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Processo doping

Quello che non torna nel caso Schwazer

Le anticipazioni sui dettagli della perizia del Ris di Parma, dalle discrepanze fra i campioni di urina all’esagerata concentrazione di Dna, al giallo-contaminazione.
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Domani, giovedì 12 settembre, forse, la cortina fumogena delle incongruenze che hanno fino a qui caratterizzato l’inglorioso caso Schwazer potrà iniziare a diradarsi. La “sponda” sarà la scrupolosa perizia biologica e genetica condotta dal comandante del Ris (Reparto Investigazioni Scientifiche) dei Carabinieri di Parma, il colonnello Giampietro Lago, sui campioni di urina dell’ex marciatore olimpico altoatesino, perizia che sarà illustrata in Tribunale a Bolzano davanti al gip Walter Pelino che la discuterà con le parti in udienza. La pratica rappresenta l’ultimo esperimento analitico concesso dal giudice ed è stato osteggiato fermamente, ma senza successo, da Iaaf, la Federazione internazionale di atletica leggera, e Wada, l’Agenzia mondiale antidoping. salto.bz ha ottenuto in anticipo il documento, composto da 153 pagine, che sarà presentato domani in aula, uno studio accurato che, come sottolineato da Sandro Donati, ex allenatore di Alex Schwazer, nell’intervista concessa al nostro portale, è un tassello nel mosaico di elementi che avvalorano la tesi della “cospirazione” ai danni dell’atleta azzurro.

 

Schwazer, Donati
Sete di giustizia. Sandro Donati e Alex Schwazer durante un vecchio allenamento. Il tecnico romano ha sempre sostenuto l'innocenza dell'atleta azzurro.

 

Tutto crolla quando il 21 giugno 2016 a Schwazer viene comunicata la positività a metaboliti di testosterone per un controllo del 1° gennaio che inizialmente era risultato regolare e che poi gli costerà invece una squalifica di 8 anni emessa dal Tribunale Arbitrale dello Sport (TAS) di Losanna. Una squalifica che gli impedirà di partecipare alle due discipline della marcia previste alle Olimpiadi di Rio, e cioè i 20 e i 50 chilometri, e che porrà di fatto fine alla sua carriera agonistica. Si fa largo intanto il sospetto di manomissione delle provette di urina. Un altro colpo di scena è l’ormai noto scambio di e-mail - intercettate da un gruppo di hacker russi - tra il responsabile dell’antidoping della Iaaf, Thomas Capdevielle, e il consulente legale Ross Wenzel in cui si parla esplicitamente di “plot against AS”, un complotto ordito contro l’ex olimpionico. E poi ancora la reticenza dei tecnici del laboratorio di Colonia a consegnare - su ordine del giudice Pelino - i campioni A e B di urina al colonnello Lago, al genetista Giorgio Portera e all’avvocato Gerhard Brandstätter, difensore di Schwazer. E se non bastasse torna alla memoria un altro particolare: su impulso di Donati, Schwazer denuncerà due medici per vicende di doping, Pierluigi Fiorella e Giuseppe Fischetto, poi inquisiti per favoreggiamento, uno dei quali faceva parte della Iaaf, il 16 dicembre 2015, e un’ora successiva, come ricorda lo stesso Donati, “partì l’ordine di un controllo antidoping su Alex 15 giorni dopo”.

 

I 5 punti chiave

 

Arriviamo alla perizia, l’ultimo elemento in ordine di tempo che va ad ingrassare il bottino delle contraddizioni. Dalle analisi condotte dal colonnello Lago a emergere con chiarezza è in primis un dato: il decremento cospicuo dei livelli di concentrazione di Dna per effetto del tempo - si abbatte mediamente dell’87% in urine vecchie di un anno - nei campioni sperimentali di 100 donatori, di sesso maschile e di età compresa fra i 19 e i 58 anni. Si tratta di un maxi test fatto per monitorare il Dna separato in due campioni (di un unico prelievo) e capire se emergano ampie discrepanze come quelle riscontrate tra i campione A e B di urina del marciatore di Racines forniti dal laboratorio di Colonia. Ma questa è solo la premessa. 

 

Giampietro Lago
Una perizia scrupolosa. Il comandante del Ris di Parma Giampietro Lago ha effettuato nuovi controlli su Alex Schwazer

 

Primo punto: Si parte dai mezzi. Per effettuare la perizia è stata utilizzata una tecnologia di ultima generazione, chiamata NGS (Next generation sequencing), che consente di osservare fenomeni biologici a un livello di dettaglio molto elevato. Queste tecnologie permettono di sequenziare, in parallelo, milioni di frammenti di Dna con un’elevata precisione. L’ipotesi che lo studio del perito arriva ad escludere è che “una o più persone diverse dell’indagato interessino i campioni di urina in sequestro”. Tradotto: non è stato riscontrato un Dna estraneo a quello di Schwazer, non risulta insomma urina altrui, contaminata da doping, nei campioni in questione. Ora: il primo prelievo su Alex è stato fatto il 1° gennaio 2016, mentre il primo dato analitico sul Dna risale al 6 marzo 2018; se la concentrazione del Dna, come dimostrato, col tempo diminuisce radicalmente, una quantità minima di urina estranea può dopo oltre due anni non lasciare più traccia del suo Dna? La domanda non è oziosa. 

Secondo punto: in seguito allo studio statistico, si legge nella perizia, “è possibile supportare fortemente l’ipotesi di un decadimento della concentrazione del Dna estratto dall’urina per effetto del congelamento nel tempo”. Non si spiega dunque fisiologicamente l’elevatissima concentrazione di Dna nell’urina di Schwazer già vecchia, va ribadito, di 26 mesi, dal momento che, a distanza di anni, il Dna “degrada” rapidamente presentando valori drasticamente più bassi.

Terzo punto: può l’età dei donatori incidere significativamente sulla concentrazione del Dna? La risposta è no. Nei soggetti più giovani (under 33) è sostenibile scientificamente attendersi dati di concentrazione di Dna mediamente e moderatamente più bassi rispetto a quelli che, sempre mediamente, ci si può aspettare di riscontrare in soggetti adulti/maturi (over 33). Trasponendo tale concetto nella vicenda processuale “è da ritenere supportata la valutazione retrospettiva per cui il dato atteso al tempo prossimo al momento del prelievo del 2016 con significativa probabilità non avrebbe dovuto risentire del fattore età quale parametro che avrebbe potuto causare o contribuire a causare un valore quantitativo particolarmente elevato”, recita la delibera.

Quarto punto, altra domanda: la ripartizione in aliquote del campione di urina altera in modo apprezzabile la concentrazione di Dna? Anche in questo caso la risposta è negativa. Le difformità fra i campioni A e B del medesimo prelievo di Schwazer dovranno quindi essere spiegate con “argomenti e/o circostanze diverse dalla meccanica della formazione delle aliquote stesse”.

Quinto e ultimo punto: i nuovi controlli a sorpresa effettuati, in diversi momenti della giornata, su Schwazer dal comandante dei Ris di Parma durante la primavera del 2018 hanno potuto appurare che la concentrazione del Dna abituale dell’ex marciatore ha un valore medio coerente con quello delle persone della sua età e non risulta più elevato in determinati fasi del giorno. Anche in questo caso una spiegazione fisiologica per le discordanze nelle quantità rilevate nei famosi campioni di Schwazer non esiste.

E ora, lì dove la scienza si interrompe, riprende il filo la giustizia. La verità, in questa storia, è ancora una terra di conquista. 

 

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