Gesellschaft | colonialismo

Fare i conti con le ferite della storia

Decostruire immaginari per costruire società giuste. Il progetto Decolonising Minds e l’incontro tra studenti etiopi e bolzanini per riflettere su razzismo e colonialismo
decolonizing minds
Foto: oew

Accade che per un anno, due classi di Bolzano, rispettivamente il Realgymnasium e il Liceo Carducci, assieme ad altrettanti coetanei di Addis Abeba, hanno lavorato per conoscere e riflettere sul passato e le ferite causate dal colonialismo, quello italiano in particolare. Si tratta del progetto Decolonising Minds, ideato su iniziativa dell'OEW - Organizzazione per un Mondo Solidale con l'obiettivo di far riflettere su quella parte tanto scomoda quanto crudele che ha caratterizzato la nostra storia passata e che porta ancora oggi i propri strascichi. 
Qualche giorno fa i protagonisti e le protagoniste hanno fatto il punto, presentando la brochure contenente il lavoro sviluppato negli ultimi mesi, con un focus particolare sulla toponomastica e i monumenti che vanno a caratterizzare Bolzano e la capitale etiope.
L'opuscolo, intitolato proprio "Decolonising Minds", sarà disponibile al prestito presso le biblioteche scolastiche del Realgymnasium e del Liceo Carducci di Bolzano, nonché nella biblioteca specializzata OEW One World di Bressanone. 

Partire dalla storia per riflettere sul presente e costruire un mondo giusto, dove pregiudizi e stereotipi non avranno più la stessa importanza


L’idea del progetto, spiega Adrian Luncke dell’OEW, nasce in concomitanza del ritorno alla ribalta del movimento di rivendicazione Black Lives Matter, in cui l’attenzione è tornata nuovamente a focalizzarsi sui monumenti e la toponomastica che vanno a comporre lo spazio pubblico che attraversiamo quotidianamente: “Se si ragiona sul razzismo non si può fare a meno di considerare le sue radici che affondano nella storia. Il colonialismo italiano è un argomento che non viene affrontato come dovrebbe, soprattutto nelle scuole. Con Decolonising Minds abbiamo voluto da una parte affrontare l’argomento con un rigore storico e scientifico, attraverso la ricerca e lo studio degli avvenimenti passato ma dall’altro - continua - aveva lo scopo di affrontare la ferita coloniale così da poter riflettere sugli effetti, che permangono tuttora, relativi alla nostra percezione del mondo. Le nostre città - continua - portano i volti e i nomi di chi si è reso responsabile di azioni crudeli, le cui conseguenze non si sono esaurite con la storia”.

 

Pezzo forte del progetto, assieme a diversi workshop realizzati in collaborazione con la mediatrice Shemsia Omer Daud e finalizzati alla decostruzione di immaginari e stereotipi - soprattutto relativi alla percezione del continente africano - è stato l’incontro, avvenuto online, tra gli studenti altoatesini ed etiopi: “È un incontro che ci ha dato speranza - spiega ancora Luncke -. Entrambe le parti erano d’accordo su quanto la storia potesse essere crudele ma erano ancora più concordi sul fatto che non potevamo fermarci lì e quanto fosse necessario, di conseguenza, trovare modi più giusti ed equi di convivenza, specie oggi che viviamo in un mondo globale, in cui le distanze geografiche grazie alla tecnologia si accorciano sempre più e hanno pertanto un’importanza sempre più relativa. Evocativa è stata la volontà reciproca di restare in contatto - afferma - anche dopo la conclusione del progetto e questa è la prova di una volontà comune di trovare le ricette giuste per stare insieme, partire dalla storia per riflettere sul presente e costruire un mondo giusto, dove pregiudizi e stereotipi non avranno più la stessa importanza. Il nostro auspicio - conclude - è che il tema del colonialismo trovi uno spazio di approfondimento necessario anche all’interno dei programmi ministeriali e che venga affrontato con la serietà che merita: stiamo parlando di sfruttamento, dominazione e nel caso dell’Etiopia anche dell´utilizzo dei gas velenosi e per questo è fondamentale che la storia venga raccontata tutta”.
 

Quello che in Italia viene generalmente considerato un lutto in quanto corrisponde solitamente a una battaglia persa, in Etiopia diventa giornata di festa, a celebrazione della resistenza messa in atto dalla popolazione contro l’invasore

Quando mi è stato proposto questo progetto l’ho accolto subito con entusiasmo e altrettanto hanno fatto le studentesse e gli studenti - racconta a salto.bz Alessia Giangrossi, insegnante di storia presso il Liceo Carducci -. Questa iniziativa si è inserita all’interno di un clima alimentato dalla cosiddetta Cancel Culture. Quello che volevamo fare noi non era rimuovere un simbolo di un passato crudele e doloroso, bensì comprenderli, saperli spiegare fino a ribaltarne il senso e su questo Bolzano ha già alcuni esempi concreti. Questa è stata un’occasione per riflettere sulla nostra contemporaneità partendo da una riflessione storica. Il colonialismo italiano - specifica - non è nato con il Fascismo ma con la tradizione liberale di fine ottocento". 
 

 

Il processo di analisi e comprensione degli avvenimenti del passato non deve essere inteso in chiave giustificazionista, ci tiene a sottolineare la professoressa, ma è fondamentale per considerare la storia non più come una mera successione di date ed eventi bensì come uno strumento che ti permette di comprendere al meglio e con sguardo diverso il presente che stiamo vivendo. “La cosa più interessante di questo scambio tra studenti bolzanini ed etiopi - conclude Giangrossi - è stata quella di vedere che in Etiopia i monumenti hanno un significato opposto al nostro, così come è stato interessante capire come dei giovani ragazzi percepiscano la presenza italiana nel loro paese: quello che in Italia viene generalmente considerato un lutto in quanto corrisponde solitamente a una battaglia persa, in Etiopia diventa giornata di festa, a celebrazione della resistenza messa in atto dalla popolazione contro l’invasore”.