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La ricerca

Violenza, il punto di vista delle donne

Marina Della Rocca studia la relazione tra abusi di genere e donne migranti. “Ascoltandole capiamo le loro difficoltà. Così migliora la risposta dei servizi sociali”.
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unibzone .10.05.2019
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salto.bz: Marina Della Rocca, assistente di ricerca dell’università di Bolzano, da dove nasce l’impegno dell’ateneo per comprendere la complessa e delicata relazione tra donne, migrazione e violenza di genere?

Marina Della Rocca: il lavoro dell’università di Bolzano riguardo a questo argomento è approfondito e variegato. Personalmente, nella precedente tesi di dottorato ho analizzato le criticità nelle pratiche di sostegno a donne migranti in situazione di violenza in Alto Adige. Il lavoro è proseguito nel progetto di ricerca in corso, curato dalla professoressa in antropologia culturale Dorothy L. Zinn, della facoltà di scienze della formazione, di cui sono assistente di ricerca. Il focus è lo specifico tema della violenza sulle donne. E lo scopo è comprendere in una forma interculturale le definizioni che le donne con diversi background, provenienze ed età danno di quello che secondo loro è l’essere donna, della violenza e dell’empowerment femminile.

 

L’obiettivo è ampliare l’analisi considerando la variabile della provenienza?

Direi che la prospettiva a cui ci si approccia a questa indagine etnografica non è quella di comprendere le definizioni pensando alle donne come appartenenti a specifiche culture, religioni, Paesi. Si cerca invece di ampliare - e qui rispondo alla domanda - il modo in cui noi, società locale e servizi pubblici, pensiamo a questo fenomeno e all’empowerment delle donne: cercando di individuare le modalità che contemplino più soggettività possibili.

 

Quali sono le soggettività in campo?

L’idea è considerare il fatto che si tratta innanzitutto di donne, donne che hanno provenienze diverse - e questo ha un impatto nel modo in cui vengono percepite nel contesto dell’immigrazione, essendo migranti -. Inoltre, consideriamo l’influenza della posizione sociale che ricoprono nel paese di immigrazione e la relativa condizione economica. Ma ha un peso anche l’età, se appartengono alla cosiddetta prima o seconda generazione di migranti. Si cerca in generale di vedere il fenomeno della violenza sulle donne in una prospettiva che allarghi il modo in cui operatori, operatrici e persone del territorio locale vedono il fenomeno.

 

La lettura allargata aiuta a comprendere meglio il fenomeno?

Sì, naturalmente. Questo perché bisogna considerare la complessità della società attuale dove ci sono persone che arrivano da luoghi diversi, per motivi diversi, con vissuti e esperienze differenti l’una dall’altra.

 

Manca qualcosa nella formazione nei servizi sociali al momento?

Ovviamente i servizi sociali locali da anni fanno formazione e considerano tutti questi aspetti. Però sul fenomeno della violenza sulle donne è importante ampliare la prospettiva cercando anche esperienze specifiche di donne con background migratorio.

 

La ricerca attuale è in continuità con quella da lei svolta come dottoranda. In che modo il lavoro in corso è un proseguimento del precedente?

Come dottoranda mi ero concentrata appunto sulle barriere specifiche che le donne vanno a incontrare solo per il fatto di essere donne migranti. Le barriere legali, vedi il permesso di soggiorno, le difficoltà linguistiche, le difficoltà a trovare un lavoro e una casa. Tutti questi aspetti incidono nel modo in cui le donne possono immaginare un percorso di uscita dalla violenza di genere, di empowerment, ma anche il modo in cui i servizi sociali devono agire nel sostegno.

 

Questi elementi possono cambiare il modo in cui devono rapportarsi i servizi pubblici?

Diciamo che per certi aspetti c’è già una risposta specifica che comprende le donne con background migratorio. Però sicuramente dato che le immigrazioni stanno diventando sempre più complesse, esiste ad esempio il fenomeno delle richiedenti asilo, la risposta è un work in progress. Va continuamente rianalizzata e aggiornata.

 

La violenza di genere resta endemica in Alto Adige: cosa dicono i dati?

Chi lavora in questo ambito sa che la violenza colpisce tutte le donne, indipendentemente da età, provenienza, classe sociale. Percentualmente quello che si registra a livello locale è che sono dal 30 al 40% le donne migranti che si rivolgono ai centri antiviolenza, sul totale, ma salgono almeno al 50% sempre le donne migranti che richiedono un alloggio protetto. Dipende dal maggiore isolamento e per la minore rete familiare e amicale sul territorio.

 

La ricerca è giunta già a delle conclusioni?

Ancora non mi sento di esprimermi. Sicuramente posso sottolineare l’attenzione dell’università di Bolzano insieme ai servizi interessati a questo fenomeno. La tesi di dottorato ha già evidenziato alcuni aspetti sulle barriere strutturali per le donne con background migratorio. A partire dal permesso di soggiorno legato al marito, che fa dipendere il proprio status legale dal coniuge e rende più difficile allontanarsi da lui. Ci sono poi la difficoltà linguistica e quella economica, quindi l’accesso agli alloggi privati e forme di razzismo che le donne migranti comunque subiscono. Tutti ostacoli per la donna quando cerca di uscire dalla situazione di abuso. Queste ricerche cercando di dare una risposta ben strutturata, risposte efficaci e concrete da mettere in pratica.

 

Il tema è in relazione con il ciclo di seminari su “Genere e Servizi Sociali” che ha visto lo scorso 7 maggio l’incontro con l’antropologa dell’Università di Bologna Viola Castellano presso il Campus universitario di Bressanone, dal titolo  “Contested motherhood: social services and inequalities in New York”. Perché è utile guardare alle disuguaglianze in contesti diversi dal nostro?

Il focus dell’incontro riguarda come le donne afroamericane, o comunque afrodiscendenti, o ispaniche negli Stati Uniti in particolare a New York riescono a entrare in relazione con i servizi sociali. Perché bisogna considerare anche che quegli aspetti di cui ho parlato prima, l’appartenenza di genere, la provenienza e la classe sociale di donne “non bianche” incide sull’accesso al sistema di welfare e su come il sistema risponde. Il background migratorio o l’essere comunque parte di una minoranza o di un gruppo marginalizzato  rende l’accesso più difficile, nell’ambito di un generale aumento delle forme di burocratizzazione dei servizi che porta a compromettere lo spazio relazionale.

 

Il caso statunitense dimostrerebbe che il diverso posizionamento sociale, non solo l’immigrazione, può diventare un fattore di disuguaglianza?

Esatto, si possono creare forme di disuguaglianza e analizzarle in quel contesto, gli Usa, è interessante per noi perché può far riflettere sulle forme che possono essere riprodotte nel sistema di welfare locale.

 

L’obiettivo dell’indagine è quindi aiutare l’amministrazione pubblica a formulare servizi sempre più attenti alla relazione e capaci di affrontare in modo efficace la complessità?

Sì, il dato importante è aiutare a identificare il punto di vista delle donne, sulla base delle loro esperienze stesse. C’è già l’impegno dei servizi sociali a sostenere le donne con background migratorio, ma queste ricerche antropologiche vanno a cogliere la loro percezione per cercare di migliorare laddove ancora si riscontrano delle difficoltà.

 

Che numeri ha l’indagine e quando si conclude?

Coinvolge tra le 20 e le 30 donne, è una ricerca qualitativa e ha coinvolto anche i centri antiviolenza della provincia di Bolzano. Si conclude tra meno di un anno, a marzo 2020, dopo due anni.

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