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Intervista

Come si rivoluziona la scuola

Beate Weyland spiega “Progettare Scuole Insieme”, il laboratorio di pedagogia che sta contagiando gli istituti, da Bolzano a tutta Italia. “Un nuovo concetto di spazio”.
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Beate Weyland, pedagogista e docente di Scienze della formazione a Bressanone, “Progettare Scuole Insieme” è il titolo della mostra-laboratorio e dell’incontro da lei tenuto in alcune scuole, ma è anche un progetto per migliorare gli spazi nelle scuole in relazione alla didattica e all’apprendimento. È così?

Progettare scuole insieme è il frutto di un percorso di ricerca iniziato nel 2011 e mai concluso e anche il risultato di un intenso rapporto con le scuole intrecciato da almeno tre anni. La mostra, curata insieme a Paolo Bellenzier e a Kuno Prey, aveva lo scopo di mostrare a dirigenti, insegnanti, amministratori locali e architetti un possibile modo per anteporre alla progettazione architettonica un progetto pedagogico degli spazi condiviso da tutti coloro che collaborano al “progetto scuola”. Già, perché la scuola è molto di più degli edifici che la contengono. Gli spazi raccontano di un modo di lavorare, raccontano di accoglienza o chiusura, di democrazia o di autorità, raccontano tante cose ed è bene che di questo ne siamo tutti sempre più consapevoli.

 

Come si deve modificare la “forma” delle scuole per fare sì che possa servire al potenziamento della didattica e dell’apprendimento degli studenti?

Non abbiamo regole o modelli predefiniti, il progetto di una scuola e il concetto pedagogico degli spazi è un vestito su misura che deve essere tagliato sulle situazioni concrete. In generale possiamo indicare però delle linee guida per progettare e attualmente. Per esempio faccio riferimento in particolare a due ricerche: la ricerca titolata “Clever Classroom” dell’Università di Saltfort dice che l’apprendimento migliora fino a un 16% se l’ambiente assolve a tre condizioni: comfort, stimolazione, vedi la diversità degli ambienti e il fatto che si apprende in maniera specifica, con il corpo, in piedi, seduti, in gruppo, per terra e via dicendo, infine  individualizzazione, ovvero la possibilità per ciascuno di trovare il luogo dove si è più a proprio agio per studiare e lavorare. Si capisce che architettura e pedagogia devono lavorare insieme. E qui viene in aiuto la seconda ricerca che voglio citare. Otto Seydel, un pedagogista che sta svolgendo un percorso simile al mio nei contesti germanofoni, ha evidenziato che l’apprendimento diventa più efficace se l’attività didattica viene suddivisa in un 30% di attività frontale, 30% di attività di gruppo e 30% di attività individuale, con un 10% rimanente per condividere le attività individuali o di gruppo. Questo dato ci fa capire che la scuola così come è stata sempre progettata e pensata non va più bene.

 

Cosa serve di diverso?

Non bastano più solamente le classi con i banchi per lavorare da soli o per ascoltare. Occorrono spazi per lavorare in gruppo e nicchie per trovare anche un po’ di intimità per studiare e per fare ricerca. Spazi per condividere i risultati dello studio individuale e di gruppo. Servono luoghi stimolanti e di appropriazione.

 

In quante scuole, e dove, viene applicata la soluzione di “Progettare Scuole Insieme”?

Bello questo concetto di “soluzione”, diciamo che non è proprio una soluzione, ma una proposta di metodo per accompagnare le scuole. Sono circa tre anni che offro consulenza agli istituti che vogliono ragionare più compiutamente sulla riorganizzazione dei propri spazi e delle proprie didattiche o che vogliono anteporre a un progetto di architettura un concetto pedagogico degli spazi (quello che con le direttive di Edilizia scolastica altoatesine del 2009 è stato chiamato Organisationskonzept mit pädagogischer Ausrichtung). Da quest’anno, grazie anche al suggerimento avuto dalla docente Liliana Dozza, ancora quando era preside, sto proponendo alle scuole di fare una convenzione di ricerca-azione con l’università di Bolzano: non solo le accompagno in questo percorso di sviluppo del concetto pedagogico degli spazi, ma diamo inizio così anche a una sperimentazione di quanto stabilito e le sosteniamo nel mettere in atto quanto si sono proposte. In questo modo l’università si mette davvero a servizio della scuola e la scuola diventa un formidabile partner di ricerca con noi.

 

Quali sono le prime scuole che hanno aderito alla proposta?

Sono l’Istituto tecnico Gasparrini di Melfi e la scuola paritaria G. Veronesi di Rovereto. Siamo in contrattazione con le professionali Bosso Monti di Torino e con l’Istituto Pavoniano Artigianelli per le arti grafiche, mentre altre scuole anche sul territorio altoatesino stanno prendendo contatto. A Melfi abbiamo appena svolto un workshop intensivo, dal quale sono emerse le linee guida per riorganizzare gli spazi dell’indirizzo Amministrazione finanza e marketing, che dal prossimo anno sperimenterà una formazione in 4 anni, e da lì sono nate proposte per rivoluzionare l’orario didattico di tutta la scuola e per adattare i laboratori e altri spazi. A Rovereto abbiamo promosso una giornata di workshop con insegnanti, allievi e genitori non solo per ripensare gli spazi esistenti, ma anche immaginare come potrebbe essere progettata un nuovo edificio per la scuola primaria.

 

Lei è una pedagogista, esperta di didattica e insegnamento. Di pedagogia però negli ultimi tempi si sente parlare poco. Invece, è ancora una disciplina importante nel mondo della scuola?

Questa domanda mi fa sorridere, perché parlo sempre di quanto la pedagogia oggi sia sottorappresentata. La pedagogia come scienza dell’educazione non è importante solo nella scuola, ma per la società tutta. Oggi abbiamo gli psicologi e neuropsichiatri, i sociologi, gli economisti, che ci parlano di scuola e che ci dicono come e perché è necessario che questa cambi. Ma mancano i pedagogisti, che pur rifacendosi necessariamente alle ricerche dei colleghi, hanno una qualità diversa: leggono la realtà sotto il profilo dell’educazione e con questo applicano un modello euristico e propositivo al pensiero sulla scuola. La disciplina è stata un po’ messa in secondo piano negli ultimi anni forse perché il rapporto tra scuola e università non è stato abbastanza coltivato o abbastanza ben formalizzato. Non si può fare pedagogia senza il rapporto diretto con i mondi dell’educazione e della formazione. La pedagogia ha bisogno di concretezza. Ma è solo con la pedagogia e con la didattica che si potrà portare diventare pienamente consapevoli del potere dell’educazione e solo con queste potremo davvero portare benessere nelle scuole. 

 

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