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La scuola specchio della società

PISA 2018, gli studenti stranieri non c'entrano e contestare la validità dell'indagine è cinico. I risultati deludenti delle scuole in lingua italiana hanno altre cause.
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Lucio Giudiceandrea04.01.2020
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Escono i risultati dell'indagine PISA-OCSE 2018 e la pagella per la scuola in lingua italiana in provincia di Bolzano è deludente. Nelle tre materie prese in esame (lettura, scienze, matematica) i quindicenni che la frequentano si piazzano decisamente peggio dei loro coetanei delle scuole in lingua tedesca e ladina. Nessuna sorpresa: da quando si conoscono i dati PISA la situazione è sempre questa.

Una novità però c'è: ora la consulta degli studenti chiede ai responsabili politici di affrontare il problema (anziché occuparsi dei presepi nelle scuole). Bene, perché finora s'è preferito negarlo, o per lo meno sminuirlo. E così si torna a citare - dato reale - la maggiore presenza di studenti stranieri nella scuola di lingua italiana. Stesso argomento tirato in ballo 15 anni fa (in presenza di analoghi risultati) per fare intendere: sono gli stranieri ad abbassare la media, i nostri ragazzi sono bravi come gli altri... Davvero? Allora perché sfigurano anche al confronto coi loro coetanei trentini e delle scuole del nord-est, dove la presenza di stranieri ha percentuali paragonabili, se non maggiori? In realtà i risultati della scuola italiana in Alto Adige/Südirol sono in linea con la media nazionale (anzi: di poco inferiori), a sua volta sotto la media dei 79 paesi partecipanti all'indagine.

Seconda scappatoia: negare la validità dell'indagine. Da parte di singoli insegnanti si sentono ragionamenti sintetizzabili così: i test proposti agli studenti derivano da un modello di scuola basato sull'alternanza lezione-verifica, mentre la nostra scuola privilegia la comprensione d'insieme che matura in tempi più lunghi.

C'è da scriverne pagine e pagine, ma la sostanza è questa: gli italiani dell'Alto Adige/Südtirol sono e si sentono deboli.

Sarà, però l'OCSE è un'organizzazione seria. Al Programme for International Student Assessment partecipano 80 paesi, che hanno incaricato i loro esperti di verificarne e discuterne i criteri. Ammettiamo pure che il metodo sia arbitrario, che il sistema di valutazione dimostri solo ciò che vuole dimostrare chi lo ha congegnato, che la vera preparazione non c'entra con le risposte esatte ai quiz. Ammettiamo che non esiste valutazione affidabile. Anche se così fosse, le competenze sfuggite all'indagine PISA (e a tutte le altre possibili indagini) dovrebbero pur trovare il modo e l'occasione, prima o poi, di emergere e dar prova di sé. Altrimenti che competenze sono? Invece gli studenti italiani danno risultati modesti a scuola e risultano poco preparati anche alla vita lavorativa (tanto è vero che i titoli di studio sono svalutati e che la vera qualificazione la si acquista sul posto di lavoro).

Il problema è drammatico. La scuola licenzia giovani impreparati alla vita. Non è un buon avviamento che diamo loro se dopo nove anni di frequenza delle aule hanno difficoltà a comprendere un testo, maneggiare concetti scientifici di base, eseguire un calcolo (e parlare almeno una lingua straniera – o magari seconda). Le cause della grave insufficienza della scuola nazionale sono state discusse molte volte e in buona parte valgono anche per la scuola in lingua italiana in provincia di Bolzano. Ce ne sono però di autoctone.

Una, a mio parere, sta nell'ossessione del tedesco di cui è preda la scuola in lingua italiana. Da oltre due decenni sentiamo parlare di sperimentazioni, progetti, scambi, percorsi, apprendimenti precoci (nonché ludici) e quant'altro, tutti incentrati sulla seconda lingua. Lo stesso Intendente Vincenzo Gullotta ha ricordato che in alcuni istituti si è arrivati a nove ore di tedesco settimanali: evidentemente riducendo il tempo di altre materie. Sembra che molte famiglie mandino i figli a scuola solo per imparare il tedesco, mentre a scuola si studiano anche lettere, storia, geografia, matematica, scienze e altro. Che poi anche in tedesco i risultati raggiunti siano inferiori alle aspettative e a quanto proclamato è altra questione. Quindi non complichiamo.

Il problema è drammatico. La scuola licenzia giovani impreparati alla vita

Tra l'altro, c'è da chiedersi in linea generale se insegnare in un contesto dove più comunità sono in contatto (e in contrasto) non richieda una preparazione specifica. Un conto è la matematica, d'accordo, per la quale non servono particolari riguardi territoriali. Ma come la mettiamo con la storia, la geografia, con le stesse “lettere”? La formazione degli insegnanti tiene conto di ciò? Esistono, oltre al manuale di “storia condivisa”, offerte adeguate alla situazione locale?

La causa principale dell'insufficienza della scuola in lingua italiana però a me sembra un'altra. Sta nella debolezza complessiva del gruppo altoatesino. C'è da scriverne pagine e pagine, ma la sostanza è questa: gli italiani dell'Alto Adige/Südtirol sono e si sentono deboli. Coloro che pensavano di portare qui la civiltà hanno perso la loro battaglia; e coloro che pensavano di poter partecipare alla costruzione di un modello di convivenza non avevano il consenso per farlo. Non c'è identificazione con questo territorio, non c'è stima né voglia di partecipare al suo presente – anche perché dal versante sudtirolese c'è molta autosufficienza. I risultati scolastici sono lo specchio di tutto ciò.

Mi è capitato di parlare dei risultati del test PISA con una persona che ha passato l'intera vita lavorativa a scuola. Per niente stupito, ha commentato: “Mancanza di comunità”. Forse è il senso della comunità, molto più dell'ambizione e della rivalità dei singoli, che crea il clima adeguato a insegnare, apprendere e partecipare.

 

 

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