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referendum

Approssimativamente sì o no

A venti giorni dal voto referendario, gli argomenti del “sì” e del “no” hanno un peso quasi equivalente nel dibattito. Difficile prevedere quale dei due avrà la meglio.
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Domenica mattina, presso il Circolo della stampa di Bolzano, ho moderato un dibattito tra “sì” e “no” al referendum costituzionale del 4 dicembre sulla riforma Renzi-Boschi, organizzato dal gruppo verde bolzanino. Al podio sedevano per le ragioni del “sì” il deputato della SVP Manfred Schullian e il consigliere comunale del PD a Bolzano Juri Andriollo, per quelle del “no” la parlamentare europea di “Possibile” Elly Schlein e il consigliere provinciale dei Verdi Riccardo Dello Sbarba. Un'occasione di confronto a tre settimane dal voto, che ha avuto il pregio – grazie a una discussione onesta e pacata tra i quattro esponenti politici – di mettere in evidenza le motivazioni degli opposti fronti referendari, entrando nel merito e affrontando i passaggi più critici del testo di revisione costituzionale. “Erano almeno due anni che non partecipavo a un confronto sugli argomenti, senza toni da fine del mondo” ha detto Elly Schlein al termine della mattinata, e Andriollo sottoscrive: “I verdi sono tra gli ultimi luoghi politici dove si può dibattere civilmente”. Questo mentre nella campagna referendaria a livello nazionale, all'indomani dell'elezione di Donald Trump a presidente degli Stati Uniti, è forte la tentazione di fare improbabili parallelismi con l'esito delle urne americane – si pensi all'autoinvestitura di Matteo Salvini a candidato premier del centrodestra, sabato scorso a Firenze – tentazione cui però sia Andriollo-Schullian che Schlein-Dello Sbarba si sono sottratti. “Siamo approssimativamente per il no e per il sì” ha affermato Dello Sbarba, ovvero senza pregiudizi né certezze assolute, evidenziando che non è più nemmeno chiaro chi in Italia abbia il ruolo di rottamatore dell'establishment – e chi sia il rottamato.

A detta di Andriollo “nel nostro paese abusiamo di democrazia, dobbiamo porre le condizioni per auto-riformarci: è doveroso intervenire su quelle norme che rallentano il processo legislativo, per rendere più moderno il nostro sistema costituzionale. La riforma è un passaggio culturale, cui penso guardando soprattutto a mio figlio e alla difficile situazione economica delle imprese e soprattutto nell'occupazione”. “JobsAct, SbloccaItalia, BuonaScuola: io non ho visto la palude” ha replicato Schlein, secondo cui la velocità del procedimento legislativo delle nostre Camere è al passo con quella di altri parlamenti europei (“quando le leggi si vogliono fare in fretta, si fanno”) e solo i due governi Prodi sono caduti per la sfiducia del Senato: “Il bersaglio della riforma è sbagliato”. “Di leggi ne produciamo effettivamente troppe e formulate male, la riforma andrà aggiustata. Con efficienza io intendo l'eliminazione delle assurdità per fare meglio, non per fare di più” ha aggiunto Schullian, che precisa: “Sono a Roma principalmente per difendere la specialità. E la clausola di garanzia per le autonomie speciali costituzionalizza il principio pattizio tra Bolzano e Roma”. Sulla clausola sospensiva, il verde Dello Sbarba ha espresso ancora una volta perplessità, rievocando il (fallito) tavolo Bressa che metteva nero su bianco – in assenza di un'intesa tra le parti – una “commissione paritetica di convergenza” tra parlamento e provincia che approvi all'unanimità le modifiche statutarie, altrimenti la parola passerebbe alla maggioranza dei 2/3 del Parlamento, con un evidente sbilanciamento a favore dello Stato. “Pura fantascienza, è un'ipotesi che non esiste più” ha chiarito subito il deputato della Volkspartei, “se così fosse noi della SVP staremmo dall'altra parte della barricata.”

Sia Schlein che Dello Sbarba hanno insistito sulle differenze tra il Senato riformato, nel contesto della nuova geografia del Titolo V, e il Bundesrat espressione del federalismo tedesco: “Il cambiamento non è un valore in sé, le cose possono cambiare in meglio o in peggio – sostiene l'eurodeputata di Possibile – e questa è una riforma accentratrice su due livelli, nella ripartizione dei poteri tra Stato e Regioni, e dell'esecutivo rispetto al Parlamento. A ciò si aggiunge la clausola di supremazia dell'interesse nazionale, tutt'altra cosa rispetto al principio dell'unità nazionale. Se sono solo due indizi, tre danno una prova: le pronunce del nuovo Senato delle autonomie – composto da consiglieri regionali e sindaci i quali, più che rappresentare i propri territori, rappresenteranno i partiti di elezione – potranno sempre essere superate da un voto a maggioranza qualificata della Camera”. Il rischio, secondo i due esponenti del “no”, è una riduzione dei contrappesi tra le due camere, anziché procedere ad esempio a una riduzione dei parlamentari in maniera bilanciata. Per Schullian, invece, “non tornerà più un'occasione come questa per liquidare lo status quo”; “sono quarant'anni che si può fare meglio di così” ha fatto eco il consigliere comunale dei democratici bolzanini, alla sua prima legislatura.

La netta impressione sedendo al tavolo del confronto – avvenuto tra esponenti di partiti che sostennero la medesima alleanza di centrosinistra nel 2013 e ora reggono il governo del capoluogo – è che gli argomenti dei sostenitori del “sì” e del “no” si equivalgano sul piatto della bilancia. I primi intendono dare un forte segnale di cambiamento a un paese esausto e in crisi, abbozzando una riforma certo imperfetta (per loro stessa ammissione) ma rimandata per troppi anni. I secondi non si accontentano di una riforma articolata in maniera confusa e che va nella direzione sbagliata, e ricordano come attorno al superamento del bicameralismo paritario (piuttosto che l'abolizione del CNEL) vi fosse tra le forze politiche un consenso pressoché unanime. E invece si è preferito polarizzare l'opinione pubblica, con una campagna elettorale dai toni apocalittici. La speranza è che, qualsiasi sarà l'esito quantomai incerto del 4 dicembre, le due posizioni possano incontrarsi il giorno dopo per apportare migliorie alla riforma – o avviare correzioni più puntuali alla Costituzione. Citando Costantino Mortati, “un corpo unitario e vivente”.

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Da sinistra a destra: Riccardo Dello Sbarba, Manfred Schullian, Valentino Liberto (Salto.bz), Elly Schlein, Juri Andriollo.

 

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Kommentare

Bild des Benutzers Massimo Mollica

"La speranza è che, qualsiasi sarà l'esito quantomai incerto del 4 dicembre, le due posizioni possano incontrarsi il giorno dopo per apportare migliorie alla riforma – o avviare correzioni più puntuali alla Costituzione. Citando Costantino Mortati, “un corpo unitario e vivente”." Va bene che la speranza è l'ultima a morire ma se non è successo praticamente mai perché dovrebbe succedere ora? Qual'è il motivo?

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