Gesellschaft | Gastbeitrag

Cosa sappiamo di noi

Il paese più ignorante, dove la percezione dei fatti è talmente distorta da portarci ad ignorare (a non conoscere, appunto) la realtà che ci circonda, è l'Italia.
Somaro
Foto: Il Tascabile

Lo avevo intuito da tempo e ora ho trovato la conferma. È data da uno studio realizzato da Ipsos – Social research institute, che nei passati quattro anni ha intervistato 50.000 persone in 13 differenti paesi al mondo. Conclusione: il paese più ignorante, dove la percezione dei fatti è talmente distorta da portarci ad ignorare (a non conoscere, appunto) la realtà che ci circonda, è l'Italia. Le domande riguardavano le condizioni demografiche, sociali, economiche, culturali e altro. Tra le tante, eccone una: “Quanti cittadini musulmani pensi ci siano ogni 100 abitanti” (nel tuo paese); la percezione degli italiani dice 20, la realtà 3,7. Troveremo molti più dati  nel libro che riassume lo studio, di prossima pubblicazione: Bobby Duffy, The perils of perception – Why we're wrong about nearly everything.

L'Italia è non solo la star dell'epoca postfattuale davanti agli Stati Uniti e alla Francia, ma è il paese arrivato per primo a questa beata ed ebete condizione, che illude di potersi aggiustare la realtà secondo i propri interessi e comodi

Cattiva informazione, insufficienza della scuola, debolezza delle istituzioni culturali...? Certo, ma c'è di più. L'Italia è non solo la star dell'epoca postfattuale davanti agli Stati Uniti e alla Francia, ma è il paese arrivato per primo a questa beata ed ebete condizione, che illude di potersi aggiustare la realtà secondo i propri interessi e comodi. Questo atteggiamento ha solide radici nella nostra storia culturale. Una delle più profonde, a mio avviso, è stato il ruolo dominante svolto nella penisola dalla Chiesa cattolica. Gli inquisitori non ebbero bisogno di torturare Galileo Galilei per ottenere da lui l'abiura alla teoria eliocentrica; bastò fargli vedere gli strumenti che avrebbero usato. La vicenda insegna, come osserva Bertolt Brecht, che di fronte alla minaccia della sofferenza è umano rinnegare ciò in cui si crede. Ma l'insegnamento di portata più generale che si può trarre da quel processo è un altro: tra l'osservazione della realtà e il verbo espresso nei vari testi “sacri”, deve prevalere quest'ultimo. Peggio per l'osservazione, il dato, l'esperimento, la prova se essi non coincidono con le parole, le teorie, le fedi, le ideologie. Questa è la scelta che si è imposta nel nostro paese, quattro secoli prima di entrare nell'epoca post truth; e infatti, dopo Galileo, tra i fondatori del metodo scientifico, abbiamo avuto pochi uomini di scienza e moltissimi chierici – in tonaca, come in abiti civili – vogliosi di insegnare agli altri cosa si deve pensare e come si deve vivere. Conosco persino un ingegnere convinto che la realtà non esiste e convintissimo di aver raggiunto l'apice della saggezza. 

Siamo il paese che meno sa di se stesso e al contempo teorizza e intimamente si compiace di questa condizione. Siamo il paese che le fa passare tutte anche perché abbiamo sviluppato una notevole abilità nel raccontarle. Per quanto poco conosciamo la realtà, per quanto poco crediamo in essa, siamo specialisti nel pronunciare belle frasi, nel far bella figura, nel recitare la nostra parte.

Siamo il paese che le fa passare tutte anche perché abbiamo sviluppato una notevole abilità nel raccontarle

Poco dopo il crollo del Ponte Morandi a Genova, gli ingegneri responsabili della manutenzione sono andati davanti alle telecamere a dire con sicumera manageriale che “il ponte è sicuro”, sottoposto a un “monitoraggio trimestrale”, che la società di gestione ha sempre svolto tutti i controlli previsti e non ha nulla da rimproverarsi. Se non fossimo bolliti al punto da far passare tutto, ma proprio tutto, sarebbe stata pensabile e sopportabile quella presenza in televisione, di fronte a milioni di persone, mentre ancora la polvere si posava sulle rovine del ponte?

Se ne esce? Per adesso non si vede come. Italia a parte, il fenomeno è mondiale, al più tardi da quando post truth e postfaktisch furono proclamate parole dell'anno nel 2016. Neppure il fact checking serve gran che, avvertono gli studiosi: quale verifica si può proporre a chi non crede ai fatti, ma solo a se stesso? 

Se non ci curiamo di basare i nostri pensieri sui fatti, se non siamo disposti a misurarci con la realtà, a trovare conferma o smentita in essa, se addirittura la neghiamo, cosa resta? Resta quello che vediamo accadere sulla scena politica mondiale, nazionale e locale. Resta l'attaccarsi al proprio punto di vista, l'affermazione del proprio racconto, l'imposizione del proprio primato con toni sempre più veementi e ultimativi. “America first”, “Prima gli italiani”, “Einheimische zuerst”, “Deutschland den Deutschen”... 

Prepariamoci però, perché i racconti sospesi nel vuoto dell'irrealtà prima o poi produrranno fatti che sarà difficile scansare.