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È reale se ci credi

Le fake news esistono da sempre, ciò che è cambiato con l’avvento di Internet è il loro strumento di diffusione. Un’analisi su responsabilità e manipolazione.
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Alessio Giordano14.11.2020
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La disinformazione non è un fenomeno recente. È innegabile, però, che negli ultimi anni l’ascesa dei populismi, alcune caratteristiche strutturali dei social network e il loro utilizzo manipolatorio, abbiano contribuito alla proliferazione di notizie senza fondamento e aggravato la crisi dell’informazione.

Il 10 aprile del 1920, il giornale cattolicoconservatore di Merano “Der Burggräfler” pubblica un pamphlet antisemitico, in cui il politico pangermanista Friedrich Wichtl cita i Protocolli dei Savi Anziani di Sion, teoria complottista secondo la quale gli Ebrei avrebbero ideato un piano di dominio mondiale attraverso l’alta finanza e l’agitazione terrorista. Franz Kafka, che in quel periodo si trova a Merano per curare gli effetti della tubercolosi polmonare, ne rimane esterrefatto e cita l’episodio in una lettera a Max Brod. Le fake news esistono da sempre, ciò che è cambiato con l’avvento di Internet è il loro strumento di diffusione.

 

Camere separate

 

Orientarsi nel mondo di oggi, sempre più frenetico e stratificato, può risultare molto difficile. L’essere umano aspira costantemente alla razionalità e ha bisogno di strumenti che lo aiutino a decodificare il reale, a trasferire l’ansia e a comprendere gli elementi che gli appaiono inspiegabili. Una teoria complottista assolve perfettamente questo compito, poiché presenta generalmente alcuni elementi verosimili distorti al fine di creare narrazione allarmistiche, atte a sublimare ansie e paure condivise. Si tratta di una sorta di “pensiero magico”, che svolge una funzione paragonabile a quella della religione o dei riti. Ogni persona tende a interpretare gli eventi più gravi di cui fa esperienza pensando di esercitare il controllo sul proprio presente e, al tempo stesso, di ridurre le paure verso il futuro. La rete può rappresentare, in questo senso, il luogo ideale in cui cercare rifugio. L’avvento di Internet, all’inizio degli anni ’90, sembrava poter favorire la nascita di una società interconnessa, una comunità unica in grado di mettere a disposizione di tutti*e il libero accesso alle informazioni, immediate e senza limiti. Poteva quindi realizzarsi quella che il filosofo francese Pierre Levy aveva definito intelligenza collettiva: “un’intelligenza distribuita ovunque, continuamente valorizzata, coordinata in tempo reale, che porta ad una mobilitazione effettiva delle competenze”. Nell’epoca in cui viviamo chiunque può pubblicare e condividere in rete dei contenuti e veicolare la propria visione del mondo. La propria verità. “Oggi tutti hanno la possibilità di esprimersi. È una realtà affascinante e l’affermazione di un principio di uguaglianza”, spiega Patrick Rina, giornalista della radiotelevisione pubblica austriaca ORF. “Solo che nel mondo digitale viviamo in una bolla. Siamo circondati da persone che vedono il mondo come noi e non ci confrontiamo più con le idee, le critiche, le visioni politiche dell’altro.”

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Nei social network non c’è confronto tra prospettive diverse


Il mondo virtuale potenzialmente infinito a cui abbiamo accesso, si riduce a un microcosmo, formato da persone che credono nelle stesse verità. “Questo porta a una forte polarizzazione e a una sorta di esasperazione umana.” Rinchiusa all’interno delle cosiddette echo chambers, una persona riceve una serie di informazioni che rafforzano il suo punto di vista, senza accedere ad altre fonti che potrebbero fornire una visione più critica della tematica discussa. Le echo chambers sono un effetto delle filter bubble (bolle di filtraggio), che sulla base di algoritmi e dei dati di navigazione degli*lle utenti creano dei sistemi chiusi e impenetrabili a idee diverse da quelle di chi li abita. Le posizioni si radicalizzano, i pochi momenti di confronto sono caratterizzati da toni accesi in cui l’interlocutore*rice assume il ruolo dell’avversario*a da annientare, con l’invettiva o lo sberleffo poco importa. Nel 2019, il 31,4 percento della popolazione italiana ha utilizzato Facebook come fonte di informazione (vedi infografica): Il ruolo dei social network in questo ambito è centrale.

 

“Era la stampa, bellezza!”

 

Laura Nota, presidente del corso di Laurea Magistrale di Psicologia sociale, del lavoro e della comunicazione presso l’Università di Padova, ha curato insieme a Roberto Reale il libro di recente uscita “La passione per la verità”. Nota interpreta le fake news innanzitutto “come un dispositivo sociale, utilizzato spesso consapevolmente, ed espressione di un processo che si basa sui meccanismi che riproducono le disuguaglianze sociali.” Il pubblico è assuefatto alla disuguaglianza e aderisce a una vision politico-sociale e a una rappresentazione dove questa viene accettata e alimentata. “Di mezzo ci sono gli algoritmi, le grandi imprese della tecnologia, ma i meccanismi dei social network sfruttano molto bene anche alcune tecniche psicologiche”, prosegue la docente, “su tutte il bisogno di appartenenza delle persone, che si alimenta sulla base di stereotipi e pregiudizi.”

Patrick Rina evidenzia invece la responsabilità dei populisti, di destra e di sinistra, che “hanno rilanciato il messaggio secondo cui l’intermediazione non è più necessaria. Questi personaggi hanno abusato della parola “popolo”, un termine bellissimo, che nella sua accezione originale comprende tutte le persone”. Nel suo articolo “The populist zeitgeist”, il politologo olandese Cas Mudde ha definito il populismo come una thin ideology, un’ideologia esile, che poggia su due assunti principali: la divisione antagonistica tra “il popolo” (sostanzialmente buono) e “l’élite” (corrotta e non in sintonia con la vita della gente comune) e la politica come espressione della “volontà generale” del popolo. In questo clima di diffidenza le competenze sono ai margini. “La cultura, la conoscenza contano poco”, afferma Rina, “prendiamo la crisi legata al coronavirus, in cui non per tutti l’analisi di un virologo, una persona che ha dedicato gran parte della sua vita alla scienza, ha valore. Non è positivo, ma è uno specchio della nostra realtà”. Questa contrapposizione si riproduce anche nei social network, all’interno dei quali molti leader instaurano un dialogo diretto con gli*le utenti e, anche attraverso proclami che non hanno attinenza con la realtà, gestiscono e manipolano l’opinione pubblica e il consenso.

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Patrick Rina, giornalista di ORF

 

La mediazione giornalistica viene meno e con essa il rapporto di fiducia tra i lettori e le lettrici – oggi sempre più spesso consu- matori*rici – e i*le professionisti*e dell’informazione, visti come una casta al servizio del potente di turno. Secondo Rina, parte della responsabilità è imputabile anche al mondo dell’informazione, che “negli anni ha perso tanta credibilità, cavalcando le onde demagogiche e le pulsioni populiste della società. Certo, ci sono ancora giornalisti*e che lavorano in modo serio e certosino, ma una buona parte della stampa ha abdicato al suo ruolo: presentare uno spaccato di realtà vissuta – che non è solo nera o bianca – sulla base di dati concreti.” Il 16° Rapporto Censis sulla Comunicazione rivela che negli ultimi 13 anni i media a stampa hanno affrontato una flessione costante: nel 2007 erano letti dal 67 per cento della popolazione italiana, nel 2019 dal 37,3 per cento. Per arginare l’emorragia di lettori e lettrici, anche l’informazione si è lanciata in un’isterica rincorsa ai like e al click facile, pubblicando spesso notizie che solleticano l’emotività del pubblico. Questa velocità ha divorato il controllo di certe notizie. In alcuni casi i media considerati autorevoli hanno rinunciato a un attento lavoro di verifica delle fonti e hanno contribuito alla diffusione di disinformazione. Rina, inoltre, sostiene che “i media hanno perso autorevolezza anche perché molto spesso fungono da megafono per i partiti politici o per alcune ideologie”. Ci si rende conto di questo guardando un servizio di politica al telegiornale, dove spesso il politico di turno guarda direttamente in camera e proclama la sua verità, senza un contraddittorio. Un giornalista deve dare voce a tutti, ma ha il compito di fungere anche da correttore, qualora l’intervistato*a dica un’inesattezza. “Se per esempio un politico dice che Bolzano ha un grande problema di criminalità e le persone hanno paura di uscire di casa”, aggiunge il giornalista di ORF, “io prima di intervistarlo mi devo documentare e, se i dati ufficiali lo smentiscono, ho il dovere di farlo presente. Altrimenti entriamo nel mondo delle bufale“.

 

Back to reality

 

La disinformazione e la manipolazione delle notizie si basano su meccanismi molto sottili. Negli ultimi tempi le pubblicazioni di carattere scientifico e il dibattito pubblico hanno accesso i riflettori sulla questione. A livello nazionale ed europeo, infatti, sono stati ideati progetti e iniziative per tentare di arginare la disinformazione. #Bastabufale è uno di questi. Promosso nel 2017 dal Ministero dell’Istruzione e dall’allora Presidente della Camera Laura Boldrini, si tratta di un decalogo di regole per ragazzi e ragazze delle scuole secondarie di primo e secondo grado che permette loro di difendersi dalle false notizie che circolano in rete. La legge 92/2019 poi, che ha sancito l’ ”Introduzione dell’insegnamento scolastico dell’educazione civica”, prevede all’articolo 5 l’“Educazione alla cittadinanza digitale” come materia di insegnamento. Sempre in materia di educazione civica digitale, in Belgio, Germania e Austria svolge un lavoro prezioso il progetto “Lie detectors”* (vedi infobox), in cui giornalisti*e professionisti*e collaborano con studenti e studentesse e forniscono loro i mezzi e le conoscenze per andare a scovare autonomamente le bufale che circolano in rete. In questa direzione si muove anche “Fake Off!”, che coinvolge sette realtà associative che operano in Austria, Germania, Francia, Spagna, Portogallo e Italia e prevede la creazione di un pacchetto di strumenti digitali in cinque lingue, volti a promuovere l’alfabetizzazione mediatica a scuola, negli ambienti lavorativi legati al mondo giovanile e nei centri di informazione per i giovani. Meritano una menzione alcuni progetti su scala europea che, utilizzando alcuni degli elementi che concorrono alla manipolazione del pubblico – per esempio gli algoritmi ricavati dai dati di navigazione –, individuano e smontano fake news e deepfake (vedi intervista a pag. 12 e 13). La professoressa Laura Nota coordina invece un percorso di alta formazione nato dalla collaborazione tra Università di Padova e Federazione Nazionale della Stampa. “Si tratta di un percorso educativo interdisciplinare di dieci incontri”, spiega, “in cui giornalisti, psicologi, informatici e filosofi utilizzeranno le rispettive conoscenze ed esperienze per analizzare i meccanismi che regolano la disinformazione”.

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L’obiettivo è tentare di cambiare le regole del gioco stimolando una visione inclusiva della realtà, attraverso un approccio interdisciplinare alla materia.  Formazione per le giovani generazioni e approccio interdisciplinare possono essere due percorsi per favorire la consapevolezza critica e la capacità di lettura e comprensione del reale dei*lle cittadini*e e, al tempo stesso, per promuovere un’informazione più corretta. Solo attraverso questo processo potrà crescere l’interesse verso l’“io altrui” e, di concerto, l’umanità avrà gli strumenti per progredire.

 

Glossario
Fake news: designa un’informazione in parte o del tutto non corrispondente al vero, divulgata intenzionalmente o non intenzionalmente attraverso il Web, i media o le tecnologie digitali di comunicazione. Caratterizzata da un’apparente plausibilità, che viene alimentata da un sistema distorto di aspettative dell’opinione pubblica e da un’amplificazione dei pregiudizi che ne sono alla base. Ciò ne agevola la condivisione e la diffusione pur in assenza di una verifica delle fonti.  
Post-verità: termine che si applica a circostanze in cui i fatti obiettivi sono meno influenti nel modellare l’opinione pubblica degli appelli emotivi e delle convinzioni personali.  
Infodemia: comparsa per la prima volta nel maggio del 2003 in un articolo del Washington Post (“When the Buzz Bites Back”), indica la circolazione di una quantità eccessiva di informazioni, talvolta non vagliate con accuratezza, che rendono difficile orientarsi su un determinato argomento per la difficoltà di individuare fonti affidabili.
Fact checking: verifica della veridicità dei fatti riportati all’interno di un testo, un articolo di giornale, un discorso. Si suddivide in ante hoc, verifica prima della diffusione della notizia, e post hoc, svolta in seguito alla pubblicazione di un articolo, un post o un servizio giornalistico.
Debunking: la pratica di mettere in dubbio o smentire, basandosi su metodologie scientifiche, affermazioni false, esagerate, antiscientifiche.


*Lie Detectors: a caccia di fake news
Nato in Belgio e attivo poi anche in Germania  e Austria, il progetto “Lie Detectors” mira a formare studenti e studentesse tra i 10 e i 15 anni di età a diventare veri e propri “cacciatori di bufale”. Professionisti*e del mondo dell’informazione entrano in classe e forniscono ai*lle partecipanti strumenti per individuare autonomamente le fake news in rete, avvicinando i*le giovani a un uso critico e consapevole dei media. “Lie Detectors” ha vinto il 2018 EU Digital Skills Award, premio assegnato alle iniziative che hanno migliorato le competenze digitali degli europei a scuola, sul lavoro, per gli specialisti delle TIC, per le ragazze e le donne e nella società in generale.


Questo articolo è tratto dal numero di novembre 2020 del giornale di strada zebra. Dal 14 novembre i venditori e le venditrici di zebra., oltre 60 persone, non possono più svolgere la vendita in strada. Chi volesse sostenere loro e il giornale lo può fare, abbonandosi o con una donazione. Tutte le informazioni si trovano qui.

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