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Dall’arabo al tedesco

Sandra Hetzl racconta il mestiere della traduttrice
sandra hetzl
Foto: barzakh.org

Lo scorso anno Sandra Hetzl, affermata traduttrice, ha pubblicato uno studio sulla traduzione dall’arabo al tedesco nel decennio 2010-2020. Mentre si dedicava alla ricerca, che sorprendentemente ha evidenziato un boom di traduzioni nel 2010 quando i testi arabi erano conosciuti da pochissimi e tradotti soprattutto dalle case editrici specializzate, è venuta a conoscenza di dati che fanno capire come quella araba sia una cultura ancora troppo poco conosciuta. Sebbene a livello europeo la Germania non sia posizionata male, quello della lingua araba è un mercato ancora molto piccolo. Per capire l’ordine di grandezza su cui si viaggia, è sufficiente sapere che in Germania i libri pubblicati in traduzione sono il 25% del totale, di questo 25% per il 70% si tratta di traduzioni dall’inglese e solo per lo 0,3% dall’arabo. Un altro dato interessante è fornito dalla lista delle venti lingue più tradotte proposta ogni anno dalla Fiera del Libro di Francoforte: nel decennio 2010-2020 l’arabo è stato tra le top 20 solo sei volte e sempre dopo il latino e il greco classico.

 

salto.bz: Come ti sei avvicinata alla lingua araba?

Sandra Hetzl: Da autodidatta. Era il 2005, stavo studiando belle arti quando mi sono resa conto che l’arabo è una lingua che si parla in 26 Paesi che non sono poi così lontani. Come studentessa di arte, mi sono accorta che il mondo arabo era una macchia bianca nella mia mappa culturale. Per provare a colmare questo vuoto, ho cominciato a guardare film arabi, a conoscere artisti arabi, finché, per soddisfare la mia curiosità, ho deciso di imparare la lingua.

Dove hai imparato la lingua araba?

Il primo anno, a Berlino, mi sono avvicinata alla lingua con i libri. Ero a corto di soldi e non mi potevo assolutamente permettere un corso. Un giorno mi trovavo in un caffè arabo sulla Sonnenallee. Stavo studiando quando un signore mi si avvicinò chiedendomi se volessi imparare l’arabo. Alla mia risposta affermativa, mi esortò a fare un corso perché da sola sarebbe stato troppo difficile. A quel punto gli dissi: “Io non ho soldi. Dimmi un corso gratis e io ci vado”. Dopo averci pensato un po’ su, mi rispose: “C’è la moschea!”. Mi segnai su un pezzo di carta il nome della moschea che organizzava i corsi e ci andai. Quando mi presentai, mi domandarono se fossi musulmana, risposi di no; se mi volessi avvicinare all’Islam, risposi di no; mi accettarono comunque senza problemi. Su un’ora di corso, mezz’ora era di arabo, il resto del tempo era una sorta di avvicinamento alla religione non troppo convincente.

In un anno di corso imparai solo l’alfabeto e qualche vocabolo. Mi fu chiaro che l’unico modo per imparare la lingua era andare dove si parlava, così nel 2006 mi trasferì a Damasco (Siria) per sei mesi. La casa dove vivevo era in condivisione con dei ragazzi siriani con cui parlavo il più possibile. Dopo un po’ insieme a loro iniziammo a tradurre testi tedeschi in arabo e viceversa. Traducemmo dal tedesco all’arabo il libretto con gli appunti di Pasolini che era allegato al DVD “Il Vangelo secondo Matteo” che avevo con me e dei testi di filosofia tedesca. Con l’arabo letterario ero diventata bravina, ma il problema è che nella vita quotidiana è assurdo parlarlo. Anche in questo caso furono i miei coinquilini, con i quali nel frattempo ero diventata amica, a insegnarmi l’arabo siriano, parlandomi solo in dialetto.

Tornata a Berlino continua a leggere libri in arabo, ad ascoltare il telegiornale in arabo e per un anno e mezzo mi obbligai a scrivere il diario in arabo. Una tecnica un po’ masochistica, ma che mi aiutò.

Secondo te, che sei una traduttrice autodidatta, come si impara a tradurre?

Nel mio caso per necessità. Io sono diventata traduttrice da bambina, quando, per motivi di famiglia, ho vissuto tra la Germania e l’Italia. Allora vivevo tra due lingue. Mi ricordo che traducevo in tedesco per la mia migliore amica che stava in Germania tutto quello che mi succedeva in Italia e mi raccontavano in italiano. Le tradussi anche “La città vecchia” di De André. In Italia, infatti, in macchina avevamo sempre il nastro del disco “Il viaggio”. Mi ricordo che la prima volta che capì il significato della strofa “E il tipo strano / Quello che ha venduto per tremila lire / Sua madre a un nano” rimasi a bocca aperta. La mia prima esposizione a un testo letterario è stata con le canzoni di De André.

Io ho imparato tardi che la traduzione può essere una professione. Ho iniziato a tradurre che facevo arte e nella mia testa la traduzione mi doveva servire per finanziare i miei film. Poi ho capito che era un’idea fallimentare: non si può finanziare un’arte dedicandosi a un’altra arte.

Qual è l’aspetto più difficile del tradurre dall’arabo al tedesco?

La diglossia araba. Esiste, infatti, l’arabo letterario che è quello che si parla ai telegiornali per esempio e l’arabo che si parla nella vita di tutti i giorni. La letteratura è scritta in arabo standard, ma una scena colloquiale, sebbene scritta nella lingua standard, avviene in arabo dialettale. Riuscire a trasferire in tedesco questa sfumatura è molto complesso perché si tratta di un fenomeno assente nella lingua tedesca. Se non si sta attenti si rischia di fare una traduzione sterile.

 

Oltre a tradurre tu ti occupi di divulgare la letteratura araba nel mondo tedesco. Rispetto a quest’ultimo impegno, di cosa sei più soddisfatta?

Di aver fatto conoscere ai lettori tedeschi Aboud Saeed e Rasha Abbas. Quando l’ho conosciuta, Rasha stava scrivendo “Eine Zusammenfassung von allem, was war”; io di suo avevo già letto "Wohnungsbesichtigung", un racconto che è un dialogo tra un proprietario di casa e una persona che cerca casa a Berlino. Quando ci siamo incontrate, le dissi che stavo cercando delle autrici e autori e le proposi di scrivere dei racconti che parlassero in modo comico di cosa significa essere nuovi a Berlino. Da qui è nata la raccolta “Die Erfindung der deutschen Grammatik”. L’inverno scorso sono stata contattata dal teatro Gorki di Berlino perché voleva fare un adattamento di “Eine Zusammenfassung von allem, was war”. Io mi sono occupata della consulenza artistica. Ne è uscito un pezzo teatrale bellissimo.

In Germania, del libro di Aboud Saeed, “Der klügste Mensch im Facebook”, sono state fatte tre produzioni teatrali.

Nel mondo tedesco come si colloca la letteratura araba?

La letteratura araba occupa ancora una posizione marginale sebbene sia molto fertile e ci siano testi di autrici e autori arabi davvero belli che è peccato che non siano conosciuti. La sua marginalità è giustificata dal fatto che quello arabo è considerato un mondo lontano, esotico, ma non è così: la cultura araba è vicina a quella greca e latina.

In Germania, un milione e mezzo di persone hanno origini arabe e altrettante hanno nazionalità araba. A Berlino quella araba è la comunità più grande dopo quella turca. Berlino è anche considerata la capitale della diaspora araba, perché qui è immensa la quantità di arte araba. Nel quartiere di Schöneberg, per esempio, c’è Khan Aljanub, una libreria araba molto fornita che da un anno è diventata anche una casa editrice. Ultimamente ha pubblicato un romanzo dello scrittore libanese Hilal Chouman in cui i protagonisti sono gay. Khan Aljanub pubblica dunque anche testi che rischierebbero di non passare la censura per i contenuti troppo espliciti. Si può tranquillamente affermare che Berlino è diventato uno dei centri dove la letteratura araba si fa, non solo si commercializza.

Dove è possibile comprare i libri di Aboud Saeed e Rasha Abbas tradotti in tedesco?

Dal sito di mikrotext, la casa editrice con sede a Berlino fondata nel 2013 da Nikola Richter.