiva. Sempre.

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Ritratto di Max Benedikter
Max Benedikter 8 Dicembre, 2020 - 21:11

Ohhh, che bello!
Tutto vero, ma Lidia me la ricordo anche come una marxista convinta, anche un po' ideologica. Una delle ultime generazioni, che hanno fatto la scuola nei quadri del partito comunista. Credo che appartenga appunto ad un altra generazione, con cui uno come me può fare battaglie nobili, ma non può governare assieme a lei/loro.
E comunque va detto, GRAZIE LIDIA!

Ritratto di Karl Trojer
Karl Trojer 10 Dicembre, 2020 - 10:37

Ehre, wem Ehre gebührt !

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